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Il vulnus diventa uno squarcio. Il papa corregge il card. Sarah

Il vulnus diventa uno squarcio

I processi innescati a ritmi incalzanti da una Santa Sede irriconoscibile stanno portando la Chiesa verso un altrove che ne ribalta l’identità e la funzione. La Verità è tradita e addirittura ribaltata. Ormai chi tace è complice. Non basta più neppure la “correzione formale” all’Amoris Laetitia, che pure si sta facendo attendere. Una Correctio dei cardinali – quella filialis più recente già allarga al modernismo e alle derive protestantizzanti – non potrà che essere ampia e avere il suo focus nella Liturgia, fonte e culmine di tutto. Dov’è il nostro Atanasio?
La spinosa e vexata questio era stata da noi tempestivamente sollevata qui. Ciò che si temeva purtroppo sta accadendo a ritmi sempre più serrati confluiti nel motu proprio Magnum principium. Siamo al ‘rompete le righe’ col decentramento alle Conferenze episcopali della preparazione dei libri liturgici, che mina l’unità e dell’universalità de La Catholica.

Recentemente è intervenuto il Cardinal Robert Sarah, con una nota che attenua la svolta rivoluzionaria favorita dal Motu Proprio Magnum Principium. alla cui stesura, come già osservato, egli era stato tenuto estraneo.

Oggi la Nuova Bussola Quotidiana registra un caso senza precedenti. Giorni fa aveva pubblicato la nota del card. Sarah dando risalto, come noi, al fatto che egli proponeva una interpretazione del motu proprio nel senso di limitare l’autonomia delle Conferenze episcopali nella traduzione dei testi liturgici. Ora il papa in persona chiede la pubblicazione della sua lettera autografa al Prefetto per la Congregazione del Culto divino, che ne smentisce l’interpretazione. Il card, Sarah ha sottolineato la distinzione tra confirmatio e recognitio in ragione dell’effetto prodotto : la confirmatio attiene semplicemente alla traduzione della edizione tipica latina; la recognitio riguarda nuovi testi e modifiche rituali. Esse tuttavia si configurano come atti identici avuto riguardo alla responsabilità della Santa Sede. Il che renderebbe ancora possibile una analisi dettagliata del tutto, a garanzia dell’unità della Chiesa, messa a rischio da un decentramento che amplia le responsabilità delle Chiese locali.
L’anomalia sta anche nel fatto che il papa corregge il Prefetto del Culto Divino con le proposizioni del Segretario della stessa Congregazione.

Riporto di seguito il commento de la NBQ alla Correctio, questa volta, papale. Come si temeva, si va in direzione di una vera e propria “devolution” liturgica:
… Egli [il Papa] precisa infatti che i due procedimenti – confirmatio e recognitio – non sono identici e che nell’esercizio di queste due azioni si dà una responsabilità «diversa» sia da parte della Santa Sede, sia da parte delle Conferenze Episcopali:
La recognitio «indica soltanto la verifica e la salvaguardia della conformità al diritto e alla comunione della Chiesa». È una frase un po’ ermetica ma che va probabilmente interpretata con le parole del commento con cui monsignor Artur Roche, segretario della Congregazione per il Culto Divino, ha accompagnato la pubblicazione di Magnum Principium: «La recognitio (…) implica il processo di riconoscimento da parte della Sede apostolica dei legittimi adattamenti liturgici, compresi quelli “più profondi”, che le conferenze episcopali possono stabilire e approvare per i loro territori, nei limiti consentiti. Su questo terreno d’incontro tra liturgia e cultura, la Sede apostolica è chiamata dunque a recognoscere, cioè a rivedere e valutare tali adattamenti, in ragione della salvaguardia dell’unità sostanziale del rito romano».
La confirmatio è l’atto sul quale la lettera papale centra di più l’attenzione. È detto chiaramente che il giudizio sulla fedeltà delle traduzioni con l’originale tipico latino è delle Conferenze Episcopali, «sia pure in dialogo con la Santa Sede». La quale Santa Sede, nel concedere la confirmatio, non attuerà più «un esame dettagliato parola per parola», eccetto casi evidenti di formule rilevanti come le preghiere eucaristiche o le formule sacramentali. Insomma molta più libertà alle conferenze episcopali.
Nella lettera al cardinal Sarah poi, il Papa spiega che vanno ricomprese o abrogate alcune parti di Liturgiam Authenticam (2001), il documento normativo per le traduzioni attualmente in vigore. «Vanno attentamente ri-compresi» i nn. 79-84, che riguardano l’approvazione della traduzione e la recognitio della Sede Apostolica; «sono decaduti» invece i nn. 76 e 80. Quest’ultimo è incentrato sulla recognitio, ed è stato ovviamente riformulato, mentre il n. 76 richiedeva alla Congregazione di partecipare «in maniera più stretta al lavoro di preparazione delle traduzioni nelle principali lingue».
Un ulteriore passaggio della lettera del Papa richiede attenzione. Dice infatti che «Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgiam Authenticam, così come veniva effettuato nel passato». Tale affermazione unita all’altra secondo cui una traduzione liturgica “fedele” «implica una triplice fedeltà» – al testo originale, alla lingua della traduzione, alla comprensibilità dei destinatari – lascia intendere che Magnum Principium è inteso come l’inizio di un processo che può portare molto lontano.

Quid de nocte?

Mentre per le considerazione sul merito e le conseguenze del provvedimento rimando alle riflessioni ampiamente consultabili dai link sopra riportati, ripeto qui alcuni elementi conclusivi.

Oggi appare ben chiaro come tutto l’impianto delle innovazioni e l’apparato concettuale che lo sottende sia fondato, già in nuce, su un’idea rivoluzionaria di Chiesa di conio vaticansecondista, che non fa altro che citare all’infinito documenti conciliari e post-conciliari che si richiamano l’un l’altro legittimandosi a vicenda, le cui variazioni – ormai vere e proprie rotture – si fanno sempre più audaci ad ogni tappa successiva, in continuità esclusivamente all’interno del loro nuovo impianto paradigmatico, ma senz’alcun legame, e quindi in discontinuità, col magistero perenne ritenuto obsoleto per definizione. Nel contesto in esame l’innovazione non espressa nei testi citati, ma che è alla radice di tutto è collegialità. Per approfondire devo riproporvi la lettura dell’articolo: Collegialità episcopale o episcopato subordinato? Le implicazioni nell’Amoris Laetitia , insieme a quella di tutti i precedenti che richiama. Ribadisco di seguito considerazioni che ripeterò ad nauseam finché non ci sarà chi di dovere che ne tragga le conseguenze pratiche per poter ripareggiare la verità.

Il nocciolo del problema è che oggi, a partire dal concilio ‘pastorale’, nessun papa si è più pronunciato, né – per come stanno ora le cose – più si pronuncerà ex cathedra (e dunque impegnando l’infallibilità). E ciò anche in virtù del nuovo paradigma di ‘tradizione vivente’ in senso storicista che assegna la facoltà di riformare la Chiesa alla Chiesa del presente secondo la ratzingeriana ermeneutica della riforma intesa come rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa che cambia ad ogni epoca, commisurata alla cultura del tempo e realizza la lettura del Vangelo sulla base di quest’ultima, anziché viceversa.  Per cui, mentre da un lato il card. Burke può dire che l’esortazione Amoris Laetitia non è Magistero perché non riafferma l’insegnamento costante della Chiesa e non implica adesione de fide, dall’altro il card. Shönborn può affermare che essa è Magistero e come tale va accolta e il credente vi si deve adeguare. Ma finché non si metteranno d’accordo sulla giusta collocazione del soggetto-Chiesa rispetto all’oggetto-tradizione, la confusione continuerà a regnare sovrana con gravi conseguenze per la salus animarum.

Finché non si prenderà atto che gli aspetti ribaltanti dell’eredità conciliare sono i veri nodi da sciogliere, il nostro impegno di riaffermazione della verità secondo il Magistero perenne sarà utile per le anime libere, potrà continuare a defluire come una vena aurea cui attinge chi la trova o come un canale carsico che potrà riaffiorare al termine di questa notte oscura, ma oggi non può avere alcuna efficacia su una realtà così deformata e deformante. E la stessa grave solennità di una possibile correzione canonica, – rischia di non ottenere i risultati voluti e sperati. A meno che non intervengano fattori o si destino altre rette volontà al momento impensabili.

Non sono più tollerabili pronunce dall’improprio soglio mediatico o tramite interviste., conferenze, incontri. Un ordo mirabile si è trasformato nel trionfo dell’informe. Proprio stamane citavamo Chesterton sulla fossilizzazione di Lutero, che rispecchia esattamente i processi che stiamo subendo oggi e le loro conseguenze:
“Un fossile non è un animale morto, o un organismo in decomposizione, o in sostanza neppure un oggetto antiquato. Il dato essenziale di un fossile è che esso è la forma di un animale o di un organismo, dalla quale è completamente scomparsa tutta la sua sostanza animale o organica; ma che ha mantenuto la sua forma, perché è stata riempita da una sostanza totalmente diversa grazie ad un processo di distillazione o secrezione. Tanto che potremmo quasi dire, come nella metafisica medievale, che la sua sostanza è scomparsa e solo i suoi incidenti rimangono.”
Non basta più neppure la “correzione formale” all’Amoris Laetitia, che pure si sta facendo attendere. Una Correctio dei cardinali – quella filialis più recente già allarga al modernismo e alle derive protestantizzanti – non potrà che essere ampia e avere il suo focus nella Liturgia, fonte e culmine di tutto. Dov’è il nostro Atanasio?

 

Maria Guarini

chiesaepostconcilio.blogspot.it