“Nozze gay”: ecco perché la Corte Suprema Usa fa Ponzio Pilato

Bobby JindalLa stampa italiana ha interpretato l’accaduto a modo suo: così se la Corte Suprema degli Stati Uniti lo scorso 6 ottobre si è rifiutata di prender in esame i ricorsi promossi contro le cosiddette “nozze gay” in cinque Stati della Federazione, per i nostri giornali avrebbe in realtà “deciso” di non rimettere in discussione le sentenze che le liberalizzarono. Il guaio è che si tratta di una situazione esattamente opposta ovvero con una Corte Suprema che non solo di decisioni non ne ha prese, ma addirittura che si rifiuta di prenderle, attuando una sorta di desistenza passiva. Con la conseguenza, questo sì, di spalancare col proprio silenzio le porte ai matrimoni omosessuali nell’Indiana, in Oklahoma, nello Utah, in Virginia e nel Wisconsin, ove queste “celebrazioni” erano state precedentemente sospese, perché definite illegittime proprio dai ricorsi presentati.

La decisione, anche negli Usa, ha provocato grande sconcerto, da una parte e dall’altra: secondo il New York Times, significa che il massimo organo giurisdizionale non intende intervenire, costringendo per ora ad applicare i verdetti dei tribunali minori, guarda caso tutti favorevoli alle “nozze gay”. Per poi attendere al varco che qualche Corte d’Appello emetta una sentenza contraria, estendendo così il divieto ad un intero Stato. Solo a quel punto la Corte Suprema sarebbe costretta a pronunciarsi, a decidere se accordare a tali coppie lo stesso valore dell’unico matrimonio naturale possibile, quello fondato sull’unione tra un uomo ed una donna. La sua speranza è che, per allora, la maggioranza degli Stati confederati le abbiano già approvate a livello politico, ponendola così nella comoda condizione di limitarsi ad una sorta di “presa d’atto”.

Per il New York Times, la Corte Suprema manterrebbe quindi la stessa politica inibitoria, cui si attenne già a proposito del matrimonio interrazziale negli Anni Sessanta: anche allora la sua strategia consistette nell’attendere che 34 Stati lo approvassero, per poi, nel 1967, constatare semplicemente l’accaduto, dichiarando pertanto illegittime tutte le norme, che proibissero le unioni tra bianchi e negri. Certamente è un po’ il ruggito del coniglio, di chi cioè vuol levarsi dalla scomoda posizione di assumersi responsabilità, lasciando che siano gli altri a sbrigarsela, per arrivare buoni ultimi a dir, con le spalle alzate, che “così fan tutti”. Ma qui la posta in gioco è ben diversa.

Per il momento, checché scriva la stampa italiana con toni trionfalistici, grazie a Dio non è ancora detta l’ultima parola, tutt’altro: a leggere i nostri quotidiani sembra quasi che, bruciando le tappe, le “nozze gay” negli Usa si stiano affermando ovunque. Nient’affatto. Attualmente sono vietate in 31 Stati su 50, sebbene la decisione di lunedì scorso stia cambiando le carte in tavola e modificando per via giudiziaria l’assetto amministrativo e politico della Confederazione, portando da 19 a 24 il numero degli Stati “gay friendly” in questo senso e ridisegnando la mappa a stelle e strisce: 26 per il no, 24 per il sì. Mentre in bilico restano gli Stati di per sé contrari, ma in cui una Corte federale qualsiasi abbia già definito “incostituzionale” tale divieto come nel Colorado, nel Wyoming, nel Kansas, nel West Virginia, nel North e nel South Carolina.

Da quando, lo scorso anno, la stessa Corte cancellò dal Defense of Marriage Act il passaggio, con cui si definiva “matrimonio” soltanto quello tra persone di sesso diverso, pare che l’allegra macchina da guerra omosessista, complice una Presidenza Usa più che compiacente, abbia decisamente premuto l’acceleratore e voglia giungere al risultato al più presto possibile.

Ma potrebbe esserci un’incognita, rappresentata dalle elezioni di metà mandato, tra un mese. Le forze più conservatrici non hanno infatti gradito la pilatesca soluzione estratta dal cilindro della Corte Suprema, che ha deciso di non decidere, e la campagna elettorale per il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti, nonché d’un terzo del Senato, potrebbe su questo punto tornare a farsi ora incandescente. La Chiesa Cattolica, dal canto suo, qui per niente tiepida, ha già espresso a chiare lettere e senza giri di parole il proprio “no” al riconoscimento delle “nozze gay”. Diversi esponenti soprattutto del partito repubblicano – purtroppo in merito tutt’altro che compatto – hanno rialzato la testa, come il governatore della Louisiana, Bobby Jindal (nella foto), che ha dichiarato: «Io da sempre credo nel matrimonio tradizionale. Non sono una banderuola al vento come Barack Obama e Hillary Clinton. Per me il matrimonio deve rimanere quello tra uomo e donna». Ora gli elettori, generalmente di estremo buon senso, possono realmente fare la differenza e spazzar via col loro voto le assurde strategie della lobby omosessista.

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