POLITICA INTERNA: i pericoli della “società liquida”

La soddisfazione per la caduta del governo Prodi, uno dei peggiori degli ultimi cinquant’anni, non può non accompagnarsi ad una seria inquietitudine per il futuro, meno roseo di come ci verrà presentato in campagna elettorale, quale che sia l’esito delle elezioni del 13 aprile.





La soddisfazione per la caduta del governo Prodi, uno dei peggiori degli ultimi cinquant’anni, non può non accompagnarsi ad una seria inquietitudine per il futuro, meno roseo di come ci verrà presentato in campagna elettorale, quale che sia l’esito delle elezioni del 13 aprile.

Il vero problema oggi in Italia e in Europa non è quello di vincere le elezioni, ma di riuscire a governare. E questo non solo quando si ottiene una esigua maggioranza in Parlamento, come è accaduto a Romano Prodi nel 2006, ma anche quando si raggiunge una maggioranza ampia come è successo nel 2001 e potrà succedere nel 2008 a Silvio Berlusconi.

Vincere è facile, perché il voto degli elettori tende sempre a “punire” il governo precedente; governare, dopo la vittoria elettorale, è difficile perché i problemi nazionali e internazionali sono sempre più complessi, i centri decisionali che dovrebbero affrontare questi problemi sempre più deboli e conflittuali; ma soprattutto perché manca alle coalizioni che assumono il potere una visione comune e unitaria del bene pubblico.

La causa principale del declino delle forme tradizionali di rappresentanza, come i partiti e i sindacati, non è la loro incapacità di interpretare i sentimenti e i bisogni della gente, ma la mancanza di una dottrina sociale e di una filosofia della storia. Sarebbe tuttavia ingenuo addossare ai nostri uomini politici la responsabilità di tutti i mali, cedendo alla tentazione demagogica dell’“antipolitica”. Le classi dirigenti vivono immerse in quella stessa atmosfera di pragmatismo e di egoismo che permea l’intera società. La causa principale della crisi delle forme partitiche di rappresentanza non è la loro incapacità di interpretare i sentimenti e i bisogni della gente, ma casomai il fatto di non riuscire ad elevare i bisogni e i sentimenti dei cittadini e dei gruppi, ormai polverizzati in un vortice di interessi e di appartenenze in perpetuo conflitto.

Giuseppe De Rita, ha parlato di «coriandolizzazione della società», per connotare questa frammentazione del tessuto sociale che sperimentiamo nella vita quotidiana. Matthew Fforde, in una lucida analisi della società britannica, che può essere bene applicata all’Italia di oggi, usa il termine, più appropriato, di “desocializzazione”; il sociologo Zygmunt Baumann parla a sua volta di una società “liquida”, in cui si dissolvono non solo i tradizionali centri di potere, ma ogni forma, anche elementare, di aggregazione sociale.

La “vita liquida” di cui scrive Baumann è la vita precaria ed effimera dell’uomo contemporaneo: una vita all’insegna dell’ansia e dell’incertezza, priva di radici e di solidi appigli, inevitabilmente consumistica, perché si vive solo nel presente, immersi nella liquefazione di ogni valore e di ogni istituzione. Tutto ciò che viene liquidato viene consumato o, potremmo dire, tutto ciò che viene consumato, viene liquidato. Dai prodotti alimentari alle vite degli individui, tutto ciò che esiste deve essere oggetto di consumo, deve avere una data di consumo, deve essere smaltito. L’industria di smaltimento dei consumi, secondo Baumann, assume un ruolo determinante nell’ambito dell’economia della vita liquida (La vita liquida, Laterza, Roma 2006, p. IX).

Baumann è un sociologo e non è interessato a cogliere le cause profonde di un processo di cui fotografa l’esito simbolico nella discarica. Ma se le discariche sono la significativa espressione della società liquida in cui viviamo, occorre aggiungere che ciò che esse accolgono è soprattutto la spazzatura culturale e morale delle ideologie del Novecento. Dalla putrefazione di queste ideologie, che pretendevano creare un “uomo nuovo”, è sorta, dopo il Sessantotto, una nuova Rivoluzione, postmoderna, che assume la liquidità a paradigma e nei rifiuti sembra trovare l’espressione del suo nichilismo.

Anche la vita politica italiana, dopo Tangentopoli, si svolge all’insegna della liquidazione. Nulla sembrava più solido e roccioso della Democrazia Cristiana, eppure il primo partito degli italiani venne liquidato con imprevedibile velocità. Con altrettanto velocità, nell’ultimo quindicennio, abbiamo visto la nascita e la liquidazione di partiti, movimenti, coalizioni e aggregazioni di ogni tipo, a destra e a sinistra dello schieramento.

La liquidità è, in fondo, mancanza di identità. L’identità è per sua natura solida, stabile, permanente. La liquidità è materia fluida, in perpetuo movimento, senza punti di coagulo o condensazione. Liquidare una coalizione o un partito è facile, “solidificare” un programma, e su questa base governare, è più difficile. La liquidità è la forma di una politica senza certezze: è l’espressione del relativismo del nostro tempo, forse non l’ultima, perché il passaggio finale è quello dallo stato liquido a quello gassoso, per giungere all’evaporazione definitiva, al trionfo del Nulla.

L’unica alternativa alla liquidità che ci consuma, è il ritrovamento della pienezza dell’Essere, in tutte le sue forme, compresa quella politica. La solidità non sta nell’“antipolitica”, e neppure nei grandi partiti, nelle lunghe intese, nelle grosse colazioni, ma semmai nella “transpolitica”, ovvero in una concezione della società che restituisca alla politica il suo fondamento primario, che è la legge naturale, permanente e immutabile, riassunta da Benedetto XVI nella formula delle “radici cristiane” e dei “valori non negoziabili” della vita sociale. (R.d.M.)

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