Osservatorio sull’intolleranza e sulla discriminazione contro i Cristiani in Europa

 

Sul fronte internazionale, un punto di riferimento è l’Osservatorio viennese “sull’intolleranza e la discriminazione contro i Cristiani in Europa” (Observatory’s Report on Intolerance and Discrimination against Christians). Ogni anno pubblica un report (in inglese) aggiornato sui principali eventi cristianofobici d’Europa. L’ultimo è di 64 pagine. Non sono poche.
Il valore di progetti come questi è che sono riusciti a fissare i contorni del problema, senza sbavature patemiche o incontrollabili toni di allarmismo e vittimismo. Nella migliore tradizione della documentazione giornalistica e accademica è l’obbiettività ad essere il loro parametro d’analisi. I fatti, semplicemente i fatti, come in un laboratorio scientifico.
L’Observatory fornisce le griglie di partenza per comprendere e classificare il fenomeno, griglie alle quali ci terremo anche noi. Ci è sembrato opportuno tradurre alcune fra le pagine più importanti del report del 2011.
La versione originale è scaricabile in questa pagina.

Osservatorio sull’intolleranza e sulla discriminazione contro i Cristiani in Europa.
Report 2011.

Conoscere il problema
1. Terminologia e definizioni
Il fenomeno di intolleranza e discriminazione contro i Cristiani ha ricevuto un ampio riconoscimento sotto diversi nomi.
“Intolleranza e discriminazione contro i Cristiani” è la perifrasi che usiamo per descrivere la negazione dell’uguaglianza dei diritti dei Cristiani e la loro emarginazione sociale.

Il termine intolleranza fa riferimento alla dimensione sociale, il termine discriminazione a quella
legale. Comportamenti intolleranti e discriminatori emergono dall’opposizione verso tratti individuali della fede cristiana o verso posizioni morali che sono intrinsecamente parte della fede cristiana.
Comportamenti intolleranti e discriminatori emergono anche da un negativo, categorico pregiudizio
contro i Cristiani o il cristianesimo in generale. Questo comportamento porta all’utilizzo di diversi settori della società come veicoli di intolleranza e discriminazione contro i Cristiani. Questi settori comprendono:

  • i mezzi di comunicazione o le arti (attraverso stereotipi negativi o mostre profane);
  • livelli governativi (attraverso una legge discriminatoria o una sentenza di parte);
  • livelli politici (l’esclusione dalla sfera pubblica, risoluzioni parlamentari, ecc).

L’intolleranza e la discriminazione contro i Cristiani è anche applicata sul posto di lavoro, nel mondo accademico, e nella sfera privata e sociale.

Cristianofobia o Cristofobia, così come anti-cristianesimo sono i termini comuni per descrivere lo stesso problema.
Persecuzione? In genere non usiamo il termine persecuzione quando si parla di Cristiani in Europa, in quanto si riferisce, per la precisione, al maltrattamento sistematico comunemente conosciuto per descrivere il carcere, la tortura, l’esecuzione capitale o la confisca dei beni.
L’intolleranza e la discriminazione contro i Cristiani possono includere, tra gli altri, i seguenti elementi (lista definita e completata sulla base dei casi che hanno avuto luogo nel 2011):

I) La discriminazione: la negazione dei diritti dei Cristiani
• Violazione della libertà di espressione
• Violazione della libertà di coscienza
• Violazione dei diritti dei genitori per quanto riguarda l’educazione dei figli
• Violazione della dimensione istituzionale o collettiva della libertà religiosa
• Discriminazione delle “uguaglianze” politiche

II) L’intolleranza: emarginazione dei Cristiani
• Esclusione dei Cristiani dalla vita sociale e pubblica

• Esclusione di simboli Cristiani dagli edifici pubblici
• Svantaggi sociali per i Cristiani
• Istigazione, insulto o diffamazione
• Cattiva presentazione dei Cristiani nei media attraverso stereotipi negativi

III) Gli episodi motivati dall’odio
• Crimini contro i Cristiani
• Episodi di odio come l’interruzione dei servizi
• Vandalismo e profanazioni

1. Discriminazione: dove i diritti sono negati sulla base della propria fede Cristiana.
Le leggi discriminatorie, le politiche o le sentenze pregiudicano direttamente e indirettamente la parità dell’esercizio dei diritti e delle libertà. Riferito in particolare al Cristianesimo in Europa, si tratta della libertà di professare la religione, della libertà di parola e della libertà di coscienza, così come dei diritti dei genitori.

Raccomandiamo ai legislatori, insieme all’Assemblea parlamentare dell’OSCE, di considerare attentamente la nuova legislazione e di valutare se quella attuale fornisca il dovuto rispetto della libertà di religione, di parola e di coscienza, soprattutto per quanto riguarda i suoi effetti sulla fede Cristiana.

1.1. Libertà religiosa.
Per libertà di religione si intende il diritto di far crescere i propri figli nella propria la fede, di condividere la propria fede in pace con gli altri, di pubblicare materiale religioso senza
censura, di cambiare la propria religione (per scelta, non per coercizione) o di non praticarla affatto. La dimensione collettiva della libertà religiosa implica il rispetto della pubblica autorità in materia religiosa, attraverso l’autonomia gestionale delle chiese.
La libertà religiosa garantisce alle chiese sufficiente autonomia, utile a soddisfare la loro vocazione secondo la loro fede religiosa e morale. Il disprezzo crescente per la libertà di religione collettiva ha condotto a indebite pressioni e interferenze nelle attività della chiesa.

In casi estremi, questo può portare alla criminalizzazione e alla persecuzione delle sue azioni. In altri casi, la legislazione obbliga indirettamente le istituzioni religiose ad alterare o mettere fine alle loro attività.
I Cristiani diventano indirettamente oggetto di discriminazione quando viene loro negata la libertà di educare i loro figli secondo la loro visione filosofica e religiosa.

Questo avviene attraverso interferenze dirette o indirette delle autorità pubbliche nelle scuole confessionali, nonché in materia di istruzione religiosa nelle scuole non confessionali.
In altro modo, le interferenze potrebbero essere causate dal divieto di non poter evitare classi scolastiche contrarie alle convinzioni religiose e morali dei genitori.
L’appartenenza religiosa di una persona non deve essere motivo di discriminazione sul lavoro. Certe legislazioni, invece, hanno effetti diretti o indiretti sulla situazione lavorativa dei Cristiani. Un’interpretazione restrittiva del diritto di obiezione di coscienza, ad esempio, può causare la discriminazione verso i Cristiani. Allo stesso modo, una separazione troppo rigida fra lavoro e fede personale potrebbe costringere un cristiano a “lasciare o uno o l’altro per il gruppo di pressione”.

1.2. Libertà di espressione.
Voltaire è famoso per questa sentenza: “Non sono d’accordo con ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. La libertà di espressione o di parola è uno dei diritti fondamentali di una società democratica. Questo include il diritto di fare dichiarazioni pubbliche, per quanto impopolari e spiacevoli possano essere.

Questo diritto si applica anche alle pubbliche ammissioni di fede, e permette alle persone di dichiarare la verità, in accordo con la propria fede, quando non siano dirette istigazioni alla violenza. Anche le affermazioni impopolari, sgarbate, irriverenti o stupide sono protette dalla libertà di espressione. La Corte Europea dei Diritti Umani parla anche di “diritto allo scontro”.
La cosiddetta legislazione sui discorsi di incitamento all’odio (hate-speech) è spesso in contraddizione con la fondamentale libertà di espressione.

1.3. Libertà di coscienza.
La libertà di coscienza consente ad un credente di vivere in accordo con le esigenze della propria fede, le quali danno senso alla propria vita. Limitare o negare alle persone il diritto di libertà di coscienza, sottrae significato a questo diritto e viola l’autonomia personale come principale requisito della dignità umana.

1.4. Discriminazione delle politiche di uguaglianza.
Spesso constatiamo un’eccessiva e ampia parità di trattamento o un’eccessiva applicazione della legislazione anti-discriminazione. Questa causa, come effetto collaterale, una discriminazione indiretta dei Cristiani. È quello che chiamiamo discriminazione delle politiche di uguaglianza. Allo stesso modo, la legislazione sui discorsi di incitamento all’odio ha la tendenza a discriminare indirettamente i Cristiani, criminalizzando gli elementi centrali della loro dottrina.

[Titolo del paragrafo: Discriminatory Equality Policies. Il genitivo della traduzione non deve confondere. Il senso che vuole dare l’Osservatorio al paragrafo è che una eccessiva applicazione delle politiche di uguaglianza può creare discriminazione. Apparentemente sembra un’affermazione impossibile o contraddittoria, ma l’iper-uguaglianza non sempre è in grado di tutelare i diritti del singolo. Al contrario, può nascondere un livellamento imposto dall’alto. Soprattutto se al singolo viene chiesto di “rinunciare” ad una o più sue caratteristiche, per rispettare… le caratteristiche di un altro. A quel punto bisogna solo capire quali “caratteristiche” meritano il rispetto e quali invece no, ma si entra nell’arbitrio o nella discriminazione].

2. Intolleranza: dove i Cristiani e le forme di Cristianità sono emarginate.
L’intolleranza religiosa si dimostra in vari modi. Sono in corso tentativi per rendere impossibili le espressioni o l’esercizio pubblico di una religione non tollerata. Quando una simile intolleranza è praticata dallo Stato, spesso diventa discriminazione verso l’esercizio delle libertà fondamentali. Quando è praticata da singole persone o da gruppi, diventa un fenomeno sociale.
Questo fenomeno deve essere riconosciuto e affrontato con misure politiche caute, come campagne di sensibilizzazione, formazione di gruppi professionali, ecc.

Anche le arti sono diventate un luogo privilegiato per l’attività anti-Cristiana. Alcuni degli atti più irriverenti e blasfemi di oggi si trovano, tristemente, nelle esibizioni artistiche. Il campionario varia da dipinti diffamatori a raffigurazioni oscene di ciò che è considerato sacro da molti. L’Osservatorio chiede il rispetto – presso la comunità artistica, gli artisti stessi così come i galleristi e gli ospiti – dell’identità religiosa e delle convinzioni religiose. A quelle opere d’arte, che sono esclusivamente indirizzate a deridere la fede, così come spesso abbiamo testimoniato nei confronti del Cristianesimo, non dovrebbe essere offerto un posto nel palcoscenico.

2.1. Esclusione dei Cristiani dalla vita pubblica e sociale.
La maggior parte degli incidenti sociali non vengono alla luce. I Cristiani tendono a credere che non dovrebbero richiamare l’attenzione sulla loro situazione. Sono imbarazzati o non vedono nessun guadagno nell’essere tollerati solo come un risultato della pressione pubblica.
Molti casi non vengono quindi alla luce e non ricevono l’attenzione che meriterebbero.

2.2. Repressione e derisione dei simboli religiosi.
Usare o mostrare i propri simboli religiosi è un elemento costitutivo della propria fede.
Un osservatore può erroneamente intendere il “mostrare” come un tentativo di proselitismo, come un simbolo di non-tolleranza verso gli altri o verso le altre religioni, o semplicemente vedere in esso un spiacevole ricordo di ciò che la Cristianità rappresenta.
Mentre l’Osservatorio spiega queste come reazioni emotive, non le ritiene una ragione plausibile per limitare la libertà religiosa attraverso la repressione o la rimozione dei simboli. La libertà religiosa include l’utilizzo dei simboli nelle scuole o nei luoghi di lavoro come un’espressione di identità, a condizione che questi non diventino un pericolo per l’ordine e la salute pubblica.

L’Osservatorio chiede inoltre rispetto, quando si parla di simboli religiosi nei luoghi pubblici, per la loro lunga tradizione e per i loro parametri storico-culturali.
Il simbolo Cristiano della croce è qualcosa di più di un simbolo religioso: mostra le radici storiche della società. La sua rimozione non è un atto neutro.

2.3. Insulto, diffamazione e stereotipi negativi.
Insultare in modo generico o fare dichiarazioni offensive sui singoli Cristiani, sulle istituzioni Cristiane o sul Cristianesimo nella sua totalità, nelle trasmissioni o di persona, nei graffiti, nei volantini o nei manifesti, spesso durante cortei o attività politiche, non è solo dannoso ai Cristiani, ma crea ostilità sociale e difficoltà professionali.
Le dichiarazioni umilianti sono una mancanza di rispetto verso la dignità delle persone, indipendentemente dalla loro religione o credenza.

Mentre l’Osservatorio non raccomanda la creazione di nuove leggi contro l’insulto o più deboli forme di diffamazione, consiglia invece di favorire una più accogliente e positiva atmosfera nei confronti della religione in generale e del Cristianesimo in particolare.
Le conseguenze sono gli stereotipi negativi. Si tratta di un processo di standardizzazione e di semplificazione negativa verso un gruppo, basato su assunti a priori. Rinforza pregiudizi già esistenti attraverso la visualizzazione di immagini negative di definizioni Cristiane, di istituzioni e di personaggi famosi nei media (sia in quelli di informazione, sia in quelli di intrattenimento), o delle opinioni dei leader politici. Il corpus dei media, il mezzo più potente per costruire un’opinione consapevole, tollerante e benevola, dovrebbe essere più consapevole dell’emarginazione dei Cristiani, quando seleziona le informazioni e sceglie come rappresentarle.
I leader politici devono anche conoscere bene la loro responsabilità nella formazione di un pensiero pubblico tollerante, e dovrebbero astenersi dagli stereotipi negativi del Cristianesimo.

[Il punto di vista dell’Osservatorio è molto cauto, soprattutto sulle leggi contro la blasfemia. In un suo recente intervento, Mons. Tomasi (Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra) ha sottolineato quanto l’accusa di “blasfemia” sia uno degli strumenti penali più ricorrenti nella persecuzione delle minoranze religiose in Medio Oriente. L’intervento, del 12 settembre 2012, è ben descritto in un articolo di Radio Vaticana del giorno successivo. “Spesso le persecuzioni peggiori avvengono in Paesi dove ci sono leggi che passano per leggi in difesa della religione, come quella contro la blasfemia, ma che in realtà “servono a colpire minoranze religiose”, come i cristiani in Paesi a maggioranza musulmana o come gli appartenenti a una delle correnti all’interno dello stesso Islam che risultano minoranza”.
Fonte: Radio Vaticana]

3. Episodi di odio.
Quando un crimine è condotto dall’odio, alcune leggi penali lo considerano una circostanza aggravante e la definiscono “crimine per odio”. Nei confronti della fede, un crimine di questo tipo è causato dall’avversione al Cristianesimo o verso una persona a causa della sua fede Cristiana.
Si tratta, comunque, di materia del Diritto Penale.

L’Osservatorio raccoglie dati sui crimini per odio contro i Cristiani per mostrare come l’ostilità sia un problema sociale, ma anche perché è importante essere consapevoli dei singoli casi quando l’ostilità trascende.
I crimini per odio sono un tipo particolare di iceberg sociale, che deve essere preso in considerazione dalle società occidentali.

3.1. Episodi di odio.
Un episodio di odio è un atto di disturbo che non costituisce in sé una violazione del diritto penale, ma viola i diritti e le libertà attraverso manifestazioni non criminali. L’atto è condotto dall’odio, nel nostro caso, verso i Cristiani o verso il Cristianesimo.

3.2. Vandalismo e profanazioni.
L’odio verso il Cristianesimo è spesso indirizzato contro edifici ecclesiastici. Atti di vandalismo e di profanazione capitano molto più spesso di quanto non ci si aspetti. Alcune profanazioni portano lo stampo di culti satanici, altri sono l’espressione di un disprezzo del punto di vista morale del Cristianesimo. L’Osservatorio consiglia agli stati europei di raccogliere dati sui crimini per odio contro i Cristiani, in statistiche separate, così da avere un quadro completo del problema e dati comparabili.

3.3. Crimini per odio contro singole persone.
Crimini per odio contro singole persone possono spesso sfociare nella violenza fisica, in un ventaglio che va dalle percosse all’omicidio. I Crimini per odio possono anche essere diretti contro i beni e le proprietà.

 

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