Obiezione di coscienza: anche i medici nel mirino in Scozia

SPUC-Scotland-logoVolevano ribadire e tutelare il loro diritto all’obiezione di coscienza. Non è stato loro consentito. E’ questo il dramma consumatosi in Scozia, dove due ostetriche, Concepta Wood e Mary Doogan, di 52 e 58 anni, sono state costrette, per ordine della Corte Suprema, a partecipare alle procedure abortive compiute presso il Southern General Hospital di Glasgow, ove lavorano. Oppure ad abbandonare il posto. La coscienza o lo stipendio. Contro il buon senso e contro ogni più elementare norma.

Dopo sette anni di continui tira-e-molla giudiziari, finalmente, nel 2013, la corte di Edimburgo aveva dato ragione alle donne, riconoscendo il loro diritto ad astenersi dal cooperare ad atti, che provocassero la morte dei bambini nel grembo delle loro madri, tenendo conto di come ciò violasse le loro convinzioni ed i loro Valori. Poi però sono intervenuti gli uffici locali dell’Istituto di Sicurezza Sociale ovvero il consiglio del Greater Glasgow and Clyde, che han presentato ricorso rispetto a questa decisione, inducendo il giudice a rivedere drasticamente il proprio giudizio. Anzi, a far proprio marcia indietro. Tragicamente. Ritenendo che l’assistere ed aiutare un medico, quand’anche questo sia impegnato in un aborto, non significhi di per sé partecipare ad un’azione diretta. Ed ordina anche ai medici obiettori di indicare alle donne, decise ad interrompere la loro gravidanza, quali loro colleghi possano aiutarle – nome e cognome – nel dar seguito a tale proposito. Benché tale questione non riguardasse l’oggetto della causa in esame.

Le due donne hanno reagito con forza al nuovo verdetto, denunciandone la matrice ideologica: gli aborti, infatti, hanno specificato rappresentare presso il loro ospedale una frazione tanto minima del carico di lavoro complessivo, da non comprometterne l’efficienza, potendosi loro far carico di qualsiasi altra incombenza. Né sostituirle durante gli aborti avrebbe comportato problemi reali per la struttura sanitaria.

La Spuc-Società per la Protezione del Bambino non nato ha commentato la sentenza, ritenendo probabile che tale decisione possa indurre altre ostetriche, favorevoli alla vita, a lasciare il mestiere nelle mani delle fautrici dell’aborto. Con evidenti ripercussioni, conseguenze e drammi.

Ha specificato peraltro Paul Tully, segretario generale dell’organizzazione Spuc: «La Corte ha tratto spunto da questo caso, per decidere anche di non ritenere applicabile la clausola dell’obiezione di coscienza, benché inclusa nell’Abortion Act, ai sanitari di Medicina Generale ed a quanti operino negli ospedali per la prescrizione di farmaci abortivi. Ciò significherà nuove pressioni da parte dei funzionari sui medici obiettori, per costringerli o a violare il rispetto della vita umana o ad abbandonare il loro lavoro. La nostra organizzazione intende sostenere ed incoraggiare quanti intendano resistere» ai nuovi casi di stalking professionale, prospettati da tale sentenza.

Anthony McCarthy, direttore dello Spuc e legale delle due ostetriche, ha preannunciato ricorso alla Corte europea dei Diritti Umani, per non consentire che venga calpestato non solo il credo religioso, ma anche la libertà di coscienza di ogni cittadino.

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