POLITICA INTERNAZIONALE: la maledizione del petrolio

Da tempo economisti e sociologi suggeriscono che la dipendenza dal petrolio, lungi dal favorire lo sviluppo, contribuisca a bloccarlo. L’antico concetto del dispotismo orientale è stato riadattato, nella moderna politologia, alla nuova teoria del sultanismo, considerato come l’esatto opposto della teoria del “no taxation without representation” alla base della democrazia moderna.


Ovvero, visto che lo Stato, grazie alla rendita petrolifera, dispone di una cospicua fonte di reddito autonoma dalle tasse, a che serve allora la rappresentanza? Una teoria che, purtroppo, dal mondo arabo e islamico minaccia anche di estendersi in altre aree geografiche.

Proprio un recente rapporto dell’Onu, però, sembra dimostrare in modo anche concreto questa intuizione. Infatti, risulta che il mondo arabo nel suo complesso è oggi molto meno industrializzato di quanto non fosse quarant’anni fa e che il suo tasso di disoccupazione è il più alto del mondo: il 14,4%, contro una media planetaria del 6,3%. È, d’altronde, un arabo a spiegarlo: Walid Khadduri, co-autore dell’Arab Human Development Report. «La tanto favoleggiata ricchezza petrolifera dei Paesi arabi in realtà è uno stereotipo fuorviante sulla loro vera situazione economica e maschera sia la debolezza strutturale di molte economie arabe che la conseguente insicurezza dei Paesi e dei cittadini».

Nel complesso, per i governi arabi il petrolio rappresenta il 70% dell’export. Ma praticamente nessuno ha approfittato dei tempi di vacche grasse per fuoriuscire dalla dipendenza delle fluttuazioni del prezzo, e sono mancati i necessari investimenti in infrastrutture, agricoltura e manifatture. Tragica, in particolare, è la prospettiva in materia di desertificazione e di disponibilità dell’acqua potabile. Invece, si è speso massicciamente in armi. Il rapporto dell’Onu conclude infatti che la mancanza di diversificazione economica ha non solo contribuito all’insicurezza endemica della regione, ma anche all’autoritarismo dei regimi locali e all’abbondanza di interventi militari e conflitti armati. Nel timore di allentare la presa sul potere, i regimi locali sono stati anche assolutamente restii a ogni tipo di riforma, sia politica che economica.

Come risultato molti Paesi asiatici e latino-americani con redditi minori rispetto al mondo arabo sono riusciti a conquistare una maggior quota di mercato nel commercio mondiale. Ciò perché, spiegano i redattori del rapporto, la maggior parte dei Paesi arabi, grazie alla rendita del petrolio, ha potuto adagiarsi su un modello economico a base di importazioni e servizi, a scarso o nullo valore aggiunto. Il mondo arabo, assieme all’Africa sub-sahariana, è l’unica regione al mondo in cui la fame è cresciuta negli ultimi vent’anni, fino a raggiungere il 10% della popolazione. Altro punto dolente sono i diritti delle donne, per cui resta in condizioni d’inferiorità quella parte dell’umanità da cui più dipende la formazione iniziale dei nuovi cittadini.

Ma qui non c’è evidentemente di mezzo solo il petrolio, bensì tradizioni più antiche. Comunque il rapporto Onu ha compreso l’allargamento dei diritti delle donne in un pacchetto di proposte essenziali, che dovrebbe andare dall’estensione del finanziamento per lo sviluppo rurale e agricolo, che però è anch’esso spesso frenato dalle proibizioni coraniche in materia di credito, all’investimento in infrastrutture e soprattutto alla ricerca di nuove colture che possano prosperare in condizioni di clima caldo e secco.
Il primo commento è venuto dal rappresentante libico al Consiglio di Sicurezza, Ibrahim Dabbashi. Ed è stato un no comment: «non posso giudicare il rapporto perché non l’ho letto».

Donazione Corrispondenza romana