OMOSESSUALISMO: la strategia della provocazione di Veronesi

C’è una buona ed una cattiva notizia. La buona: tutto sommato, la società italiana è ancora sana. È cioè dotata di quell’innato buon senso, ch’è l’altro nome del diritto naturale. Lo dimostrano lo sconcerto e la forte disapprovazione, con cui sono state generalmente accolte le ultime “esternazioni” di uno dei guru del laicismo nazionale, il prof. Umberto Veronesi, secondo il quale, l’“amore” omosessuale sarebbe «più puro» di quello etero, non essendo legato al mero atto procreativo.

Inevitabile il polverone mediatico, dai pro – per la verità “di parte” come quello di Imma Battaglia, presidente di Di’Gay Project, che definisce le sue «parole di verità e di luce» – ai contro – come il Sottosegretario Giovanardi, che gli assegna il premio “Delirio d’Estate” –.

Ma c’è anche una cattiva notizia: il fatto che la maggior parte degli italiani ritenga queste boutades semplicemente frutto dell’età senile di Veronesi, di una lucidità per qualche ragione compromessa oppure di un eccentrico spirito radical-chic ormai d’antan. Crederlo è un errore fatale.

Prima di tutto, perché non è così: queste affermazioni corrispondono anzi ad una meditata strategia rivoluzionaria di stravolgimento ideologico dei valori, su cui storicamente si fonda l’Occidente cristiano.

In secondo luogo, perché è con grimaldelli come questo che, già in passato, in Italia si sono scardinate le fondamenta della famiglia, introducendo il divorzio prima, l’aborto poi, la fecondazione assistita in ultimo, per passare ora ad eutanasia e omosessualismo. Il giochino è molto semplice. Occorre qualcuno “che alzi il vessillo”, che cioè la spari apparentemente grossa: che si chiami Pannella o Veronesi, non importa. L’importante è che sia un nome noto. All’inizio lo prendon tutti o quasi per pazzo. Subito dopo parte il corifeo di populisti, esperti e telepredicatori, che – come capaci fiancheggiatori – creeranno col tempo, poco o tanto, nulla cambia, il retroterra culturale idoneo.

Infine, in modo silenzioso ma letale come un cancro, le nuove parole d’ordine entreranno nel costume nazional-popolare, sino a poter spegnere le ultime sacche di resistenza con banali, ma feroci accuse d’“integralismo”, “razzismo” e quant’altro. Lo dimostra il fatto che la trovata di Veronesi non è né nuova, né estemporanea, anzi si colloca in perfetta linea con un pensiero, che lo scienziato è andato coerentemente e spietatamente enucleando nel corso degli anni: fu ancora lui nel 2006 nel suo libro La libertà della vita a vagheggiare a pag. 83 la clonazione come la forma «migliore di riproduzione della specie umana», perché «nessuno sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner» ed anzi potrebbe vivere «quell’ansia di bisessualità profondamente radicata in noi» e tale da rappresentare una sorta di «Paradiso terrestre».

Il riduzionismo tipico di quelli “alla Veronesi” spinge a non concepire nell’amore in quanto sentimento altro che l’atto riproduttivo, pur decisivo, ma – da solo – limitante e tale da amputare la nostra più vera umanità. Il problema è che di queste “battute” ci si dimentica. Intanto però sedimentano e, in molte coscienze, fermentano. Non a caso riviste e programmi tv specializzati in argomenti scientifici si stan dando un gran da fare ed investendo grandi risorse, per inculcare nella gente l’idea che ad ogni sentimento corrisponda una ed una sola area della corteccia cerebrale: tentativo assolutamente a-scientifico, irrazionale, illogico e disumano. Ma quanti se ne accorgono?

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