Papa Francesco in Iraq, tra realismo e irenismo

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(Luca Della Torre) Per trarre un primo bilancio del viaggio papale in Mesopotamia, occorre analizzare due risvolti fondamentali nella strategia di papa Francesco: il piano apostolico e quello politico in cui la Santa Sede intenderebbe sintetizzare l’agenda diplomatica e geopolitica della presenza petrina nelle relazioni internazionali.

È bene tenere presente che questo è stato il quarto viaggio del Pontefice argentino in un Paese musulmano: prima dell’Iraq il Papa si è recato in Egitto, negli Emirati Arabi Uniti ed in Marocco. Ed è bene rammentare che nel suo precedente incontro con l’imam Ahmad Muhammad Al-Tayeb, Rettore dell’Università egiziana di Al-Azhar, il santuario del pensiero religioso e politico giuridico dell’Islam sunnita, nel 2019, papa Bergoglio pronunciò la frase: «Il messaggio è il nostro incontro».

Questa è esattamente la prima cifra interpretativa della volontà apostolica di Papa Francesco: con l’Islam si deve dialogare – come ha testualmente affermato nel volo di ritorno a bordo dell’aereo Alitalia – attraverso negoziati, preghiere, correzioni reciproche, esponendosi comunque al rischio di un interlocutore che, in verità, quasi mai è sulla stessa lunghezza d’onda dialogica.

La prova provata è data dallo storico incontro a Nadjaf tra Papa Francesco e l’ayatollah Ali al-Sistani, la massima autorità spirituale in Iraq degli sciiti, la corrente religiosa musulmana antagonista feroce dell’Islam sunnita, che si reputa depositaria autentica dell’eredità dell’Imam Ali, genero di Maometto, mentre nel 2019 un altro incontro avvenne con i vertici dell’Islam sunnita all’Università Al-Azhar.


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Questi incontri suggellano quindi un percorso di “dialogo” con l’islam che papa Francesco ritiene essere la soluzione ottimale di una secolare contrapposizione ideale e politica nel quadrante medio-orientale, dominato dai regimi autocratici islamici del Golfo Persico, di Siria, Egitto e dal radicalismo con velleità di potenza nucleare del regime teocratico iraniano sciita a Teheran.

Le due delegazioni, quella del Pontefice e dell’Ayatollah Ali al-Sistani, hanno diffuso poi due distinti comunicati stampa – non uno congiunto, si badi bene, come è prassi diplomatica nei processi politici di pacifica partnership tra istituzioni sovrane – in cui l’appello umanitario alla difesa dei più deboli, dei perseguitati, la pacifica coesistenza di differenti gruppi etnici, religiosi, culturali sarebbe l’obiettivo di un comune sforzo per riportare la pace in terra di Mesopotamia.

Ma proprio qui, da queste irenistiche per quanto pur lodevoli manifestazioni di buone intenzioni, il risvolto politico-diplomatico e geopolitico della azione di Papa Bergoglio pare procedere con una balbettante mancanza di realistica capacità di analisi politica dei limiti invalicabili che costituiscono i bastioni di una logica di pensiero, quella musulmana, che non condivide e non concepisce i fondamenti etici, giuridici e normativi degli ordinamenti politici nazionali e sovranazionali del mondo occidentale.


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Una sintesi efficacissima di questa complessa constatazione viene dall’intervista a tre suore domenicane dell’Ordine di Santa Caterina da Siena, riportata dal Corriere della Sera: «Spesso gli arabi musulmani trattano i cristiani come agenti dell’Occidente. Non sanno che noi eravamo qui prima di loro», osservano.

In realtà, da quando papa Francesco è assurto alla guida della Chiesa cattolica, il quadro internazionale, in particolare in Medio Oriente, delle condizioni di tutela dei fondamentali diritti di libertà delle popolazioni cristiane è permanentemente in “rosso”, con un incremento costante delle persecuzioni, massacri, discriminazioni della fede cattolica.

L’autorevole rapporto “Watch List 2021”, dell’organizzazione ONG americana Open Doors, che ogni anno documenta la condizione dei cristiani nei Paesi più ostili certifica «che il livello di violenza affrontato dai cristiani di origine musulmana è aumentato notevolmente nell’ultimo».


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Concretamente, i cristiani iracheni sono passati da circa 1,5 milioni nel 2003 a 450mila nel 2013, a circa 175mila di oggi, il solo dieci per cento rispetto a vent’anni orsono. Ancor oggi, dopo l’abbattimento del criminale regime terrorista islamico dell’Isis, i cristiani iracheni vengono discriminati sui luoghi di lavoro e vivono sotto l’incubo dell’accusa di blasfemia, se cercano di diffondere il Vangelo e le conversioni al Cristianesimo vengono perseguitate con forme di violenza inaudita, compreso lo stupro nei confronti delle donne musulmane convertite.

La contraddizione del percorso apostolico e politico del Pontefice, per quanto riguarda il dialogo con il mondo musulmano, si coglie nelle sue stesse parole al Corpo Diplomatico nei giorni immediatamente successivi alla sua elezione al Soglio pontificio. Francesco afferma che compito del Pontefice è costruire ponti, con Dio e tra gli uomini; che non si possono costruire ponti senza dialogo, così che ognuno possa trovare nel prossimo un fratello e non già un nemico. Ma non si possono costruire ponti tra gli uomini dimenticando Dio.

Il punto dolente dell’azione diplomatica del Pontefice pare proprio incappare in questa contraddizione: il dialogo è certamente fondamentale, purché sia un dialogo serio. Ricordava il cardinale Jean-Louis Tauran che la prima condizione di un dialogo interreligioso serio è quella di avere un’idea molto chiara del contenuto della propria fede: ogni dialogo autenticamente cristiano inizia con la proclamazione della propria fede, aggiungendo che «siamo si condannati al dialogo», ma non «nell’ambiguità o quando gli interlocutori non hanno un profilo spirituale ben preciso», perché in tal caso nascono il relativismo ed il sincretismo, drammatica prassi sociale che tanta parte del clero e dei cattolici cosidetti “adulti” adotta nella ricerca di un confuso quanto dialogo dalle debolissime radici cristiane. E’ questo un rischio concreto, palpabile, confermato nelle Cancellerie diplomatiche del Medio Oriente.

La rappresentazione plastica di questa realtà paradossale per la fede cristiana nel mondo islamico l’ha fornita mons. Paul Hinder, profondo conoscitore del mondo musulmano, Vicario Apostolico in Arabia, che scrive al riguardo: «Nei nostri colloqui con i musulmani, in particolare con i padroni di casa, noi cristiani non siamo sullo stesso piano. Un colloquio senza padrone, nel termine del senso del filosofo Habermas, qui non ha luogo». La conclusione di mons. Hinder è che «manca un certo comportamento da cristiani. Noi dobbiamo essere testimoni della fede cristiana».

Quando ci comportiamo come se non ci fossero un Dio ed una legge divina, ciò ha conseguenze fatali per il dialogo interreligioso, aprendo le porte al baratro del relativismo, del sincretismo, di una conoscenza molto debole della propria fede.

Vox clamans in deserto, quella del Pontefice nel suo viaggio in Iraq?

Certamente no, ma l’irenico ingenuo ottimismo di tanti facili cantori della Chiesa in uscita, della Chiesa delle periferie esistenziali, di un dialogo con il mondo moderno privo di ancoraggi alla presenza di Dio, dovrà fare i conti con il duro realismo della politica e delle relazioni internazionali, in cui l’identità è e resta il cardine della definizione dei rapporti tra esseri umani e Stati. 

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