Obama in Turchia: una nuova pagina, con qualche dubbio

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La visita del presidente americano vuole sostenere l’entrata della Turchia in Europa e il dialogo fra le civiltà e con l’Islam. Messi sottotono la questione armena e curda. Vi sono anche manifestazioni di protesta e qualche critica. 

Istanbul (AsiaNews) – Accompagnato dal  premier Tayyip Erdogan, il presidente americano Barack Obama ha visitato oggi i luoghi simbolo di Istanbul tra cui la Moschea blu e la chiesa di Santa Sofia. Da due giorni in Turchia, egli sta tentando di ravvivare l’amicizia fra Washington ed Ankara, e con il mondo islamico. Ma non tutti ci credono.

Dopo aver sollecitato a Bruxelles l’Unione Europea ad accogliere la Turchia nel gruppo dei 27, provocando l’opposizione dei francesi e la fredda reazione dei tedeschi, il presidente americano ha ribadito la sua posizione qui in Turchia. Ieri nella capitale ha affermato: “Gli Stati Uniti sostengono fortemente la volontà della Turchia di diventare membro dell’Unione Europea. La Turchia è legata all’Europa da più di un ponte che attraversa il Bosforo”.


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La Sublime Porta, gli armeni e i curdi


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Già prima del suo insediamento alla Casa Bianca, Obama aveva preannunciato un suo possibile discorso in un’importante città islamica nello sforzo di cambiare marcia nelle relazioni tra gli Stati Uniti, il mondo musulmano e in maniera particolare la Turchia. I rapporti tra Ankara e gli Usa si erano un po’ sfilacciati dopo la guerra in Irak, la questione curda delle basi del Pkk nel nord dell’Irak e soprattutto per i ricorrenti timori turchi sulla scelta della nuova amministrazione americana di sostenere il riconoscimento del cosiddetto e controverso genocidio degli armeni del 1915 nell’allora Impero Ottomano.

Decidendo di visitare il Paese della Sublime Porta, Obama ha dato una sterzata all’unilateralismo di Bush, ma con cautela e ponderata diplomazia. Da una parte egli ha deciso di non compromettersi sulla questione armena,  dicendosi però incoraggiato dai negoziati avviati da Turchia ed Armenia per risolvere i loro contenziosi; dall’altra non ha esitato a creare una piattaforma comune in grado di rafforzare le relazioni bilaterali tra Ankara e Washington per mettere a punto una serie di strategie che permettano “di avvicinare l’Occidente e il mondo musulmano”.

Non poteva essere diversamente: Ankara rimane l’unico Paese a maggioranza islamica della Nato, ed è “un’alleata cruciale”, la cui presenza è rilevante soprattutto per la strategia statunitense in Medio Oriente, ed è decisiva la possibilità che la Turchia possa divenire sempre più agevolmente la più importante base logistica in vista del ritiro delle truppe americano dall’Irak. Senza parlare del fatto che la Turchia continua ad essere un centro nodale energetico fondamentale tra Europa e regioni del Mar Caspio, a cui non si può rinunciare.


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Lotta al terrorismo, pace in Medio Oriente, impegno contro la proliferazione nucleare sono i temi, affrontati da Barack Obama, quinto presidente Usa che fa visita alla Turchia.

Scaltro e dai toni alquanto conciliatori, Obama ha citato un proverbio turco: “Non si può spegnere un incendio usando le fiamme”. “La forza, da sola, non può risolvere i problemi – ha detto – E non può essere un’alternativa all’estremismo. Il futuro deve appartenere a chi crea, non a chi distrugge”. E a questo proposito ha ammonito l’Iran a scegliere “tra creare un’arma nucleare o creare un futuro per il suo popolo”, ribadendo il sostegno ad Ankara “contro le attività terroriste del Pkk”, i separatisti curdi.

Sorrisi, calda accoglienza e strette di mano sul piano ufficiale, ma i sondaggi indicano che nella popolazione turca in pochi vedono di buon occhio il rafforzarsi dell’alleanza con Washington, soprattutto a causa dello stretto legame fra Usa e Israele. Non a caso la visita di Obama è stata accolta da cortei di protesta con conseguenti scontri tra manifestanti e polizia in diverse città della Turchia.

L’Alleanza delle civiltà

Dopo la sosta ad Ankara, oggi è la volta di Istanbul, per presenziare al II Forum dell’”Alleanza delle civiltà”. Il primo a lanciare l’idea di questo meeting mondiale fu Zapatero  nel 2004,  in piena guerra irachena, con Bush all’apice della sua parabola politica. A quei tempi parlare di “alleanza” e non di “scontro” di civiltà sembrava un’utopia controcorrente. Il premier spagnolo aveva ritirato le truppe del suo paese dall’Irak, attirandosi per i quattro anni consecutivi la rottura dei rapporti con l’America. Poi, nel 2005, l’Onu trasformò questa idea in un organismo ufficiale, con l’obiettivo di promuovere la convivenza pacifica e il dialogo tra culture e religioni diverse e fornire un contributo per la comprensione reciproca, e il più convinto sostenitore fu proprio il premier turco Recep Erdogan. Ma il primo forum a Madrid (gennaio 2008), a cui avevano partecipato premi Nobel, ex presidenti e studiosi da tutto il mondo, era stato un mezzo fiasco per l’assenza quasi totale dei veri leader politici. Con il cambiamento alla Casa Bianca, per l’ “Alleanza” si sono forse aperti nuovi orizzonti.

All’evento, in collaborazione con il governo turco, partecipano leader mondiali, capi di organizzazioni internazionali e grandi imprese, rappresentanti dei media, della società civile e gruppi giovanili. Tra i partecipanti, oltre ovviamente a Tayyip Erdogan, primo ministro della Turchia e Luis Rodrìguez Zapatero, capo del governo spagnolo, il segretario generale Onu Ban Ki-Moon e Jorge Sampaio (Unaoc), ma anche esponenti religiosi di primo piano tra cui il patriarca greco ortodosso Bartolomeo I.

E oggi, ospite d’onore, anche Barak Obama, che ha incontrato i leader religiosi in Turchia, sia cristiani che musulmani, tra cui pure il patriarca armeno Mesrob II, il rabbino capo di Istanbul Isak Haleva, l’alto funzionario islamico di Istanbul, Mufti Mustafa Cagrici, e l’arcivescovo ortodosso siriano Yusuf Cetin. Rivolgendosi al mondo musulmano ha ribadito con ancor più forza che “Gli Stati Uniti non sono e non saranno mai in guerra con l’Islam e che gli USA devono considerare i musulmani come amici, vicini e partner per combattere l’ingiustizia, l’intolleranza e la violenza. E forgiare una relazione fondata sul rispetto reciproco e sugli interessi comuni”.

C’è chi dubita, però, che questa “svolta di valori” sia solo una nuova strategia politica e militare.

di Geries Othman

Link:  http://new.asianews.it/index.php?l=it&art=14934

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