Padre Tomas Tyn: ritorno alla metafisica tomista

Padre Tomas Tyn: ritorno alla metafisica tomista
FONTE IMMAGINE: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/) - Autore: Catholic Church
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Tra le figure di spicco del mondo tomista nel secolo scorso emerge quella del padre domenicano Tomas Tyn (1950-1990), del quale nel 2006 è stato avviato il processo di beatificazione dal cardinal Carlo Caffarra.

Nato nell’allora Cecoslovacchia, Padre Tyn entrò nell’ordine domenicano a 19 anni e fu ordinato sacerdote nel 1975. Trascorse gran parte della sua breve ma intensa esistenza a Bologna, immerso in un intensissimo apostolato, radicato nelle profondità della sua assidua contemplazione, fedele al principio del suo Ordine: contemplari et contemplata aliis tradere. Coltissimo, poliglotta, sacerdote e religioso esemplare, morì prematuramente avendo offerto la propria vita per la liberazione della sua patria dal regime comunista.

Padre Tyn fu un tomista nel senso più pieno e stretto del termine. Conosceva san Tommaso in profondità e lo citava spesso a memoria. Seguiva fedelmente la dottrina tomista sia nelle semplici omelie a fedeli o a religiose, sia nella sua attività più specificamente intellettuale. Ma aveva il talento di attualizzare san Tommaso spiegandolo con semplicità, per renderlo accessibile a tutti ed usando un sano senso dell’umorismo che, insieme a commenti arguti, rendevano quanto mai affascinante la sua loquela. «San Tommaso mi sembra un tale gigante – affermò –, che ho sempre gli stessi sentimenti di Savonarola, il quale diceva che leggeva la Summa per esercizio di umiltà. Entrare nella Summa è come entrare in un tempio, in quella elevatezza, come quella di una cattedrale, che toglie il fiato, come Notre Dame di Parigi o altre: viene meno il fiato nel vedere queste volte così slanciate verso l’alto. Analogamente la Summa Theologiae provoca lo stesso effetto di ammirazione, quello che San Tommaso stesso avrebbe chiamato ‘timore riverenziale’».

Con l’acume straordinario del suo intelletto illuminato, padre Tomas non ebbe timore di rivisitare temi filosofici e teologici spinosi, che il modernismo dilagante rischiava di gettare nel dimenticatoio. Egli amava qualificarsi come “tradizionalista” ed “antimodernista”. E certamente lo fu. Tuttavia, ebbe il pregio non solo di riprendere, ma anche di attualizzare principi fondamentali di filosofia e teologia tomista, arricchendoli con la sua genialità e affermando, in tal modo, posizioni nuove e personali. Alcuni temi ebbero per lui una importanza capitale, poiché erano come la radice di tutti gli errori diffusisi in modi diversi nella modernità. Uno di questi è certamente il ruolo dell’intelletto umano.

«L’intellettualità vera – sosteneva – è l’intellettualità classica, non soggettivisticamente sovvertita; è l’intelletto che si mette a servizio della verità e, mettendosi in ubbidienza della verità, si sottomette in ultima analisi a Dio». Ora nulla riporta l’uomo a questa sana intellettualità quanto il tomismo. Affermava: «I sommi Pontefici, quasi idolatri agli occhi dei moderni, raccomandavano ai frati, ai preti e compagnia bella di ritornare a san Tommaso […]. Diceva Giovanni XXIII ai suoi preti: ‘Ite ad Thomam!’, e loro non lo hanno seguito […]. Perché? Perché la depravazione (scusate se parlo schietto), la depravazione dei tempi moderni, (questa moderna calamitas di cui parla Pio X nella Pascendi Dominici Gregis, il grande santo pastore della Chiesa), questa modernistica depravazione consiste anzitutto nel soggettivismo, e non c’è medicina più serena, più buona, più solida, più robusta e più chiara, nel contempo, del tomismo».

Padre Tyn riteneva che la confusione del mondo e della Chiesa contemporanei abbia la sua radice in una filosofia errata, e che l’unico possibile rimedio sia il ritorno al vero e sano tomismo come arma contro il soggettivismo e razionalismo dilaganti. Così disse in una conferenza tenuta ad una comunità religiosa nel 1985: «La confusione comincia con la filosofia, poi si divulga nel popolo cristiano, e quindi bisogna restaurare la filosofia sana, nel senso di Leone XIII: Aeterni Patris Unigenitus spiritus, questa apoteosi del tomismo! (È un) documento bellissimo, il quale raccomanda la sana filosofia di san Tommaso d’Aquino proprio per sconfiggere il razionalismo e soggettivismo dei nostri tristi tempi. […] al giorno di oggi praticamente non c’è filosofo di nome che abbia il coraggio di difendere il realismo epistemologico […]; realismo epistemologico vuol dire che la nostra mente umana è a contatto con la verità oggettiva; […] il democraticismo, questo famoso pluralismo ecc., si rifà a queste orrende dottrine del soggettivismo, le quali poi conducono al disprezzo della verità. La verità, questo fine della intellettualità umana, è anche il fine di tutto l’uomo […] Il nostro intelletto è destinato alla visione del volto di Dio; quindi, la verità è qualcosa che obbliga vitalmente sul piano morale. Perciò niente soggettivismo, niente poi – nella prassi – democraticismo e pluralismo, ma obbligo morale davanti alla verità. […] la natura umana è creata da Dio per conoscere la verità. È una vera e propria perversione dei fini naturali, dell’intelligenza umana, pensare che la nostra intelligenza non sia fatta per conoscere il vero, ma per dubitare, discutere se una cosa appare come appare o se appare diversamente».

Dunque, primato della verità che è conoscibile all’uomo (contro ogni deriva nominalista) e primato dell’intelletto (contro qualsiasi deriva volontarista): san Tommaso pone, infatti, la beatitudine in un atto dell’intelletto.

«Notate che il Concilio Ecumenico Vaticano I – continua padre Tyn – autorevolmente stabilisce questo fatto, che la ragione umana può conoscere delle verità naturali rispetto a Dio, e scomunica (scomuniche tuttora valide, sapete, anche dopo il Vaticano II!) chiunque osasse dire che non è possibile dimostrare l’esistenza di Dio e di tanti Suoi attributi. Ci sono delle verità naturali che sono dei preamboli rispetto alla fede. E non solo san Tommaso, ma tutta la Chiesa, che fa sua la dottrina di san Tommaso a questo riguardo, ci insegna che bisogna approfondire i preamboli della fede, per avere una fede sempre più matura. Mi commuovo talvolta quando sento delle persone buone, ma un po’ fideistiche, e mi preoccupo per quelle anime. Uno potrebbe dire: ‘Ma no, padre, non si preoccupi per quelle anime, sono buoni, credono…’; invece no, la fede emotiva non è fede, le emozioni non sono il soggetto della fede, soggetto della fede è l’intelletto speculativo, c’è poco da fare. Che uno possa amare visceralmente il Cristo, come dice san Paolo, nei suoi fratelli, va bene, però la fede è assoggettata all’intelletto speculativo».

Proprio per questo Padre Tyn fu anzitutto un metafisico. «La mia vocazione tomistica – diceva – si fonda in gran parte su questa convinzione: oggi per condurre anime alla fede e per consolidare la fede, è necessario appoggiarla su una solida filosofia». E questa filosofia è anzitutto la filosofia dell’essere, la metafisica. «Domenico delle Fiandre – nota Padre Tomas – esprimeva un’idea che san Tommaso avrebbe subito fatta sua. Diceva: ‘Qui ignorat methaphysicam, in theologia semper erit peregrinus’, come la maggior parte dei nostri nuovi teologi. Allora i nostri nuovi teologi, che sono molto nuovi ma poco teologi, ebbene non coltivando sufficientemente la metafisica, combinano dei guai, perché la teologia suppone questa cultura metafisica, presuppone i preamboli della fede». «Non c’è da meravigliarsi che la vita moderna si disumanizzi sempre più, bisogna tornare alla metafisica per darle un’impronta di umanità di nuovo. Bisogna elevarsi al di sopra dell’uomo, per diventare uomini».

Con una santa ironia affermava: «Si dice al giorno di oggi: ‘Che prediche astratte dobbiamo sentire! No, concretezza, ci vuole, bisogna parlare del terzo mondo!’. Non voglio esagerare, ma il fatto è questo: bisogna pensare che astrazione è intelligenza. Perché? Perché la nostra mente conosce immaterializzando. L’oggetto, in quanto è materiale e concreto, non è intelligibile, manca di intelligibilità. Diceva già Aristotele, molto saggiamente, ‘de singularibus non est scientia’, e non lo sarà mai». Dunque, la metafisica è necessaria, non è un’opzione: ciascuno evidentemente al proprio livello. Nessuno è obbligato a essere scienziato – dirà Padre Tyn nel 1989 – «ma tutti, scienziati o no, sono tenuti ad essere sapienti, o perlomeno ad amare la sapienza, ad essere filosofi».

«La metafisica che studia l’ente […] – scrisse nel 1986 in un articolo dal significativo titolo La superiorità dell’essere” – e che perciò riflette essenzialmente sull’infinito, non potrà sul piano naturale costituire altro che la più perfetta attuazione dell’intelletto umano e quindi dell’uomo stesso (perché, sia pur detto ad onta dei moderni ‘esistenzialisti’: che cosa abbiamo di più grande della nostra intelligenza? Assolutamente nulla!), la sua beatitudine più intima e connaturale».

Padre Tyn, come anche il Padre Garrigou-Lagrange, aveva individuato nella metafisica la forza del tomismo. Non a caso il capolavoro di questo domenicano della Moravia è la sua monumentale Metafisica della sostanza. Essa altro non è che un invito al pensare metafisico. «Questo richiamo – ha scritto L. Gili presentando l’opera – è […] fondamentale per noi cristiani anche per ragioni teologiche: le proposizioni fondamentali della nostra fede usano infatti le nozioni di sostanza, essenza e persona (si pensi al dogma calcedonese sulla Persona del Verbo o al dogma della transustanziazione eucaristica). Per questo noi cristiani non possiamo rinunciare al pensiero filosofico, ma dobbiamo riscoprirne la bellezza e il perenne valore. Viceversa, non solo abdicheremo alla nostra capacità razionale – il che già è un prezzo assai alto da pagare –, ma non potremo nemmeno esprimere correttamente la nostra fede». Nel giugno 1989, pochi mesi prima della morte, Padre Tyn, tenne a Modena la lezione conclusiva di un corso di medicina, che terminava con queste parole, le quali suonano come un testamento metafisico: «Purtroppo lo scientismo positivistico, quella malattia infantile del pensiero umano, non è stato ancora superato; anzi, ha occasionato pericolosi scivolamenti verso l’irrazionalità primitiva e tribale (si pensi solo alla cultura rock). Occorre allora tornare a contemplare le stelle, a renderci conto che quel poco che con scarsa precisione sappiamo in metafisica ha un valore incommensurabilmente più grande di quel molto che ci insegnano con esattezza sbalorditiva tutte le altre discipline scientifiche messe insieme».

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