Pio IX inventò twitter

(di Giuliano Ferrara su Il Foglio del 25-08-2012) Mi piace Pio IX. E’ l’inventore di Twitter. Sul finire del 1864 incaricò un barnabita simpatico e di mondo, Luigi Maria Bilio, di mettere insieme 82 proposizioni, ciascuna più o meno di 140 caratteri, per farne un elenco enciclopedico degli errori del secolo. Nacque il Sillabo. Una ricapitolazione, un prendere insieme cose diverse, e ’fanculo le eresie, che poi per la chiesa sono le cazzate, il mainstream, il politicamente e ideologicamente corretto.

Nella sua fantasmagorica Mirari vos, enciclica scritta con la baionetta nel 1832, il predecessore del beato Pio IX, Gregorio XVI, uno così fiero e reazionario da avere inquietato persino un Metternich, aveva alluso a una “moltitudine sterminata” di libri, giornali, scritti fuori controllo, qualcosa di molto simile a un web dell’Ottocento, che fungevano da veicolo a quel “delirio” che è la libertà di coscienza predicata per ciascun individuo. Il Sillabo mise le cose a posto. Intanto per un centinaio d’anni, fino al Concilio ecumenico Vaticano II, che non è stagione brevissima.

Ma come vedremo la sua eco apostolica e culturale, icastica, semplificatrice, asciutta, univoca, si sente ancora oggi, che lo si sappia o no, che lo si voglia riconoscere o no. Si sarà capito perché mi piace Pio IX, perché mi piace il Sillabo. Almeno superficialmente, deve essere chiaro. Tanto che vi esorto ad aiutarmi: scriviamo un nuovo Sillabo su Twitter (l’account è ferrarasillabo).

Potrà essere utile, cari lettori, al Foglio e, detto per ischerzo, al Soglio. Mi aspetto da voi, in 140 caratteri sul social network o qualcosina di più se mi scrivete al giornale, una chiara indicazione delle più inquietanti scemenze contemporanee, più o meno quello che dicono gli intellettuali laici e progressisti medi, i conservatori di serie minore, la media degli insegnanti che si sentono soldati dello stato e della sua scuola unica senza contenuti, dei redattori di Famiglia cristiana, dei politici tiepidi, di quelli arrabbiati, delle star tv, dei filosofi con il baffo di Nietzsche e la prosopopea di Heidegger, dei clericali e degli anticlericali, insomma le solite sciocchezze cui diamo la caccia da molti anni.

Io ce la metto tutta, e questo Sillabo piccolo piccolo alla fine vedrà la luce per l’8 dicembre, festa dell’Immacolata e giorno anniversario della bolla di Pio, ma datemi una mano, per cortesia. La maggioranza di voi non è fatta di barnabiti come il compianto cardinal Bilio, elevato alla porpora due anni dopo la sua opera di redattore teologico del possente e modernissimo documento vaticano contro la civilizzazione recente, ma tutto fa brodo.

L’ateo devoto che non è ateo e non è devoto, ma rispetta la devozione e ammira la grande impresa della fede dogmatica nei secoli, mentre disprezza la cultura dogmatica dei falsi laici e liberali, ha bisogno di tutti.

Luigi Maria Bilio ingannò in un certo senso il Papa. Senza dirglielo, soppresse un paio di proposizioni inutili. Peccatuccio veniale spiegabile con la fretta e la disinvoltura che sempre aleggia anche nelle più alte faccende ecclesiali. Ma pare sia stato ben fermo nel confermare le ultime proposizioni, quelle decisive, in cui si definiscono e si condannano “errori che riguardano l’odierno liberalismo” banditore della libertà di culto, del relativismo o indifferentismo (relativismo? qui gatta ci cova) in materia di fede. La proposizione 80
e finale le riassume tutte, le ultime formule in cui si definisce e propone (proposizione,
appunto) l’eresia o la sciocchezza corretta per affermare negandola l’esatto contrario:
“80.

Il pontefice romano può e deve riconciliarsi e farsi amico il progresso, il liberalismo e la civiltà moderna” (“80. Romanus Pontifex potest ac debet cum progressu, cum liberalismo et cum recenti civilitate sese reconciliare et componere”). Col cavolo. Cum cavulo.

Un po’ scherzo, ovviamente, perché sono nato appena l’altro ieri, quando ero ragazzino Giovanni XXIII, che avviò la beatificazione del Papa del Sillabo, parlò contro i profeti di sventura, si accordò per un Concilio di compromesso e di riconciliadi Giuliano Ferrara zione con migliaia di vescovi e teologi, e sotto il regno del suo successore Paolo VI furono promulgate la Gaudium et spes e la Dignitatis humanae, una chiesa che sorride al mondo, sebbene senza perdere la faccia di sempre, e autorizza senza troppi infingimenti le libertà di coscienza e di culto e di opinione, che avevano trionfato da quasi due secoli ma avevano trovato una qualche sana riluttanza, segno di contraddizione e di severa inquietudine, nell’organizzazione fondata da Gesù Cristo, un ebreo piuttosto geniale.

Tanti anni dopo penso che l’aggettivo di Gregorio e di Pio apposto alla parola opinione, e alla sua libertà, non era male: mostruosa. Abbiamo ereditato l’opinion dalla Rivoluzione francese e dalla sua ghigliottina, insieme allo scandalo dell’ineguaglianza, all’umanitarismo della fraternità umana antigerarchica e alla liberté, concetto e pratica ai quali sono sommamente affezionato, tanto da aver chiamato la mia cagnetta, madre di sei cuccioli nata il 14 luglio, proprio con quel nome, Liberté. Affezionato sì, ma solo a condizione che la libertà consenta alla tradizione, alla fede esclusiva, alla liturgia, ai riti e ai canoni della chiesa cattolica di rito latino e greco, e non per tolleranza ma per intrinseco e riconosciuto bisogno, tutto lo spazio vitale che essa chiede, magari con la rinuncia a imporre in parrocchia, nei seminari e nel Concistoro le regole omologanti e supercorrette della democrazia laico-liberale.

Ho letto due bei libri, e i libri ti montano la testa e generano idee perverse, come dicevano i Papi dell’Ottocento, anche se siano scritti da cattolici di diverso orientamento e appartenenza. Uno è la biografia di Pio IX di cui è autore Roberto de Mattei (2000, Cantagalli), storico credente e tradizionalista, serio accademico, anche nel pregiudizio poetico e di fede, assai tiepido nella ricezione del metodo storicocritico (metodo autorizzato sotto certe chiare condizioni da Papa Pacelli, un altro grande Pio, con una lettera enciclica Divino afflante spiritu, redatta con l’aiuto di Agostino Bea, teologo e cardinale tedesco che fu tra gli artefici del Vaticano II).

Racconta, de Mattei, lo scontro del Vaticano con il secolo della sua espropriazione temporale, che fu solo un capitolo dell’attacco al cristianesimo d’occidente cominciato nei decenni preparatori del 1789; la storia va dalla provocatoria e sublime definizione dogmatica dell’Immacolato concepimento di Maria (1854, 8 dicembre) al Sillabo (1864, 8 dicembre). L’Immacolata fu un tributo dogmatico alla Madonna fatto di parole, concetti e gesti sublimi, e la combattente suprema delle eresie fu posta ai confini della Trinità, un’alzata di ingegno e di cuore liricamente e liturgicamente spessa, corposa, ipermaterna, dolce e celeste come i colori di Maria Vergine, capace di dare radici immortali alla devozione per la madre della chiesa e dunque della chiesa come madre (più madre che padre, come disse il simpaticissimo Giovanni Paolo I, subito scambiato per un femministo).

Storico della chiesa, ma nella chiesa e nella tradizione, nella fede solo assistita dalla ragione e dal suo metodo, de Mattei è il perfetto ritrattista di un’epoca, e il suo grand’angolo è eccentrico rispetto a quello codificato per la storiografia contemporanea; eppure vedere le cose dalla parte anche degli angeli non è meno vero magistero, e una punta abissale, che vedere le cose dalla parte degli uomini. Chiamatelo relativismo, questo mio giudizio, ma è così per un lettore adulto che non rinunci ai privilegi misteriosi del bambino.

Pio IX disse che la dolcezza stava per schiantarlo e ucciderlo, quando codificava la nuova identità dogmatica della madre di Dio in San Pietro, colpito da un raggio di luce misteriosa che per lo storico ebbe del soprannaturale. E’ una frase, riportata con le deliziose arti della compartecipazione retorica, in cui stanno ben fermi un significato e un significante. Franco Cordero la direbbe un “vaniloquio”, ma per la severità miscredente del giurista-filosofo anche san Paolo era vaniloquente. Per me e per altri no.

Il secondo libro è composto, per la cura giudiziosa e per la sintesi molto ben scritta di Luca Sandoni, del testo latino-italiano del Sillabo, di un apparato critico molto utile per ciascuna proposizione, di un saggio sulla genesi e sulla ricezione del documento, e di una introduzione di Daniele Menozzi. Sono studiosi cattolici di orientamento progressista, il curatore è del 1988, Menozzi è del 1947, ruotano intorno alla Normale di Pisa, e condividono il gusto per
la polemica pacata, senza svolazzi, aderente ai testi e alle ricostruzioni storiche di sicuro
metodo critico.

Un altro mondo rispetto a De Mattei, ma rispettabile. Tanto rispettabile che alla fine anche uno che sta fuori le mura della chiesa, come me, e che ama Ratzinger o Giacomo Biffi (di Pio IX ho già detto, è una scoperta viva e felice) mille volte di più che i cari Eco e Vattimo, e i
loro maestri vicini e lontani, può consentire senza problemi con la loro, in particolare di Menozzi, conclusione: il Sillabo può essere stato un insieme di tweet molesti e imbarazzanti per la storia della chiesa, come pensa Giulio Andreotti nel suo alto cinismo politico (“non fu un’idea brillante”) o come pensava ai tempi di Pio il magnifico conte Charles de Montalembert (1), ma quel documento è tutt’ora la storia della chiesa e della sua dottrina in compendio, nonostante le rotture codificate addirittura da un Concilio.

Menozzi tira in ballo due Ratzinger. Una sua affermazione come capo della Congregazione
per la dottrina della fede, 1982: la costituzione Gaudium et spes e la dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano II “sono una revisione del Sillabo di Pio IX, una sorta di contro-Sillabo”. Poi menziona il discorso alla curia romana del Papa Benedetto Ratzinger, il 22 dicembre del 2005, in cui è fissato il canone di una ermeneutica della continuità e non della rottura nella ricezione del Concilio pastorale voluto da Giovanni XXIII e governato da Paolo VI nei primi anni Sessanta.

La conclusione dello storico progressista è che Giovanni Paolo II fu un pontefice di contraddizione, diviso tra un ardimento pastorale e mediatico nuovista e un papocentrismo a sfondo tradizionalista (semplifico), e che suturato con la successione Ratzinger, il complesso storico giovanpaolino e benedettino ha portato a una reviviscenza addirittura
all’altezza papale dei temi e dello spirito del Sillabo. Dunque era un documento profetico,
direbbe il professor De Mattei, che pure dal suo punto di vista stenterebbe a riconoscere
negli ultimi due Papi i portatori di una congrua e coerente esigenza di restaurazione
tradizionale.

Bando all’ecclesialesimo storiografico. Andiamo al dunque. Torniamo al grande tweet dell’Ottocento, a quelle proposizioni tutte da leggere, a quella straordinaria forma retorica non discorsiva ma aforistica e tutta negativa (indicare e definire l’errore secolare per significare la necessità del suo contrario soprannaturale). Indifferentismo e relativismo non sono la stessa cosa, ma si assomigliano maledettamente.

Critici dell’uno e dell’altro sono l’Ottocento, il Novecento e il XXI secolo della chiesa
di Roma, inevitabilmente, compresa la istruzione Dominus Jesus del cardinale Ratzinger (2000, Cristo unica via di salvezza). Cambiano le sfumature, cambiano anche tutti i termini della questione, se vogliamo, perché è vero quel che Ratzinger ha predicato e insegnato, e cioè che tanto la modernità quanto il cattolicesimo sono cambiati, e la loro relazione non poteva che cambiare anch’essa di conseguenza, ma up to a point. Cambiano i termini, la
questione non cambia.

La libertà di culto è garantita dalla dichiarazione conciliare novatrice, ma l’equivalenza
delle religioni in relazione alla cultura nazionale di un paese a tradizione cattolica non piace nemmeno alla chiesa postconciliare, a questa almeno. La libertà di coscienza è acquisizione universale, ma vai a interpretarla: la chiesa moderna non ha rinunciato a una coscienza rettamente formata, la battaglia sulla libertà di educazione dei cattolici, sulla cattedra della famiglia contro l’espropriazione statalista della formazione dei ragazzi è accesa come sempre, per certi versi ancora di più nel cattolicesimo americano non concordatario.

La separazione tra chiesa e stato è un fatto, ma la “sana laicità” di cui parlano le gerarchie e il Papa è un concetto di derivazione sillabica, per così dire. E così la critica razionale allo
stato di diritto che non può trovare legittimazione autentica se non fuori di sé, nel diritto naturale e in una norma fondamentale che non è l’uomo democratico, con le sue maggioranze numeriche, a poter garantire.

I principi non negoziabili, cioè in qualche misura il Sillabo. L’unica differenza autentica è nel diritto alla forza come suffragio armato e legale del potere spirituale, garantito dai regni dell’ancien régime in cambio della legittimazione del diritto divino e di una società civile
coesa: qui è tutto decisamente cambiato con la fine del temporalismo, fatta salva però la special relationship tra autorità costituite che è comunque un residuo temporalista.

Menozzi riconosce che Pio IX coltivava la sua febbre antisecolarista e reazionaria perché secolo e Rivoluzione volevano dire annientamento della chiesa e delle sue ragioni
non solo territoriali o di dominio legale, ma di autonomia e libertà spirituale e morale. Conflitto eminentemente esistenziale. L’attacco su ogni fronte alla chiesa d’oggi, il tentativo del laicismo intransigente di riformarla a viva forza, imponendole i suoi contenuti democratici (le donne, il matrimonio dei preti, la questione gay, l’educazione indifferentista, lo scientismo avalutativo), non è poi così diverso dal furore anticlericale di due secoli fa. Non c’è più in evidenza l’anticlericalismo rituale e massonico. C’è il politicamente corretto applicato al “barbaro residuo” dei canoni della chiesa di Roma. E così anche la chiesa non è poi così diversa, et pour cause. Rileggetevi i tweet del Sillabo, alla luce della svolta ratzingeriana e giovanpaolina dopo il Concilio, e vedrete che ho ragione.
(1) Con Hugues-Félicité-Robert de Lamennais fu vero padre dei cattolici liberali, in modo
assai più radicale di quanto non lo sia stato il cardinale John Henry Newman, recente beato di Benedetto XVI; si battevano per la libertà di opinione e di culto ma in nome dell’autonomia della chiesa, e finirono con la loro fede nella libertà di coscienza per essere

Donazione Corrispondenza romana