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Perseguitato per la fede: il cardinale Beran

(di Cristina Siccardi) La scorsa settimana, su queste colonne, si è parlato di sette vescovi in Romania (https://www.corrispondenzaromana.it/beati-a-giugno-sette-vescovi-martiri-in-romania/), braccati e martirizzati dal regime comunista, fra i quali il cardinale Iuliu Hossu; ma Santa Romana Chiesa ne annovera altri cardinali che sono stati perseguitati per non essersi piegati alle autorità civili e per non aver rinnegato Cristo e la Chiesa, custodendo fedelmente nella Verità il proprio gregge, come fece il cecoslovacco Josef Beran, umiliato e oppresso dai nazisti prima e dai comunisti dopo.

Il silenzio che esiste su queste mirabili figure è terrificante. Per il mondo esistono perseguitati di serie A e perseguitati di serie Z, non degni di considerazione. Editoria e cinematografia non se ne occupano poiché il “pensiero unico” delle forze di potere tutto include, fuorché i principi cattolici e coloro che hanno vissuto per essi, come ha dimostrato il monsignore cecoslovacco, che affrontò nazisti e comunisti come soltanto un santo – il traguardo più grande e più alto a cui una persona possa aspirare per la realizzazione piena di sé, creatura di Dio – avrebbe potuto fare.

Josef Beran nasce a Plzeň il 29 dicembre 1888 e morirà cinquant’anni fa a Roma. Figlio di un maestro, entrò nel Seminario della sua città natale per poi proseguire nella Pontificia Università Urbaniana di Roma. Fu ordinato sacerdote il 10 giugno 1911 nella Basilica di San Giovanni in Laterano e, ottenuto il dottorato in Teologia, tornò per svolgere la sua opera pastorale a Plzeň fino al 1932, quando venne nominato direttore spirituale del Seminario arcivescovile di Praga, dove divenne Rettore e quindi professore all’Università Carolina della città.

Dieci anni dopo Praga è occupata dai nazisti e Beran, che aveva ricevuto il titolo di monsignore l’11 giugno 1936, viene subito posto sotto osservazione stretta: la sua popolarità, la stima di cui godeva erano motivo di allerta per la Gestapo, per questo era costantemente interrogato e minacciato d’incarcerazione.

Nel 1942, dopo il riuscito attentato mortale dei paracadutisti cecoslovacchi contro il rappresentante del protettorato del Reich in Boemia e Moravia, Reinhard Heydrich, SS-Ober gruppen führer e General der Polizei, vennero eseguiti arresti di massa. All’inizio del mese di giugno di quell’anno, monsignor Beran diffuse la notizia che avrebbe celebrato una Santa Messa per gli ufficiali cecoslovacchi prigionieri dei tedeschi e che l’avrebbe fatto in lingua ceca, contravvenendo alle disposizioni naziste che vietava l’uso della lingua ceca durante le funzioni pubbliche.

Il 6 giugno la Gestapo lo arrestò perché «sovversivo e pericoloso». Fu eseguita una perquisizione domiciliare, il catturato fu sottoposto ad un brutale interrogatorio nella sede praghese della Gestapo, per poi essere incarcerato nella prigione di Pankrác e da qui mandato a spaccare pietre nella spaventosa Fortezza di Terezín, dove rimase fino al 4 settembre del 1942, quando venne deportato nel campo di concentramento di Dachau, dove vi rimase per tre lunghissimi, interminabili anni, fino alla liberazione delle truppe americane del campo stesso, avvenuta il 29 aprile 1945.

Nel lager erano rinchiusi 2.720 ecclesiastici di 134 diocesi e 24 nazioni dei territori occupati. Josef Beran era stato internato a motivo del «pericolo che mantenga i contatti con gruppi sciovinistici e nemici del Reich». Lui era il numero 28 e fu inserito nel blocco degli ecclesiastici cechi, matricola 35.844. Le testimonianze dei suoi compagni di prigionia sopravvissuti sono molte. Egli si distingueva per la sua purezza e per la sua cortesia. Nonostante la scarsità di ogni cosa, compreso il cibo, regalava generosamente. Non si lamentava e non disperava.

Molti ecclesiastici già allora nel lager videro in Beran il futuro arcivescovo di Praga, come scrisse in seguito il sacerdote austriaco Johann Lenz: «Rimane indimenticabile la sua amorevole modestia, l’alta intelligenza e il suo atteggiamento sovranazionale. Le sue posizioni, da ogni punto di vista, sacerdotale e sociale, lo avevano predestinato non solo a essere una guida della Chiesa, ma anche un martire, perseguitato da Satana e dai suoi seguaci».

Secondo la testimonianza di don Roberto Angeli (1913-1978), ma anche di altri, fra i tremila sacerdoti internati nel lager e sopravvissuti, monsignor Beran si dispiegò nella carità cristiana per soccorrere, per quanto fosse possibile, tutti i compagni di sventura. Ciò che sottolineò don Angeli, che uscì da quell’inferno grazie all’aiuto del monsignore, fu la serenità che quest’uomo di Dio sapeva avere e donare: «il suo volto aperto, sereno, sorridente, una di quelle espressioni che non si possono dimenticare».

Nel luglio del 1992 don Paolo Liggeri, reduce da Dachau, scrisse su L’Osservatore Romano: «Fu in quella specie di bolgia infernale che conobbi un uomo soavissimo e ricolmo di inalterata e sorridente serenità, il cecoslovacco Giuseppe Beran […]. Come poteva quel sacerdote che era già anziano della deportazione rimanere soave in quel tragico mondo di orrori fisici e morali? Era forse un individuo incosciente, insensibile, apatico? Bastava notare un certo lampeggiare di intelligenza nei suoi occhi miti e fieri ad un tempo, per comprendere che la sua quasi incredibile serenità proveniva da un suo mondo interiore, da una fede inalterabile».

Don Angelo Dalmasso di Cuneo ricordò di aver ammirato «un deportato, piccolo di statura, non più giovane, che dopo il ridottissimo pasto serale si inginocchiava sul nudo pavimento della baracca 26, quella dei sacerdoti, trasformata in cappella, a recitare il breviario devotamente raccolto come se fosse stato in una basilica».

Questo significa essere cattolici. Ritornato a Praga, monsignor Beran è nominato professore ordinario di Teologia pastorale nella Facoltà Teologica dell’Università Carolina e l’anno dopo, papa Pio XII lo sceglie come nuovo arcivescovo di Praga e come primate della Chiesa cattolica cecoslovacca.

La consacrazione avviene, nella Cattedrale di Praga l’8 dicembre del 1946, per mano dall’arcivescovo Saverio Ritter. Dal canto suo il presidente della Repubblica cecoslovacca, Edvard Beneš, gli conferisce la Croce di Guerra e la Medaglia al valor militare.

Nel 1948 Klement Gottwald, leader di lungo corso del Partito Comunista di Cecoslovacchia (KSČ), diventa primo ministro e, attraverso un colpo di stato sostenuto dall’URSS, nuovo presidente della Cecoslovacchia. Una nuova persecuzione alla Chiesa si profila per i cattolici. Monsignor Beran proibisce qualsiasi atto di fedeltà verso il regime, in quanto sarebbe significato un «tradimento della fede cristiana».

Non solo, protesta pubblicamente per le misure illegali e incostituzionali delle autorità civili, in particolare a riguardo del sequestro delle proprietà ecclesiastiche e l’abolizione della tolleranza religiosa e dichiara che la Chiesa cattolica deve poter esercitare tutta la libertà, secondo il diritto datogli da Dio e garantito anche dalla Costituzione. La sua lettera episcopale Non tacere, arcivescovo! Non puoi tacere!, contro l’impronta totalitaria, viene pubblicata come editoriale in due quotidiani il 25 febbraio del 1948.

Sotto la paternità del primate, i vescovi cecoslovacchi preparano una circolare (la libertà di stampa era vietata) indirizzata a tutti i fedeli della nazione, al fine di fare chiarezza sulle menzogne governative e sulla posizione del clero. Tale documento sarebbe stato letto in tutte le chiese cecoslovacche il 9 giugno 1949. Ma gli agenti dei Governo scoprono le intenzioni dei vescovi.

Il 16 giugno monsignor Beran viene tenuto ostaggio nel suo palazzo, ma riesce a liberarsi dal blocco di polizia per raggiungere la chiesa di Sarakov, dove, di fronte a molti fedeli, afferma: «Può darsi che di qui a poco alla radio sentiate dire di me ogni sorta di calunnie. Forse vi diranno che ho confessato delitti innominabili. Spero che avrete fiducia in me. Io dichiaro qui solennemente, davanti a Dio e alla Nazione, che mai concluderò un accordo che intacchi i diritti della Chiesa. Desidererei parlarvi di tante cose, ma non lo farò: non voglio che voi siate perseguitati per causa mia.».

Così, mentre cerca di farsi largo tra la gente commossa, la polizia irrompe nella chiesa, disperde la folla, arresta l’abate di Sarakov per aver permesso a Beran di parlare e cattura l’Arcivescovo. Viene quindi posto agli arresti domiciliari in una residenza fuori dalla diocesi di Praga. Privato di tutte le libertà personali, viene ordinato a tutti i cattolici di dimenticarlo per sempre e nel 1951 viene incarcerato: le tappe della sua Via Crucis sono le prigioni di Roželov, Růžodol, Paběnice, Mukařov, Radvanov.

Trascorrono molti anni e un giorno del 1961 papa Giovanni XXIII, in occasione del cinquantesimo anno dell’ordinazione sacerdotale di monsignor Beran, gli inviò una lettera, che venne subito rispedita al mittente. Quattordici anni di silenzio assoluto e sebbene fosse rimasto tanto tempo in carcere, nessun processo gli venne intentato. Era un eroe antinazista, non era possibile dimenticarlo: il suo nome circolava in patria, ma anche all’estero, oltre al fatto che Antonín Novotný, presidente della Cecoslovacchia nel periodo fra il 1957-1968, era stato pure lui internato nei legar tedeschi.

Il 4 ottobre 1963, dopo una serie di estenuanti trattative tra il Vaticano e il Governo cecoslovacco, monsignor Beran è liberato, ma gli viene impedito di riprendere il suo incarico. Inoltre gli viene permesso di raggiungere Roma per partecipare all’ultima sessione del Concilio Vaticano II, ma con l’obbligo di non ritornare più in patria. È l’esilio.

Nel concistoro del 22 febbraio 1965 raggiunge Roma, dove papa Paolo VI lo crea cardinale presbitero di Santa Croce. Il cardinale Josef Beran si spegne a Roma, il 17 maggio 1969 all’età di 80 anni. Viene sepolto nelle Grotte vaticane. Il 2 aprile 1998 l’arcidiocesi di Praga ha aperto il processo di beatificazione e il 20 aprile dello stesso anno le sue spoglie sono ritornate in patria, dopo quasi 50 anni, nella cappella arcivescovile della cattedrale di San Vito a Praga.

In un articolo de La Nazione del 30 agosto 1965, dove è sintetizzata una conferenza stampa tenuta dal servo di Dio Josef Beran ad Assisi, leggiamo: «Sono stato cinque anni nel lager nazista di Dachau, ho subito nella carne e nello spirito le più selvagge punizioni, sofferto la tortura e la fame, le percosse e la segregazione. Ma forse più sottile e mortificante per me cattolico è stata la persecuzione comunista, anche se non ha avuto i drammatici aspetti di quella tedesca: una condanna alla mortificazione dell’anima, l’isolamento, la menzogna, il tradimento, la delazione, la cappa di intransigenza gettata sopra ogni slancio umano, il carcere, la clandestinità di ogni iniziativa religiosa, la progressiva paralisi dell’attività della Chiesa».

La santità del cardinale Josef Beran, sempre in pericolo di morte, che ha subito le angherie dei carnefici nazisti e comunisti, non gli ha arrecato nessun abbruttimento interiore, permettendogli di perdonare come Cristo in Croce, di rimanere sempre sereno, sempre fermo, sempre equilibrato, sempre amabile. Tutto ciò è la prova che soltanto la Verità della Fede rende liberi: con Cristo nessuno, ma proprio nessuno, anche Satana in persona, può fare paura. «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica» (Rm 8, 31-33).

Non c’è tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo, spada, dice san Paolo, che possa dividerci dall’amore di Cristo. «Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello.  Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.» (Rm 8, 36-37). (Cristina Siccardi)