Ohran Pamuk, il genocidio armeno e il nazionalismo turco

di Geries Othman
Forse si riapre il processo contro lo scrittore turco, colpevole di aver parlato del genocidio armeno e dei massacri contro i curdi. La Turchia sta scivolando verso un misto di fondamentalismo islamico e di nazionalismo. Fra i segnali: l’amicizia con la Siria e con l’Iran.

Ankara (AsiaNews) – Torna di attualità il famigerato articolo 301 del Codice Penale turco che prevede severe condanne per chi osa portare “vilipendio all’identità nazionale turca”. Nel corso degli ultimi anni esso ha messo a tacere numerosi intellettuali che osavano contestare il “democratico Governo turco”. Nel mirino è ancora lo scrittore Orhan Pamuk, per un caso archiviato da tre anni.

Proprio mentre lo scrittore, primo turco ad essere insignito del Premio Nobel per la Letteratura (2006), si trovava a Firenze per ricevere la laurea honoris causa, si è sparsa la voce che con ogni probabilità dovrà di nuovo comparire di fronte ai giudici turchi per aver “offeso l’identità turca”.

In realtà si tratta di un’accusa ormai vecchia, seppure ben presente nella memoria di tutti.

Nato a Istanbul nel 1952, nel 2005 Pamuk è stato accusato per aver dichiarato  al settimanale svizzero Das Magazin che “noi turchi abbiamo ucciso 30 mila curdi e un milione di armeni e nessuno, tranne me, in Turchia osa parlarne”. È stato però assolto dal tribunale di Istanbul, anche e soprattutto grazie all’intermediazione della comunità internazionale che ha sollecitato la parziale modifica dell’art. 301, approvata nel maggio 2008, cancellando la generica “offesa dell’identità turca” e sostituendola con una più dettagliata “offesa allo Stato o agli organi dello Stato turco”.

Il 14 maggio scorso la Corte suprema ad Ankara ha deciso, però,  di rigettare la decisione del Tribunale di primo grado e di procedere contro Pamuk proprio per aver riconosciuto il suo Paese responsabile del “genocidio” armeno – parola tabù per la nazione turca – ai tempi dell’Impero Ottomano, e commettendo così un grave reato secondo quanto stabilisce il codice penale turco.

Narratore di fama internazionale Pamuk è riconosciuto come uno degli scrittori contemporanei più tradotti, non solo nelle lingue europee. Dal suo esordio, nel 1982, infatti, ha pubblicato nove romanzi e altri scritti, insigniti di prestigiosi premi internazionali in Europa e negli Stati Uniti. Ha elaborato forme narrative originali, benché  complesse e non sempre di facile interpretazioni, attraverso le quali esplora, sotto un punto di vista storico, le problematiche dell’arte, dell’espressione, dell’identità e del rapporto fra le tradizioni dell’Oriente e dell’Occidente. In patria e all’estero Pamuk riscuote un grande successo letterario. Ma nonostante ciò, egli continua ad essere osteggiato da una parte dell’opinione pubblica del suo Paese. Un sottoprefetto di Isparta ha addirittura ordinato la distruzione dei suoi romanzi nelle librerie e nelle biblioteche in tutta sua provincia.

Pamuk, invitato alla Fiera internazionale del Libro a Torino, aveva deciso di non fare cenno a questa questione. In passato egli aveva pure rifiutato di partecipare a dibattiti e discussioni sui mandanti dell’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink, suo amico. A Torino, sollecitato sulla sua vicenda giudiziaria ancora in corso, ha commentato : “Non credo che si tratti di una questione seria, anche se non conosco ancora gli ultimi dettagli, non c’è ancora nulla di ufficiale, ma da quel che ho capito potrei essere nuovamente processato. Purtroppo nella mia nazione la giustizia è politicizzata – ha detto Pamuk  – e voi sapete che se in un paese non c’è libertà non ci può essere neppure vera giustizia. Per questo sento il dovere di parlare liberamente”.

I giornali turchi per ora preferiscono tacere e solo il quotidiano Hurriyet osa accennare a questa probabile nuova apertura di processo. Nessuno dà nulla per certo e tutti mantengono il silenzio, visto quanto si è scatenato negli anni scorsi a livello internazionale proprio intorno al caso Pamuk e all’articolo 301. Molti si augurano che questo episodio non sia l’ennesimo segnale dell’irrigidimento autoritario e nazionalista in corso in Turchia da parte dell’attuale governo, un fatto che va ad aggiungersi ai recenti avvicinamenti alla Siria e all’Iran, confermando il sospetto verso un governo che, dimenticando la laicità kemalista, si dirige verso un Islam più estremista, in cui nazionalismo e fondamentalismo si fondono pericolosamente.  

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