PERSECUZIONI ANTICRISTIANE: ancora sangue e violenze in India e Pakistan

Dopo un breve periodo di tregua apparente, la scorsa settimana ha visto una recrudescenza delle persecuzioni contro le minoranze cristiane nel mondo. In India, nello stato dell’Orissa (lo stesso in cui nell’agosto del 2008 persero la vita oltre 500 persone) dove la diffusione del fanatismo non accenna a diminuire, sette famiglie cattoliche sono state assalite e malmenate con un pretesto da un numeroso gruppo di radicali indù che più volte hanno manifestato pubblicamente per «liberare l’Orissa dai cristiani».


Giunte alla polizia locale per sporgere denuncia, le famiglie si sono viste respinte, come spesso accade, e solo dopo ripetute proteste le autorità hanno deciso di aprire un’indagine. Recatisi poi al centro sanitario per farsi curare le ferite riportate, i cristiani sono stati rifiutati dagli stessi medici, su pressione dei fondamentalisti indù. Alla fine, grazie all’intervento delle forze dell’ordine, le vittime sono state medicate.

La situazione tuttavia non deve sorprendere: in molte regioni indiane (dove il Vangelo è stato rifiutato e ostacolato in ogni modo) la parola “dignità umana” è tuttora una parola totalmente priva di significato e il valore sociale di un cristiano non è certo pari a quello di un indù. Diverse sono infatti le situazioni di discriminazione, se non di vera e propria schiavitù, patite dai cd. “fuori-casta” della società indiana (tra cui i cristiani, per il semplice fatto di essere tali). In Pakistan, invece, a Faisalabad, sono stati uccisi due cristiani che erano sotto processo a causa della controversa legge sulla blasfemia che punisce con la pena capitale chiunque diffami il nome o l’immagine di Maometto o del Corano. Movente del commando terrorista che ha ucciso i due all’esterno dell’aula di tribunale dove si era tenuta l’udienza, sarebbe proprio il presunto giudizio di innocenza che la Corte si apprestava ad emettere dopo aver rilevato la totale estraneità dei due ai fatti. Ma da giorni gli imam locali avevano aizzato la comunità musulmana invitandola a farsi giustizia da sola.

L’episcopato nazionale della Chiesa pakistana ha espresso sdegno e indignazione di fronte all’accaduto che solleva ancora una volta il problema fondamentale della legge sulla blasfemia – introdotta negli anni Ottanta dal dittatore pakistano Zia-ul-Haq – condannata come liberticida e disumana da tutti gli osservatori internazionali ma che nessuno riesce a far abrogare. Per una triste coincidenza, il duplice omicidio arriva ad un anno esatto di distanza dalle violenze di Gojra (luglio 2009) quando tremila estremisti indù presero di mira la locale comunità cristiana bruciando vive sette persone tra cui tre bambine e due donne. Proprio su Gojra una coppia di studiosi cristiani ha realizzato nei giorni scorsi un impressionante reportage (“Bruciati vivi: il destino dei cristiani pakistani”) e fondato un’associazione per la difesa dei diritti umani fondamentali (la South Asian Research and Resource Center (www.sarrcpk.org). Ma anche su di loro già gravano minacce di morte da parte dei fondamentalisti islamici.

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