POLITICA INTERNAZIONALE: la Libia e il fondamentalismo islamico

Riportiamo, come editoriale, un articolo di Magdi Cristiano Allam, pubblicato su “Il Giornale” del 21 marzo 2011, con il titolo Occhio agli estremisti.

Nella guerra esplosa in Libia e che vede l’Italia in prima linea l’unica vera certezza, al di là delle reali intenzioni che l’hanno scatenata e dei suoi ipotetici sviluppi regionali e internazionali, è che a vincere saranno gli integralisti islamici e che, di riflesso, le popolazioni delle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo saranno sempre più sottomesse alla sharia, la legge coranica che nega i diritti fondamentali della persona e legittima la dittatura teocratica. Un esito che è esattamente l’opposto dei proclami ufficiali di Sarkozy e Obama straripanti delle parole d’ordine “libertà” e “democrazia”.

Nel suo intervento dopo l’inizio dei bombardamenti aerei e missilistici francesi, americani e britannici, Gheddafi ne ha attribuito la responsabilità ai «Paesi cristiani» e ha denunciato la «nuova crociata contro l’islam». Contemporaneamente i suoi nemici interni hanno esultato per l’operazione ribattezzata “Odissea all’alba” scatenata dalla sedicente “Coalizione dei volenterosi”, brandendo i kalashnikov e inneggiando «Allah Akhbar», Dio è grande. Al di là che ci credano veramente o lo facciano strumentalmente, l’islam emerge come il riferimento ideologico che ispira sia la reazione di Gheddafi per salvare il proprio potere, sia l’azione dei ribelli tesa a rovesciare il regime libico.

Sempre nelle scorse ore in Egitto il referendum popolare ha registrato la schiacciante vittoria dell’asse tra il regime militare espresso dal Partito nazional-democratico e i Fratelli musulmani, concordi nell’emendare l’attuale Costituzione per favorire il contenimento dei poteri del capo dello Stato e la crescita del ruolo dei partiti dell’opposizione e specificatamente dei Fratelli musulmani, ma soprattutto d’accordo nel non mettere in discussione l’articolo due della Costituzione che recita: «L’islam è la religione dello Stato, l’arabo è la sua lingua ufficiale, la sharia è la fonte principale della sua legislazione». Per contro è stato pesantemente sconfitto il “popolo della rivolta” che ha infiammato l’animo degli occidentali facendoci illudere che con l’allontanamento del presidente Mubarak fosse scoccata l’ora della democrazia e della libertà.

Coloro che ritraggono il regime militare egiziano e il deposto presidente Mubarak come espressione di una laicità corrispondente alla separazione tra la sfera secolare e quella religiosa, ignorano che il loro potere si fonda su una Costituzione che è l’anticamera della teocrazia.

Non sorprende affatto che oggi i militari vadano a braccetto con i Fratelli Musulmani pur di salvare il proprio potere e perpetuare i propri privilegi. Il potere in Egitto da sette mila anni è stato fortemente centralizzato per la necessità vitale di garantire il controllo della gestione dell’acqua del Nilo, senza cui verrebbe messa a repentaglio la vita degli egiziani. Egoisticamente noi europei possiamo considerarci rassicurati da un potere centralizzato forte che garantisce i nostri interessi materiali. Finora ci è andata bene perché tra i militari e gli integralisti islamici, hanno prevalso i primi. Ma il rischio che prossimamente prevalgano i fautori della dittatura teocratica è sempre più consistente.

 

Ciò non significa che nell’eventualità che delle dittature teocratiche prendano il sopravvento dal Marocco all’Iraq noi italiani ed europei non potremmo più fare affidamento sulle forniture di petrolio e gas, sui loro fondi sovrani o sull’accesso ai loro mercati. Ma significa che per poter beneficare di questi beni materiali dovremo essere pronti ad aprire le nostre porte all’ideologia del radicalismo islamico, acconsentendo che i nostri figli subiscano il lavaggio di cervello di chi predica la sottomissione al Corano e a Maometto.
È ciò che con modalità diverse stanno facendo da decenni l’Arabia Saudita e l’Iran degli ayatollah.

Ed è lo scenario che si prospetta sia in Egitto sia in Tunisia, dove i Fratelli musulmani e i loro omonimi di Ennahda hanno già sottoscritto un accordo con i militari che consta di due punti:

1) I militari manterranno la guida dello Stato e controlleranno la Difesa, la Sicurezza e la Politica estera.

2) Gli integralisti islamici saranno riconosciuti come la principale forza dell’opposizione e avranno mano libera nei dicasteri chiave di Affari religiosi, Magistratura e Istruzione.

Sulla base di questo accordo gli integralisti islamici non presenteranno un loro candidato alle prossime elezioni presidenziali e in cambio i militari garantiranno il regolare svolgimento delle prossime elezioni legislative senza ostacolare l’eventuale trionfo dei candidati islamici. Su questa falsariga potrebbe delinearsi il dopo-Gheddafi in Libia, ma anche il futuro degli altri Paesi arabi in preda ai sommovimenti interni.

Obama, Sarkozy, Merkel, Cameron e Berlusconi sono consapevoli che questa campagna militare, preannunciata a Parigi dal Vertice per il sostegno al popolo libico, si risolverà con l’avvento al potere non di democrazie laiche e liberali ma bensì di regimi islamici, dove il ruolo dei militari sarà sempre più vacillante, che tenteranno di sottomettere anche noi alla legge coranica? E a noi italiani ed europei ci starà bene svendere la nostra anima pur di avere in cambio i beni materiali che ci permetteranno di continuare ad accumulare ricchezza per poter consumare sempre di più? (Magdi Allam)

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