PERSECUZIONI ANTICRISTIANE: cristiano arso vivo in Pakistan

Storie di ordinaria shari’ah. È morto dopo tre giorni di agonia Arshad Masih, 38 anni, cristiano, autista di una ricca famiglia della città di Rawalpindi che il 19 marzo scorso è stato bruciato vivo da un gruppo di estremisti musulmani per aver rifiutato di convertirsi all’Islam. Aveva subito ustioni sull’80% del corpo. Lo stesso 19 marzo sua moglie Martha Bibi è stata stuprata, davanti ai tre figli di età compresa fra 7 e 12 anni, da alcuni poliziotti della caserma dove si era recata per denunciare il caso.

Dal 2005 la donna lavorava come domestica presso la stessa famiglia musulmana per cui prestava servizio il marito. Ultimamente erano emersi dissapori a causa della loro fede cristiana e di un sospetto furto avvenuto nella casa. Nel gennaio scorso Masih e la moglie avevano ricevuto forti pressioni da parte del datore di lavoro e di leader religiosi locali per abbracciare la religione musulmana. Al loro rifiuto, i fondamentalisti li hanno minacciati avvertendoli che avrebbero subito «conseguenze terribili». (Cfr. AsiaNews, 22 marzo 2002, Agenzia online del Pime-Pontificio Istituto Missioni Esteri).

Negli ultimi tempi si sono verificati reiterati atti di violenza contro la minoranza cristiana pakistana che rappresenta l’1,6% della popolazione. Le organizzazioni cristiane locali si sono mobilitate, hanno condannato le azioni della polizia locale e l’impunità dei violenti chiedendo altresì al governo della provincia del Punjab di punire i responsabili dell’omicidio e avviare un’inchiesta sulla violenza sessuale.

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