PERSECUZIONI ANTICRISTIANE: cristiano condannato in Pakistan per blasfemia

Il tribunale di Faisalabad (Pakistan) ha condannato all’ergastolo Imran Masih, giovane cristiano, per aver oltraggiato e dissacrato il corano. Il giudice aggiunto, Raja Ghazanfar Ali Khan, ha emesso la sentenza in base all’articolo 295-bis del codice penale pakistano – meglio noto come legge sulla blasfemia – perché il ventiseienne avrebbe bruciato «di proposito» versetti del corano e un libro in arabo, per «fomentare l’odio interreligioso e offendere i sentimenti dei musulmani».

Il segretario esecutivo della Commissione nazionale di Giustizia e pace (Ncjp), Peter Jacobs, promette battaglia «per salvargli la vita». Jacobs, pur non criticando in modo aperto la sentenza, parla di decisione «non buona» e di «mancanza di libertà» del sistema giudiziario e annuncia ricorso all’Alta corte, promettendo che «faremo del nostro meglio per salvargli la vita, perché tutti questi casi di blasfemia sono montati ad arte». Secondo i dati forniti dalla Ncjp, dal 1986 all’ottobre del 2009 sono quasi mille le persone finite sotto accusa per la legge sulla blasfemia: il 50 % musulmani, il 35 % ahmadi, il 13 % cristiani, l’1 per cento indù e l’1 per cento di religione non specificata.

Trentatre persone sono state vittime di omicidi dopo l’accusa: quindici musulmani, quindici cristiani, due ahmadi e uno indù. La legge – concludono i responsabili di Ncjp – è molto discriminatoria perché si prefigge l’affermazione di una specificità religiosa, nel suo stesso testo e nello scopo che persegue. È giunto il momento di porre fine al terrore e all’ingiustizia perpetrato nel nome della religione: «La comunità internazionale – affermano – ha un compito nel persuadere il Governo a prendere le necessarie iniziative per fermare le discriminazioni e le violenze contro le minoranze religiose» (“L’Osservatore Romano”, 20 gennaio 2010).

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