POLITICA INTERNA: secondo Cossiga, in mille sapevano dov’era prigioniero Moro

«Secondo Gallinari, erano mille i militanti di Sinistra a conoscere la prigione di Moro. Nessuno ha parlato, tranne uno, lo studente dell’Autonomia bolognese che attraverso Ciò e Prodi ci indicò il covo di Moretti». Lo rivela Francesco Cossiga nell’intervista di Aldo Cazzullo pubblicata sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 2007.





«Secondo Gallinari, erano mille i militanti di Sinistra a conoscere la prigione di Moro. Nessuno ha parlato, tranne uno, lo studente dell’Autonomia bolognese che attraverso Ciò e Prodi ci indicò il covo di Moretti». Lo rivela Francesco Cossiga nell’intervista di Aldo Cazzullo pubblicata sul “Corriere della Sera” del 14 novembre 2007.

Moro, afferma il Presidente emerito della Repubblica, «non fu perduto dagli americani, ne dalla P2. Semmai, dai comunisti. Gallinari mi disse (…) che i dirigenti dei sindacati delle fabbriche sapevano dove stavano i brigatisti. Nessuno di loro ha parlato, tranne uno, Guido Rossa; e l’hanno ammazzato».

«I comunisti, e il Kgb – continua Cossiga – hanno alimentato la leggenda nera della P2; ma i piduisti che facevano parte del comitato di crisi al Viminale erano tutti protetti di Moro. E filoamericani. (…) l’unico suggerimento che mi venne dagli americani fu di aprire la trattativa con le BR. Per farle venire allo scoperto». Gallinari disse, riferisce Cossiga, «che avevamo sbagliato tutto, che non avevamo idea di quanti fossero i protettori dei brigatisti. Ricordo le sue parole: “Se facessi un nome in particolare, lei Presidente cadrebbe svenuto. Voi cercavate Moro in una casa isolata, ordinavate perquisizioni ai corpi speciali, ma avreste dovuto affidarvi ai vigili urbani. Noi tenevamo Moro in un condominio, uscivamo a fare la spesa”».

Cossiga ricorda che contattò la CIA e l’FBI, ma «non ottenni nulla: l’amministrazione Carter aveva vietato alla CIA di collaborare con Servizi stranieri su fatti di terrorismo, a meno che non fosse in gioco la sicurezza nazionale»; poi contattò la NATO «per sapere se il Patto Atlantico corresse pericoli per i segreti che Moro poteva rivelare. Moro era stato il fondatore di Gladio, insieme con Mattei e Taviani, (…) ma di Gladio sapevano tutto sia il Kgb sia la Stasi (…). Taviani ne aveva informato anche Longo (…). Fatto sta che la Nato rispose no: Moro non era depositario di alcun segreto pericoloso».

Il numero due dell’Unità antiterrorismo del Dipartimento di Stato, Steve Pieczenick, prosegue Cossiga, «disse che avevamo commesso un grave errore a escludere la trattativa. (…) Gli risposi che, se l’avessimo fatto, l’Italia intera ci avrebbe creduti pronti a cedere. Ed è vero quanto racconta Andreotti, che una vedova di via Fani minacciò di darsi fuoco se avessimo trattato con le BR». Cossiga rivela pure che «Moro non temeva per la sua vita» e
rimarca come al Viminale si riunì un «comitato di crisi pieno di piduisti».

«Chi può pensare che il Direttore del Sismi Santovito, il Direttore del Sisde Grassini, raccomandato e grande amico di Tina Anselmi, il Prefetto Pelosi, il Segretario generale della Farnesina Malfatti, imposto personalmente da Moro, il Direttore generale della Bnl Ferrari, tutti uomini di sua assoluta fiducia, oltre che filoamericani, potessero volere Moro morto? (…) Il mito oscuro della P2 fu creato dal Kgb. Che così distrasse ancora una volta i nostri Servizi, dopo la fuga di notizie sul Piano Solo». Quanto a Cosa Nostra e lo stupore di Buscetta per il suo non coinvolgimento: «Un deputato calabrese, di cui davvero non ricordo il nome, mi mandò un emissario per propormi di contattarla. La stessa offerta mi fu avanzata da un cardinale. Opposi un netto rifiuto. Ma non escludo che altri possano aver tentato quella strada».

Le BR uccisero Moro, sostiene Cossiga, «senza accorgersi che avevano vinto. Alla Direzione in cui Fanfani avrebbe chiesto di riunire il Consiglio Nazionale per aprire la trattativa, io andai con la lettera di dimissioni (…). Già da giorni la DC aveva cominciato a cedere». E spiega lo scarso apporto dell’intelligence: «Avevamo da poco adottato la riforma dei Servizi (1977. N.d.R.), da sempre impostati sullo spionaggio in funzione anticomunista, e non sull’antiterrorismo. Taviani aveva sciolto il piccolo ma efficiente servizio interno al Viminale, guidato da Federico Umberto D’Amato. I militari poco ne capivano, e non collaboravano». Smentisce che avessero trovato la prigione di Moro: «Raccolsi moltissime informazioni, anche le più cervellotiche: tutte false». Secondo Cossiga a sparare non fu né Gallinari, che «si mise a piangere» né Moretti, ma Altobelli «cioè Maccari, il carceriere spuntato per ultimo. Mancano ancora i due motociclisti di via Fani. Ma sono brigatisti, non killer stranieri». Circa le carte di via Montenevoso, Cossiga precisa: «il Generale Dalla Chiesa le mostrò ad Andreotti e a Craxi, non a me. Poi le rimise al loro posto. Craxi era il suo vero referente, e sono certo che, se fosse sopravvissuto, Dalla Chiesa sarebbe diventato Senatore socialista e ministro dell’Interno».

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