Verità e coscienza. Le insidie degli equivoci nel dialogo coi non credenti

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br cie(di Paolo Deotto su Riscossa Cristiana) La grande confusione in cui vive la Società contemporanea, priva di punti di riferimento che possano orientare le scelte in ogni settore, e principalmente in quello etico e in quello politico (al primo strettamente legato, se si vuole una politica al servizio dell’uomo), colpisce inevitabilmente anche la Chiesa, sulla quale sappiamo che le porta degli inferi non prevarranno, ma che tuttavia, essendo formata da uomini, e quindi da peccatori, non sempre riesce ad esprimersi con quella ragionevolezza necessaria affinché il suo messaggio non dia adito a mille equivoci.

La preoccupazione dell’apertura al mondo e del dialogo è senza dubbio buona e giusta, naturalmente purché non si perdano di vista le reali finalità di questo “dialogo” e purché non si scordi che la Chiesa cattolica è da sempre aperta al mondo, proprio perché da Cristo ha ricevuto un preciso ordine: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato” (Mc, 16, 15-16). Anzitutto quindi consideriamo questo punto fermo: la missione che Cristo dà agli apostoli e quindi alla Sua Chiesa: la conversione del mondo. “Chi non crederà sarà condannato”.

In quest’ottica di missionarietà, imprescindibile per la Chiesa, il “dialogo” può allora avere solo un fine: l’annuncio della Verità – che per sua natura e per esigenza della ragione non può che essere unica – e la conseguente conversione del non credente, al fine della sua salvezza.

Ma la Verità non è un concetto astratto o un insieme di regole. “ Io sono la Via, la Verità e la Vita; nessuno può venire al Padre mio se non per me” (Gv, 14, 6). Custode della Verità fino al ritorno di Cristo alla fine dei tempi è la Chiesa, da Cristo istituita e alla quale Cristo, stabilendo il Primato di Pietro, consegna le chiavi del Regno dei Cieli (Mt, 16, 18-19).

Queste premesse ci rendono più chiara l’affermazione che tutti noi conosciamo fin dal tempo in cui studiammo il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Fuori dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana nessuno può salvarsi”.

Senza dubbio poi tra i “non credenti” (ma ciò accade anche tra i credenti) si possono distinguere coloro che fanno opere buone dai malvagi. Ma anche per i “non credenti” che vivono una vita onesta non può non valere la parola di Cristo: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato”.

Inoltre dobbiamo considerare un fatto essenziale: realmente il non credente può vivere una vita “onesta” non aderendo alla Verità, che non è un concetto astratto, ma è incarnata nella Persona di Cristo? Stiamo attenti al concetto di “onestà”, facilmente definibile in un moralismo vago, inevitabilmente vago perché, se non ha un riferimento unico e preciso, Cristo e quindi la Sua Chiesa, non potrà non cadere nel relativismo, perché ognuno interrogherà la sua coscienza, ma la interrogherà solo in base ai suoi propri criteri, venendo così a generare mille diverse “verità” dalle quali attingere mille diverse definizioni di “onestà”.

La mia coscienza può suggerirmi di essere un cittadino rispettoso delle leggi. Benissimo. E quando queste leggi contraddicono la legge di Dio (ci basti, a titolo di esempio, la empia legge sull’aborto), se io, non credente, ad essa non faccio costante riferimento, come potrò realmente vivere rettamente?

Ma soprattutto come posso io, essere razionale, accettare che possano esistere mille verità? È questa una palese contraddizione in termini, del resto inevitabile perché la comune esperienza quotidiana ci mostra come l’uomo, con le sole sue forze, non sia in grado di conoscere la Verità. Se la frontiera della Verità è in continuo movimento, ciò che ne ricavo è solo un profondo smarrimento, perché, per quanto mi sforzi, non riuscirò mai a “costruire” un sistema di verità assoluta che possa saziare quel bisogno razionale che, appunto, mi spinge a cercare la verità.

Le conseguenze: potrò vivere nel cinismo, potrò costruirmi degli idoli (la “legalità” è il più diffuso) oppure potrò prendere la rivoltella e puntarmela alla tempia, e tirare il grilletto.

Torniamo quindi a quanto dicevamo all’inizio. Possiamo davvero constatare quanto grande sia la nostra responsabilità di fronte ai non credenti, laddove per “nostra” intendiamo la responsabilità di ogni membro della Chiesa, ma principalmente dei Pastori, che hanno ricevuto da Nostro Signore il compito di guidare il gregge non per le facili vie del mondo, del perbenismo e della popolarità, ma per la strada che conduce alla salvezza.

La Verità non è un concetto, ma è Cristo stesso. “Cos’è la verità?” si chiede il tormentato Ponzio Pilato, ma non sa fare il passo in più, e pensa di scaricarsi la coscienza lasciando il Figlio dell’Uomo in balia di quanti lo vogliono morto, facendone una questione di “ordine pubblico”, per evitare tumulti. L’Innominato sa fare il passo in più e tormentato dalla voce di Dio che gli richiama l’enormità del male commesso, abbandona il suo orgoglio, andando dal Cardinale. Quest’ultimo non lo invita a interrogare la sua coscienza, la stessa che gli aveva permesso di vivere una vita criminale, ma lo spinge a riconoscere, finalmente, la Verità che è fuori di lui, che lo trascende e lo richiama. Allora, solo allora, quado l’Innominato apre finalmente il suo cuore a Dio, la coscienza inizia a parlargli rettamente e lo spinge a riparare ai crimini commessi e a operare per il Bene.

Due grandiose figure a confronto! L’Innominato, che fu grande nella scelleratezza, ma che ha un bisogno insaziabile di Verità e quindi di razionalità. Il Cardinale, che lo porta a Dio proprio perché sollecita la sua razionalità, invitandolo a riconoscere la voce di Dio in quel richiamo che lo tormenta. Il Cardinale non parte dal discorso moralistico, parte dalla constatazione della realtà, e il suo poderoso e malvagio interlocutore si converte perché trova finalmente risposta al suo tormento facendo l’unico atto razionale possibile: aprire il cuore alla Verità.

Cosa può essere allora la “voce della coscienza” se non la Voce di Dio che parla al nostro cuore? Ma come può parlare al nostro cuore, se anzitutto non aderiamo alla Verità, ossia a Cristo e alla Sua Chiesa? Non possiamo invertire i tempi, richiamare la coscienza, in attesa che questa ci porti, per chissà quali strade, alla Verità. Restando all’esempio che ci è caro, l’Innominato non si ritira in meditazione ed elucubrazioni, ma parte dal suo castello per recarsi laddove ha intuito che c’è la risposta al suo tormento: dal Cardinale, dal Pastore che ha il compito di portare il gregge alla salvezza.

Ho fatto queste riflessioni, né certo mi voglio definire teologo, perché sempre più avverto anche negli uomini di Chiesa quel fumo della irragionevolezza che fa perdere gli itinerari giusti per arrivare alla nostra meta essenziale, la salvezza. Troppo spesso si propone un discorso moralista, vagamente buonista, forse nel timore di non risultare “sgraditi” al mondo. Ma questo approccio non porta a nulla e questo lo capisce anche un modesto peccatore come chi scrive, perché basta tenere a mente le parole di Nostro Signore e l’insegnamento del Catechismo della Chiesa cattolica: “Fuori dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana nessuno può salvarsi”. Chi si converte, solo chi si converte e si mantiene nella Fede grazie ai Sacramenti della Confessione e dell’Eucarestia può ragionevolmente interrogare la sua coscienza.

Se non accettiamo questo assunto possiamo allora pensare, e Dio ci scampi da tali pensieri, che il Vangelo e lo stesso sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo siano, fondamentalmente, degli “optional” sulla via della salvezza.

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