Papa Francesco: un cambiamento di paradigma nella missione della Chiesa?

Conferenza in occasione della Giornata di studi su

“Vecchio e nuovo Modernismo: Radici della Crisi nella Chiesa” 

Roma–23 giugno 2018

di José Antonio Ureta

Se nei primi concili della Chiesa i laici furono invitati a partecipare, senza potere decisionale – con l’eccezione dell’VIII Concilio di Toledo, in cui i laici presenti non soltanto parteciparono delle deliberazioni, ma firmarono persino gli atti – credo che non sia esagerato accettare, in questocongresso dottrinale che riunisce accademici di varie discipline, un relatore che non è un accademico, bensì un militante che studia la vita della Chiesa da quattro decadi.

E se Papa Francesco è stato criticato con molto fondamento da alcuni dei qui presenti per il suo prassismo – penso particolarmente ai Professori Roberto de Mattei e Giovanni Turco –, credo però che siamo tutti d’accordo sul fatto che vada evitato l’eccesso opposto, ossia quello di una cultura libresca interamente assorbita in elucubrazioni astratte e slegata dalla realtà, molto tipica di tanti intellettuali moderni, a partire dalla scissione cartesiana tra l’intelligenza e la realtà, tra il pensiero e l’azione.

In quanto militante cattolico, discepolo di Plinio Corrêa de Oliveira, da parte mia mi sforzo affinché il mio pensiero si sviluppi nella lotta. Come spiega Roberto de Mattei nella sua recente opera Plinio Corrêa de Oliveira: Apostolo di Fatima e Profeta del Regno di Maria, nel processo di elaborazione mentale del compianto intellettuale brasiliano “lo studio è un elemento che serve più a lottare che a conoscere meglio la verità. Non è un’attività che si faccia a tavolino, in vitro, studiando all’interno di un tubo di vetro; ma è qualcosa che si realizza nello scontro, nella lotta, nel mezzo della battaglia, riflettendo su di essa e studiando ciò che è necessario per condurla a termine”[1].

In effetti, le migliori esplicitazioni del grande maestro della Contro-Rivoluzione sono state frutto della lotta del momento. Penso al suo primo libro In Difesa dell’Azione Cattolica, che, già nel 1943, denunciava l’infiltrazione degli errori del Neo-Modernismo nei mezzi cattolici brasiliani, che 20 anni più tardi avrebbero dato l’orientamento ai dibattiti conciliari. O alla sua dichiarazione di Resistenza alla Ostpolitik vaticana, primo documento di diffusione mondiale in cui, nell’epoca contemporanea, venne sollevata la delicata questione della liceità dell’opposizione alle direttive di un Papa. Fu anche per rispondere a una eventuale obiezione che il Dr. Plinio suggerì ad Arnaldo V. Xavier da Silveira di studiare e includere nel suo libro sul Novus Ordo di Paolo VI una sezione,da poco pubblicato separatamente, sulla possibilità teologica di un Papa eretico.

In questo contesto di lotta come “grande interlocutrice dell’uomo”[2]– e dando seguito a altre iniziative nelle quali noi discepoli di Plinio Corrêa de Oliveira ci siamo impegnati negli ultimi anni, come ad esempio la Supplica Filiale a Papa Francesco per il Futuro della Famiglia, firmata da 900mila cattolici di tutto il mondo, o alla Dichiarazione di Fedeltà all’Insegnamento immutabile della Chiesa e alla sua disciplina ininterrotta sul Matrimonio, firmata da 36mila persone – in questo contesto ho l’onore di annunciare la pubblicazione di un lavoro di mia redazione intitolato Il “cambio di paradigma” di Papa Francesco: Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato.

Lo scopo del suddetto lavoro è limitato. Vuol fare un elenco delle prese di posizione di Papa Francesco rivelatrici di un cambiamento di paradigma in relazione all’insegnamento perenne della Chiesa solo in quei temi riguardanti i laici. Pertanto, restano di proposito esclusi dal libro temi in sé più importanti e anche oggetto di controversia, ma che attengono alla struttura stessa della Chiesa Cattolica e ai suoi dogmi fondamentali, e che proprio per questo, vanno al di là del campo visuale e delle conoscenze comuni dei fedeli, ben formati e informati ma non specialisti.

Questo lavoro non pretende neanche di fare un’analisi dottrinaria approfondita di ciascuno degli argomenti trattati, ma semplicemente un resoconto commentato delle dichiarazioni e delle iniziative dell’attuale Pastore Supremo che più hanno lacerato il sensus fidei del suo gregge.

I temi, affrontati in otto capitoli, sono quelli che più hanno sconcertato i cattolici comuni – pertanto non mi riferisco all’ambiente tradizionalista, ma ai fedeli conservatori che riempiono le parrocchie senza ancora essere stati trasbordati ideologicamente dai pastori neomodernisti – e sono i seguenti:

  • Il ripiegamento pastorale dei “valori non negoziabili”, notoriamente a difesa della sacralità della vita e del matrimonio come unione indissolubile di un uomo e di una donna;
  • La promozione dell’agenda neomarxista e no global dei “movimenti sociali”;
  • La promozione dell’agenda “verde”, di una governance mondiale e di una mistica ambigua verso la “Madre Terra”;
  • L’incoraggiamento dell’immigrazione e dell’Islam insieme alla reticenza rispetto ai cristiani perseguitati in Medio Oriente;
  • L’indifferentismo religioso, il relativismo filosofico e l’evoluzionismo teologico illustrati per esempio in quel primo e sconvolgente video con le intenzioni pontificie per l’Apostolato della Preghiera, ampiamente diffuso sulle reti sociali;
  • La predicazione di una nuova morale soggettiva senza imperativi assoluti;
  • L’accesso alla comunione ai divorziati risposati, per mezzo dell’applicazione di Amoris laetitia;
  • La simpatia verso l’attuale pontificato da parte dei poteri mondani e di gruppi anticristiani.

 

In un capitolo riassuntivo, il lavoro evidenzia il desiderio di adeguare la Chiesa alla Modernità rivoluzionaria e anticristiana come il denominatore comune del cambiamento di paradigma dell’attuale pontificato.

Il capitolo finale riguarda la liceità della resistenza a tale cambio di paradigma, secondo il modello insegnato da San Paolo nella lettera ai Galati. Ovvero, è proprio l’amore al Papato che deve portarci a resistere a gesti, dichiarazioni e strategie politico-pastorali che contrastano con il depositum fidei e con la Tradizione della Chiesa.

Si sottolinea che, se è vero che nessuna eresia può venire insegnata infallibilmente dai papi, è anche vero che un papa che non ricorre al carisma dell’infallibilità, o che affronta una questione non coperta da quest’ultimo, può sbagliare. E che, in tal caso, per amore alla verità e alla Chiesa, i fedeli possono e devono resistere.

Precisamente per non fermarsi solo ad una lamentela astrattasugli aspetti sconcertanti del cambiamento di paradigma promosso da Papa Francesco, ma per contribuire modestamente all’orientamento dei fedeli perplessi, la conclusione del libro insiste sul fatto che l’atteggiamento di resistenza può e deve essere esercitato non solo in quel che concerne la riammissione degli adulteri al banchetto eucaristico, ma anche nella difesa della vita umana contro l’aborto e l’eutanasia; nella difesa del matrimonio indissolubile e nella lotta contro il riconoscimento legale delle unioni omosessuali; nella difesa della proprietà privata e della libera iniziativa contro le politiche collettiviste e gli assalti dei cosiddetti “movimenti sociali”; nel rifiuto dell’ideologia indigenista e del miserabilismo come soluzioni ad un preteso “riscaldamento globale di origine antropica” che divide la comunità scientifica; nella difesa del’identità cristiana e della cultura nazionale di fronte al problema dell’immigrazione – con il conseguente rifiuto dell’islamizzazione dell’Occidente e del relativismo filosofico e spirituale dell’utopia “multiculturale” – , così come nel rigetto dell’Ostpolitik vaticana verso regimi anticristiani che perseguitano i cattolici.

Resta però in piedi una domanda: Come rapportarsi ai pastori che assumono e attuano il cambiamento di paradigma di matrice bergogliana? Come rapportarsi allo stesso Pastore dei pastori che lo promuove?

Il lavoro sostiene che sembra indispensabile evitare due “facili soluzioni”, tra loro opposte. Una che consiste nel dire: “In fin dei conti, il Papa è il rappresentante di Cristo e i vescovi sono i successori degli Apostoli. Sono il ‘magistero vivo’. Chi sono io per giudicarli? Se il Papa e i vescovi che lo appoggiano si stanno sbagliando, il problema è loro”; e l’altra che afferma: “Tutto ciò è chiaramente eretico; per cui, chi lo promuove non può essere Papa”, e cadere così nel sedevacantismo, evitando di resistere a un superiore per il fatto di non riconoscergli più l’autorità.

Al contrario, bisogna rifiutare questa falsa alternativa, riconoscendo Papa Francesco come il Vicario di Cristo in Terra e i nostri vescovi diocesani come successori degli Apostoli, ma senza per questo lasciare di “resistergli in faccia”, come San Paolo resistette a San Pietro.

Questa via intermedia, che evita i due scogli, venne suggerita tempo fa dal Prof. Plinio Corrêa de Oliveira ai dirigenti della TFP cilena come conclusione al libro La Chiesa del silenzio in Cile, che denunciava la collaborazione di una parte importante dell’Episcopato andino con il comunismo per la demolizione di quel paese. Tale via cercava di rispondere alla seguente domanda: “Posto il nostro atteggiamento di resistenza, e volgendo l’attenzione alla nostra vita spirituale di cattolici, siamo obbligati dalla sana dottrina ad avvicinarci a questi Pastori e sacerdoti [demolitori] per ricevere dalla loro bocca gli insegnamenti della Chiesa e dalle loro mani i sacramenti?”.

Prendendo come presupposto che “per avere piena convivenza ecclesiastica è necessario che vi sia un livello minimo di fiducia e di mutua concordia nelle relazioni spirituali da pecora a pastore e da figlio a padre” e “data l’ampiezza e l’importanza che questi Pastori e sacerdoti danno all’azione demolitrice”, la risposta sfumata suggeriva che “nell’ordine concreto non vi sono le condizioni per un esercizio abituale di questa convivenza”, senza che essa “non causi un rischio prossimo per la fede e grave scandalo per i buoni”. Per questo, “cessare la convivenza ecclesiastica” con loro “è un diritto di coscienza dei cattolici che la giudichino dannosa per la propria fede e la vita di pietà, e scandalosa per il popolo fedele”.

Com’è naturale, questa proposta non dovrebbe essere messa in pratica in modo universale, visto che il processo di demolizione può trovarsi più accelerato qui e un po’ più in ritardo altrove. Ad esempio, in materia di riammissione all’Eucaristia dei divorziati risposati civilmente, la situazione in Germania non è la stessa della vicina Polonia o dell’Africa. Per cui è comprensibile che alcuni fedeli frequentino le chiese dei Pastori e sacerdoti che mettono in atto il nuovo paradigma e che altri si rifiutino di farlo e si allontanino da ogni abituale rapporto spirituale e religioso con tali ecclesiastici, anche in quel che attiene alla vita sacramentale.

Se qualcuno dei presenti si angustiasse per questa proposta – ritenendo che la sospensione dell’abituale convivenza con i Pastori demolitori equivale a uno scisma, benché si riconosca loro pienamente l’autorità e la giurisdizione –, facciamo notare che questo diritto che spetta ai fedeli ingiustamentesottoposti a pressione morale è analogo a quello della sposa e dei figli rispetto a un padre prevaricatore che li aggredisce psicologicamente: in questo caso essi possono legittimamente, pur senza abbandonare il focolare, decidere di occupare stanze più appartate della casa per proteggersi così dalla cattiva influenza paterna. Tale allontanamento dalla coabitazione quotidiana e abituale non rappresenta un disconoscimento degli indissolubili legami coniugali e filiali che li unisce al padre, né una mancanza del loro dovere di fedeltà a lui, ma al contrario può portare il padre manchevole a fare un esame di coscienza e a convertirsi, portando così al ripristino della normale convivenza familiare.

L’analogia non è forzata, dato che, basandosi nella lettera di San Paolo ai Galati – “il marito è il capo della moglie, come Cristo è il capo della Chiesa, suo corpo, della quale è il Salvatore” (5,23) –, i Padri della Chiesa e in seguito i canonisti medievali, si sono serviti ampiamente della metafora del matrimonio mistico, simbolizzato dall’anello episcopale, per designare analogicamente le relazioni che il vescovo mantiene con la sua diocesi. La metafora è valida, a fortiori, per raffigurare le relazioni tra il papa e la tota Ecclesia.

In realtà, i diritti del coniuge che si vede forzato a separarsi vanno persino oltre. Il coniuge vittima di abuso, di fatto, ha il diritto di cessare completamente la convivenza, cambiando domicilio o cacciando da questo il coniuge manchevole. Il Codice di Diritto Canonico del 1983, ribadendo la legislazione immemoriale della Chiesa, stabilisce che “i coniugi hanno il dovere e il diritto di osservare la convivenza coniugale, eccetto che ne siano scusati da causa legittima” (c. 1151). Oltre all’adulterio non consentito né perdonato (c. 1152), è legittima la separazione dei corpi, pur con la permanenza del vincolo, se “uno dei due coniugi compromette gravemente il bene sia spirituale sia corporale dell’altro o della prole, oppure rende altrimenti troppo dura la vita comune”. Tale separazione può essere chiesta all’Ordinario o, “per decisione propria, se vi è pericolo nell’attesa”, con l’unico limite che “cessata la causa della separazione, si deve ricostituire la convivenza coniugale” (c. 1153).

Nella legislazione civile di molti paesi di tradizione cristiana ancora esiste, sulle orme del diritto canonico, l’istituzione della “separazione dei corpi” senza la dissoluzione del vincolo, ma che comporta solo un allentamento del legame coniugale, in quanto l’unico dovere dispensato è l’obbligo di coabitazione. Tutti gli altri doveri sorti dal matrimonio restano validi, e soprattutto quello della fedeltà e l’obbligo di soccorso nella necessità.

Questa totale separazione senza dissoluzione del vincolo, ammessa dal Diritto Canonico e dalle leggi civili, è un atteggiamento ben più drastico di quello suggerito sopra, che consiste nella semplice sospensione dell’esercizio abituale della convivenza – equivalente ad andare a vivere in stanze lontane ma nella stessa casa – in relazione a Pastori il cui gregge si sente psicologicamente aggredito dal tentativo di imposizione di un cambiamento di paradigma inaccettabile nell’insegnamento, nella disciplina e nella vita della Chiesa.

È questoequilibrio nella resistenza che caratterizza la nostra proposta come una “via intermedia”, ovvero che mantiene integri i legami di fedeltà che uniscono i fedeli ai legittimi Pastori, ma che prende le misure prudenziali necessarie alla preservazione dell’integrità della propria fede e, al contempo, pratica la carità verso i più deboli, evitando che la convivenza abituale con prelati autodemolitori sia per essi un motivo di scandalo.

Questa è solo la proposta di un laico che, pur  senza alcuna specializzazione in teologia, in morale o nel diritto canonico, non disconosce la dottrina e la disciplina della Chiesa e si lascia guidare dal sensus fidei e dalla ragione illuminata dalla fede.Ed egli approfitta dell’occasione di questo congresso per sottoporla senza alcuna pretesa alla considerazione dei partecipanti.

Se dovesse accadere – Deus avertat! – che l’attuale divisione virtuale nel seno della Chiesa, favorita dal cambiamento di paradigma promosso dalle più alte autorità ecclesiastiche, si trasformi in unaspaccatura formale, come temono alcuni, pensiamo che i cattolici fedeli al loro battesimo debbanostringersi all’insegnamento perenne del Magistero tradizionale e ai pastori che lo trasmettono senza alterazioni, nell’attesa che lo Spirito Santo faccia tornare sulla retta via quanti vi si allontanano, senza nel frattempo angustiarsi circa lo statuto canonico di questi ultimi, materia teologico-canonica delicata che sta totalmente al di fuori della competenza dei comuni fedeli e che è motivo di controversia persino tra gli specialisti.

Nell’attuale confusione, che rischia di aggravarsi in un futuro non lontano, una cosa è certa: i cattolici fedeli al loro battesimo mai prenderanno l’iniziativa di rompere il sacro legame di amore, di venerazione e di obbedienza che li unisce al successore di Pietro e ai successori degli Apostoli, anche se questi possano eventualmente opprimere le loro coscienze e auto demolire la Chiesa. Se, abusando del proprio potere e cercando di forzarli ad accettare i loro traviamenti, tali prelati arrivassero a condannarli a causa della loro posizione di fedeltà al Vangelo e di resistenza all’autorità, saranno tali pastori, e non i cattolici fedeli, i responsabili di questa rottura e delle sue conseguenze davanti a Dio, al diritto della Chiesa e alla Storia, così come avvenne con Sant’Atanasio, vittima di un abuso di potere, ma una stella nel firmamento della Chiesa.

Approfitto dell’occasione di questa presentazione per ringraziare pubblicamente l’aiuto ricevuto dai miei colleghi Juan Miguel Montes, Federico Catani e Samuele Maniscalco, senza i quali la preparazione del lavoro e la sua pubblicazione non sarebbero stati affatto possibili.

E chiudo queste poche parole con le stesse espressioni che concludono il bilancio quinquennale del pontificato di Papa Francesco, ovvero ribadendo la nostra fede incrollabile e la nostra fedeltà inalterabile al primato di giurisdizione universale del Pontefice Romano e alla sua infallibilità ex cathedra, così come alla verità della fede, contenuta nelle Sacre Scritture e proclamata dal Magistero universale ordinario, dell’indefettibilità della Chiesa. Vale a dire quella proprietà soprannaturale che garantisce la perpetuità e l’immutabilità dei suoi elementi essenziali, fondata sulla promessa di Nostro Signore e consolidata nel versetto di chiusura del Vangelo di San Matteo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20).

Nel mentre, come diceva Plinio Corrêa de Oliveira, “è possibile e perfino probabile che vi siano terribili defezioni. Ma è assolutamente certo che lo Spirito Santo continua a suscitare nella Chiesa mirabili e indomabili energie spirituali di fede, purezza, obbedienza e dedizione che al momento opportuno copriranno ancora una volta di gloria il nome cristiano. Il secolo XX[I] sarà non soltanto il secolo della grande lotta, ma soprattutto il secolo dell’immenso trionfo”.

[1] Op. cit., p. 29.

[2] Ibid., p. 18.

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