POLITICA ESTERA: la situazione in Birmania

Realpolitik e democrazia s’intitola il critico editoriale di Enzo Bettiza su “La Stampa” del 28 settembre 2007 dedicato alla posizione del governo italiano (e non solo) sui tragici fatti di Birmania (o Myanmar, secondo la denominazione voluta dalla giunta militare filocinese che è al potere nello stato asiatico).





Realpolitik e democrazia s’intitola il critico editoriale di Enzo Bettiza su “La Stampa” del 28 settembre 2007 dedicato alla posizione del governo italiano (e non solo) sui tragici fatti di Birmania (o Myanmar, secondo la denominazione voluta dalla giunta militare filocinese che è al potere nello stato asiatico).

«Ben 28 ministri degli Esteri occidentali hanno firmato un documento di riprovazione nei confronti della giunta e di solidarietà verso i monaci in rivolta» esordisce l’editoriale.

«Il governo italiano, il più machiavellico dei governi europei, ha ignorato perfino la retorica. Prodi, che all’Onu ha preso la parola dopo i Presidenti americano e francese, ha aggirato il dramma birmano svicolando per i sentieri della moratoria universale della pena di morte. Il realismo Prodi lo ha adoperato a doppio uso, interno ed esterno. Perché mai irritare per l’ennesima volta i massimalisti d’una maggioranza pericolante che certo non hanno dimenticato che, fin dal 1962, i militari di Rangoon avevano legato all’esercizio del golpe l’idea di una “via birmana al socialismo”? Perché mai scontentare la grande Cina, o deludere la grande Russia, che da sempre proteggono la Birmania dei generali e votano nel Consiglio di sicurezza contro le sanzioni sostenute, con scettico automatismo punitivo, dagli americani e dai francesi? Inoltre, il più indulgente e quindi incoraggiante sostegno alla neutralità o assenza nei confronti delle crisi birmane non viene proprio dall’India, la più popolosa democrazia del mondo?»

«Nonostante le belle promesse dell’Occidente, imperniate al solito sulla sterile diplomazia delle sanzioni» prosegue Bettiza «non s’intravede la possibilità di un aiuto concreto all’ultima insurrezione non violenta contro un regime asiatico che, per spietatezza e incapacità di gestione, occupa il secondo posto dopo quello nordcoreano».

Oltre il 25% dei 56 milioni di abitanti del Myanmar vive con meno di un dollaro al giorno e gli aumenti del prezzo della benzina (+500% nell’ultimo mese) hanno scatenato le proteste. Eppure il Paese ha giacimenti di gas equivalenti a 600 di milioni di barili di greggio, assai ambiti da Cina, Russia, India e dagli altri Stati. Manca l’elettricità, anche nelle città di media dimensione, l’acqua corrente e nell’ultimo anno tutti i prezzi hanno subito un’impennata esponenziale e nel Paese che una volta era il primo esportatore mondiale di riso, ora è diffusa la malnutrizione infantile. Il reddito medio pro capite è di 200 dollari annui, ma comprende anche gli introiti dei capi militari. Il sistema sanitario assiste solo chi può pagare; tubercolosi, malaria e Aids sono diffusi. Il sistema scolastico è quasi inesistente. Il salario medio è di 20-30mila kyat mensili e il biglietto giornaliero dell’autobus costa 200 kyat. Ciò significa che per andare a lavorare, si deve impiegare da un quinto a un terzo del salario solo per i trasporti. A meno di non andare a lavorare a piedi.

Le marce dei monaci che hanno innescato la protesta sono il simbolo di una denuncia anche sul prezzo dei trasporti. Una precedente rivolta nel 1988 (soffocata nel sangue con oltre 3.000 morti) è stata scatenata dai problemi economici, più che dal desiderio di democrazia. (E.G.)

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