PERSECUZIONI ANTICRISTIANE: poca giustizia per il pogrom in India

Nonostante le rassicurazioni delle autorità statali e locali, la dignità umana, i diritti e la vita dei cristiani vittime delle violenze indù del 2008 in Orissa – stato federato dell’India Orientale – è ad oggi ben lontana dalla normalità. In migliaia vivono ancora in baracche provvisorie lungo le strade e nelle foreste, soggetti a violenze da parte di gruppi e poliziotti.


Centinaia di bambini sono nati in queste condizioni. Auspichiamo «piena riconciliazione e una pace durevole per il Kandhamal» (distretto dell’Orissa ove si verificarono le peggiori violenze) – dichiara mons. Cheenath, arcivescovo di Bhubaneshwar (capitale dell’Orissa), durante una conferenza stampa tenuta il 7 febbraio 2010 – ma essa sarà possibile «quando la giustizia sarà trasparente, le vite saranno ricostituite e la gente potrà tornare ai propri villaggi senza paura».

Tre le principali negligenze imputabili alle autorità: 1) il rito giudiziario abbreviato, sovvertito al punto da terrorizzare i testimoni e dar vita ad inchieste superficiali; 2) l’insufficiente assistenza del governo nella ricostruzione delle case; 3) l’assenza di un progetto volto a garantire lavoro, sussistenza, educazione alle vittime.

«Le vittime necessitano di compassione», denuncia l’arcivescovo, ma l’amministrazione continua ad ostacolare i soccorsi e la ricostruzione. Circa 11.000 famiglie sono state cacciate dalle loro case con la forza. Nelle violenze, fra l’agosto e il dicembre 2008, oltre 5.300 case sono state razziate e incendiate; donne e ragazze sono state violentate e più di 75 persone sono state assassinate in ragione della religione e dell’etnia. Oltre 54.000 persone sono divenute rifugiati nella loro stessa patria.

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