POLITICA INTERNAZIONALE: elezioni legislative in Belgio

Il risultato delle elezioni in Belgio si riassume con una diminuzione generale dei consensi di tutti i partiti, eccetto i nazionalisti fiamminghi della Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA) e i socialisti francofoni, che hanno ottenuto, ciascuno, circa il 30% dei voti – poiché il voto è obbligatorio in Belgio, è impossibile parlare di tassi di astensione, che sarebbero probabilmente molto elevati se il voto fosse libero.

La N-VA reclama la scissione, non solo del distretto Bruxelles-Hal-Vilvorde (BHV), ma di tutto il Belgio, proposta alla quale si oppone la maggior parte dei belgi. Prima delle elezioni i sondaggi mostravano che la schiacciante maggioranza della popolazione belga, indipendentemente dalla lingua, rifiutava l’idea di una scissione del Paese. Solo una stretta minoranza, nella Regione fiamminga auspicava questa prospettiva. Nel versante francofono la possibilità di una separazione fa paura. È su questa paura che hanno giocato i grandi partiti francofoni per ottenere consensi, mentre essi, da più di trent’anni, hanno tutti contribuito allo smantellamento dello Stato belga unitario senza mai manifestare reticenze. Il partito socialista vincitore è quello che ha contato il maggior numero di scandali per frode e corruzione negli ultimi anni, ma pare che abbia la maggiore credibilità quanto al mantenimento dell’unità dello Stato belga.

Preoccupato dai toni della campagna, il ministro dello Stato Mark Eyskens si è coraggiosamente schierato contro una scissione dello Stato belga, evidenziando tutti i mali che ne scaturirebbero, anche per le Fiandre indipendenti: «Ciò che si sottovaluta nelle Fiandre è che, in caso di secessione, la Vallonia e Bruxelles continueranno a formare il Belgio – un “piccolo Belgio” – sul piano internazionale: come membro dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, ecc. Diventando una Repubblica, le Fiandre dovranno farsi riconoscere internazionalmente, e innanzitutto all’interno dell’UE, come membro a sé stante. Questo genere di cose vengono decise nel Consiglio Europeo dove, per l’accettazione di un nuovo membro, è necessaria l’unanimità. Che cosa succederà? Il “piccolo Belgio” sarà rappresentato da un ministro degli Affari esteri francofono. Dopo una rottura così dolorosa e ostile questo ministro rischia di opporsi all’entrata delle Fiandre nell’UE. D’altra parte gli altri Paesi europei che hanno mire secessioniste sul territorio – la Spagna con i Paesi Baschi, l’Inghilterra con la Scozia, l’Italia con il Nord, ecc. – ovviamente guarderanno l’indipendenza delle Fiandre con estrema disapprovazione.

I Fiamminghi devono altresì rendersi conto che Bruxelles diventerà una città quasi esclusivamente francofona e che, sotto gli auspici del Consiglio d’Europa, si organizzeranno consultazioni popolari nei comuni della periferia sud di Bruxelles, da cui emergerà che la popolazione vuole rimanere all’interno del Belgio, anche ridotto. Il confine di una Repubblica delle Fiandre si situerà quindi al nord di Bruxelles: Grimbergen, Meise, Wemmel, ecc.». Gli stranieri non comprendono l’imbroglio belga e ritengono che il Belgio sia sull’orlo di una guerra civile, ma chi vive lì non è mai testimone del minimo alterco tra belgi di lingue diverse.

La verità è che il problema è esacerbato dai partiti politici. Le sole occasioni di attrito tra persone di lingue diverse si presentano là dove la politica interferisce. Nella vita di tutti i giorni i belgi vanno abbastanza d’accordo, si rispettano e si sforzano per non aggravare una situazione di crisi creata esclusivamente dai politici. La pluralità linguistica che in Belgio risale al Medioevo «non è un problema – come diceva Rudy Aernoudt del Partito Popolare – è la soluzione». Una lettura condivisa dalla maggioranza dei belgi, ma non dai suoi eletti.

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