Per “L’Espresso” l’aborto non è una colpa. Quando l’ideologia obnubila la ragione

Per “L’Espresso” non è una colpa. Quando l’ideologia obnubila la ragione
FONTE IMMAGINE: L'Espresso (https://lespresso.it/)
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Sul quotidiano “L’Espresso” del 29 maggio scorso è apparso un violento attacco a nome della giornalista Stefania Rossini sul tema dell’aborto intitolato “Tenetevi le vostre lezioni di moralità per voi: l’aborto non è una colpa”. Il pretesto è stato l’intervento di un chirurgo ortopedico di 68 anni, sedicente «non credente, votante a sinistra da sempre» che ha espresso al giornale un dubbio circa l’aborto. In particolare, qualche settimana prima aveva letto nella rubrica della stessa giornalista di una signora che affermava «con naturalezza di avere abortito due volte senza incertezza ma con sofferenza, in quanto educata alla padronanza del suo corpo, per non fare dei figli che non voleva». Il chirurgo si è quindi permesso di rivolgere alla giornalista la seguente richiesta: «Del “proprio corpo” fa parte anche il feto o solo banalmente al 50 per cento? Non sarebbe etico, ove possibile, interpellare l’altra metà? E i figli avuti poi come li possiamo definire? Di serie A rispetto a quelli morti? Mi aiuti a capire la vulgata corrente secondo la quale abortire è comunque un diritto delle donne senza se e senza ma, e senza eccezioni. Colpevoli mai? E il delitto non c’è più?».

La risposta della giornalista, corta come solo gli slogan senza sostanza sanno essere, lascia perplessa una ragione non obnubilata dall’ideologia. Ciononostante, sembra opportuno commentarla perché rispecchia, purtroppo, il modo di vedere degli abortisti più estremi, che in definitiva sono quelli che a lungo andare trascinano tutti gli altri, soprattutto se gli antiabortisti tacciono. Essa esordisce affermando che «non c’è colpa nella rinuncia a fare un figlio». Ecco la prima menzogna: l’aborto non è la “rinuncia a fare un figlio”, ma piuttosto la sua soppressione. Non è manipolando la realtà di un atto che se ne può cambiare la sostanza. Secondo la Rossini, vi possono essere «dubbi, incertezze, sofferenze o anche spavalderie ma non colpa, né tantomeno delitto». L’aborto è, invece, esattamente questo: un delitto che (a) in quanto atto umano, comporta una responsabilità morale, (b) in quanto contrario alla legge divina che ingiunge di non uccidere l’innocente, comporta necessariamente una colpa, (c) alla quale corrisponde una altrettanto necessaria sanzione volta a ripristinare l’ordine infranto con la colpa.

Il prof. Regis Jolivet nel primo volume di Morale del suo Trattato di Filosofia (Morcelliana, Brescia, 1959) spiega chiaramente questi concetti. Per quanto riguarda la responsabilità morale essa è «un obbligo a rispondere dei propri atti dinanzi a colui dal quale si dipende, è dunque dinanzi a Dio, e a Dio solo, che si è moralmente responsabili, perché Dio è il legislatore supremo dell’ordine morale. Questa responsabilità si esprime nella e dalla coscienza, che approva o biasima la condotta, secondo che essa sia moralmente buona o cattiva. Come nel senso morale ravvisiamo la voce di Dio, in quanto legislatore supremo, così nella coscienza la scopriamo quale voce di Dio, sovrano e incorruttibile giudice del bene e del male» (p. 212).

In particolare, tale responsabilità «trae con sé la colpa o il peccato, quando l’atto è contrario alla legge morale e al dettame della coscienza retta. Colpa e peccato materialmente designano una sola e medesima cosa, ma l’idea di colpa è piuttosto relativa alla violazione dell’ordine, quale ce lo rivela la ragion pratica, mentre l’idea di peccato si riferisce più espressamente alla trasgressione di quello stesso ordine in quanto voluto da Dio […]. Il peccato, nella sua nozione più generale, è dunque un disordine, per cui un essere ragionevole si allontana da Dio, fine ultimo assoluto» (p. 214-215).

Bisognerebbe spiegare alla giornalista che i “dubbi, incertezze e sofferenze” della donna che uccide il proprio figlio sono proprio la conseguenza di non aver seguito il dettame della coscienza.

Jolivet spiega poi come, per ogni atto, vi sia una “sanzione” ovvero «ciò che corrisponde al merito o al demerito, l’insieme delle ricompense o dei castighi connessi all’osservanza o alla violazione della legge morale» (p. 217). E prosegue osservando che ogni legge deve avere una sanzione, senza la quale sarebbe illusoria. Ma, si domanda il filosofo, «vi è sempre una sanzione anche per la legge naturale? Si può rispondere affermativamente, se si considera la sapienza e la giustizia di Dio, legislatore supremo dell’ordine morale. E in verità, è proprio di un legislatore prudente e saggio favorire l’osservanza della legge che impone e perciò congiungere formalmente all’osservanza un merito e alla violazione della legge un demerito. Senza questa sanzione, l’osservanza e la violazione della legge avrebbero gli stessi effetti; la qual cosa sarebbe contraria alla regola della giustizia, per cui ognuno dev’essere trattato secondo le sue opere. Fare il bene e fare il male diverrebbe indifferente» (p. 218).

Si deve rilevare che la ricompensa e la pena «sono il frutto naturale sia della libera fedeltà alla legge morale, sia della ferita che il peccatore ha inflitto a se stesso con la libera defezione del suo volere. Esse sono, in certo modo, l’espressione e lo svolgimento stessi dell’attività morale retta o pervertita».

La sanzione ha pertanto un triplice aspetto per cui essa è «rimuneratrice, quando assicura il conseguimento del fine ultimo; vendicativa, quando impone un castigo proporzionato alla gravità della colpa (la sua forma assoluta è lo scacco definitivo dell’uomo nell’attuare il suo ultimo fine); medicinale, se previene la violazione della legge con la minaccia o se serve a far emendare il colpevole. In quest’ultimo caso, la sanzione ha un carattere provvisorio e relativo; è più un ausilio alla legge morale, che non una sanzione vera e propria» (ivi).

Ma il prof. Jolivet mette in guardia dall’idea erronea «per cui la sanzione sarebbe una conseguenza arbitraria degli atti morali, imposta dal di fuori dalla volontà del legislatore. La sanzione morale è, invece, un elemento intrinseco e costitutivo dell’ordine da cui non può essere separato. La felicità è legata al bene e il bene alla felicità, essendo l’uno e l’altra aspetti di una sola e identica realtà. Si può ben dire, in questo caso, che la pratica del bene è interessata, ma di un interesse che è tutt’uno con la forma stessa della moralità, la quale fa sì che il bene diventi il nostro bene: il vero interesse sta nel non avere nessun altro interesse all’infuori del bene, essendo la felicità relativa alla perfezione del bene» (p. 219).

La giornalista ha concluso accusando il chirurgo di riuscire a condensare, in poche righe, «tutte le rinnovate critiche e i rancori sul tema dell’aborto che, va ricordato, è ormai affidato in grande maggioranza a metodi farmacologici tempestivi e innocui. Invece questo governo e i suoi araldi ci impartiscono continue lezioni di presunta moralità» che, secondo il suo modo di vedere, non possono non riconoscersi «come propaganda e nostalgia dei tempi più bui».

Detto che nessun metodo abortivo, neanche farmacologico, può dirsi “innocuo” dato che uccide un essere umano innocente e, talvolta, anche la donna, non si può che giungere ad un’unica conclusione: l’unica propaganda è proprio quella della Rossini, degna rappresentante di quello che la storia condannerà come il solo vero tempo buio vissuto dall’umanità, quello in cui gli uomini hanno osato chiamare “diritto” un “delitto”.

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