Per Amnesty & C., nessun diritto alla vita prima di nascere…

OnuSenza più pudore. Ora lo dicono apertamente, senza più maschere e senza provar vergogna. Amnesty International ed il Center for Reproductive Rights ritengono che non esista alcun diritto alla vita prima della nascita. Si verrebbe, quindi, considerati «persone» solo dal momento del parto in poi. Sconcertante. Eppure è quanto han dichiarato alla sessione del Comitato per i diritti umani dell’Onu, lo scorso 14 luglio a Ginevra in occasione dell’audizione aperta alla società civile per stilare il testo generale di commento all’art. 6 del Patto sui Diritti Civili e Politici.

Secondo quanto riferito dall’agenzia InfoCatólica, all’assise eran presenti tutti: sigle pro-life e sigle pro-choice. Le prime, peraltro, scopertesi più numerose delle seconde. Ma è servito a poco. Quanto meno a ribadire come nessun trattato internazionale riconosca un «diritto» all’aborto: la Convenzione sui diritti del bambino, il Patto sui diritti civili e politici e la Dichiarazione sui diritti dell’uomo proteggono anzi la vita del nascituro. E vietano la condanna a morte per le donne incinta. Perché? La domanda è stata posta ad Amnesty, che ha nicchiato, trincerandosi dietro un pilatesco “no comment”. Non ha voluto ammettere che la pena capitale viene proibita proprio per tutelare la vita innocente portata in grembo.

Altre Ong abortiste hanno, invece, preferito negare l’evidenza: secondo loro, le restrizioni all’aborto incrementerebbero i casi di mortalità materna, mentre la legalizzazione non comporterebbe alcun aumento degli aborti effettuati. Il che è totalmente, palesemente, dichiaratamente falso. Cifre alla mano. Il Cile è uno dei Paesi, che tutelano maggiormente la vita, eppure registra il minor tasso di mortalità tanto per le madri quanto per i figli dell’intera regione. La liberalizzazione dell’interruzione di gravidanza, al contrario, incoraggia a considerare questa come una sorta di anticoncezionale d’emergenza, incrementandone il ricorso. E’ quanto han reclamato a gran voce la Society for the Protection of Unborn Children, l’Associazione dei Medici Cattolici di Bucarest, C-Fam, ADF International, Priests for Life, Canada Silent No More, Family & Life, Woomb International, European Center for Law and Justice, Autistic Minority International, National Right to Life tedesco, Life Campaign e CitizenGO. Tutte sigle, che hanno evidenziato come la vita umana cominci col concepimento e sia unica ed irripetibile: di ciò si ha un’evidenza scientifica riconosciuta da tutti i testi di Medicina. Così come evidenti sono anche i danni provocati dall’aborto nella donna. Eppure, queste parole sono rimaste inascoltate.

Insieme, tali organizzazioni rappresentavano la maggioranza dell’assemblea. Eppure, questa volta il Comitato dell’Onu ha deciso di non tenerne conto e di prender tempo, nel tentativo di rafforzare così il fronte abortista. Una sospensione del principio di “democrazia” a bacchetta, secondo le opportunità. Atteggiamento definito da Luis Losada, direttore di CitizenGO, profondamente «discriminatorio», ciò che ha indotto molte realtà pro life a presentare protesta formale.

Controprova? Il termine ultimo concesso ai vari organismi, per presentare i propri contributi, era stato fissato inderogabilmente per il 12 giugno. Molte sigle pro choice sono state però ammesse fuori tempo massimo. Contro ogni regola.

Evidente lo svolgersi di una strategia precisa, prestabilita e con una regia occulta, guidata ormai dalle solite lobby. Fino a quando? Resta il monito lanciato da Padre Cristoforo a don Rodrigo nel cap. VI dei Promessi Sposi: «Verrà un giorno in cui…».

Donazione Corrispondenza romana