Ureta, Sinodo: con questi invitati, sappiano già come sarà la festa… - Corrispondenza romana
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Ureta, Sinodo: con questi invitati, sappiano già come sarà la festa…

(Marco Tosatti, José Antonio Ureta – 26 settembre 2019) Cari Stilumcuriali, abbiamo ricevuto esclusiva una riflessione di José Antonio Ureta sul prossimo Sinodo sull’Amazzonia, e Stilum Curiae è lieto e onorato di farvene partecipi. Come sapete questo evento si presenta con tutte le possibili peggiori caratteristiche possibili, sn dal suo incipit, che sarebbe l’Instrumentum Laboris; avrà le caratteristiche di non trasparenza e di non libertà dei due Sinodi che l’hanno preceduto durante regime del Pontefice Regnante, e la lista dei partecipanti, resa nota solo pochi giorni fa, è una garanzia che sarà molto difficile che si levino delle voci a contrastare le stramberie di cui il documento preparatorio ci ha già dato un succoso assaggio. Ma leggete che cosa ha scritto il dott. Ureta. 

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Sinodo: con questi invitati, sappiamo già come sarà la festa…

José Antonio Ureta

In un matrimonio o in una qualsiasi festa di famiglia, a rivelare le preferenze dell’anfitrione è la lista degli invitati personali, visto che i parenti devono essere convocati comunque. Succede lo stesso per l’imminente Sinodo sull’Amazzonia.

Vi sono i partecipanti obbligatori, come i capi dicastero della Curia romana e i vescovi della regione amazzonica: forse alcuni di loro non sono particolarmente graditi al Papa, ma si è costretti ad invitarli.  Poi ci sono i partecipanti non previsti dai regolamenti, ovvero quelli che il Papa invita a titolo personale, perché vuole dimostrare loro la sua vicinanza (per esempio, i cardinali Marx e Schönborn), o perché contribuiscono con fondi economici (ad esempio i direttori di Misereor ed Adveniat, le agenzie tedesche che finanziano sia la Rete Panamazzonica sia le attività parallele al  Sinodo), oppure perché simpatizza con le loro idee (gli “esperti” e gli assistenti del segretariato) o, infine, perché sono i soci – o forse i padroni? – dell’impresa in via di costruzione: un “nuovo umanesimo” biocentrico e verde (e qui si inserisce la fatidica troika  targata ONU: Ki-Moon, Sachs e Schellnhuber).

A giudicare dalla lista dei partecipanti della prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica, la festa sarà vivace, benché la musica sia una sola. Sicuramente non la melodia sacrale del gregoriano o i canti della religiosità popolare dell’America Latina, ma piuttosto gli stridori dei balli tribali e dei rituali sciamanici elogiati dall’Instrumentum laboris come “creatori di armonia con il cosmo”.

È scontato che una delle vedette della festa amazzonica a Roma sarà il presbitero Eleazar López Hernández. Questo sacerdote indigeno zapoteca non è certo stato invitato per la sua esperienza missionaria in Amazzonia, giacché la sua tribù originale si trova nella regione mesoamericana del Messico.  Egli è stato invitato perché è il massimo esponente della Teologia India, disciplina che l’Instrumentum laboris auspica venga insegnata in tutti gli istituti accademici e di cui padre López si ritiene l’ “ostetrico”: “Non mi ritengo padre della Teologia India, perché questa teologia esiste da prima ed è propria dei nostri popoli”, dichiara umilmente. “Ad alcuni di noi è capitato di essere coloro che aiutano ad aprire le porte perché si possa entrare ed uscire, perché si apra spazio all’interno della Chiesa. (…) Abbiamo creato questo servizio per creare condizioni all’emergenza indigena nella società e nella Chiesa. Questo ci riempie di orgoglio. Ci possono chiamare ostetrici, portavoce o come volete…”[1]

Insomma, Eleazar López è per la Teologia India ciò che Gustavo Gutiérrez è per la Teologia della Liberazione.

Così come accaduto al suo mentore “liberazionista”, anche il presbitero López otterrà una riabilitazione ufficiale. Sebbene non sia mai stato sanzionato (a differenza dei preti sandinisti del Nicaragua, ai quali  Papa Francesco ha restituito le facoltà sacerdotali), il nostro teologo indigenista a partire dal 1990 venne “monitorato” da un gesuita allora poco noto, Luis Ladaria Ferrer, e più tardi dal suo proprio vescovo, dietro richiesta della Congregazione per la Dottrina della Fede  (si legga Joseph Ratzinger) e, infine, dal Cardinale Levada. Perché? Per le sue posizioni sincretiste nei confronti delle mitologie indigene.

Durante una visita in Messico, il Panzerkardinal Ratzinger, facendo un velato riferimento a padre Eleazar López, fustigò le devianze dottrinali di “quei movimenti che promuovono una teologia indigena avvalendosi di questi popoli per proporre i loro punti di vista particolari, soprattutto al fine di compiere una regressione e mettere da parte il cristianesimo”. Secondo il card. Ratzinger, i promotori di questa corrente “vogliono risuscitare i riti, le credenze e le religioni degli indigeni, così come erano prima della Conquista, come se il Vangelo fosse stato oppressore” [2].

Il tiro centrava il bersaglio, riassumendo in poche parole le principali tesi della Teologia Indigena di Eleazar López, come vedremo di seguito.

Riferendosi ai rapporti con la Chiesa, il sacerdote zapoteco afferma che il cuore degli indigeni è un campo di battaglia: “Noi siamo figli di popoli che, per sopravvivere, hanno dovuto scavare pozzi molto profondi dove custodire i loro tesori e indossare maschere per nascondere la loro identità primaria. Siamo anche figli di Chiese le cui pratiche missionarie sono state oltremodo intolleranti nei confronti delle credenze dei nostri popoli, apostrofandole come diaboliche o semplicemente infantili”[3].

Per risolvere il conflitto fra tali credenze e la fede cattolica, afferma padre López, “settori importanti del popolo indigeno hanno incominciato a riscattare o innovare schemi teologici che permettano la coesistenza pacifica di entrambe le forme religiose e teologiche e, per quanto sia possibile, pongano le basi per una elaborazione di sintesi teologiche che arricchiscano tutti”. Poiché, a suo avviso, “non c’è contraddizione insuperabile fra le proposizioni fondamentali della Chiesa, che sono le stesse di Cristo, e le proposizioni teologiche dei nostri popoli. Le differenze sono superficiali, di forma, non di contenuto”[4].

Sarà forse superficiale e puramente formale il divieto che la fede cristiana fa di quei sacrifici umani praticati dagli stessi antenati zapotechi di padre  López e che egli approva in questi termini: “i sacrifici si giustificano giacché se Dio ogni giorno muore per darci la vita, noi dobbiamo essere disposti a morire con Lui per dare vita al nostro popolo”[5]?

Sarà forse superficiale e di pura forma che il nostro Credo professi la fede in un Dio che ha creato ex nihilo ad extram (dal nulla e fuori da Se stesso), mentre lo stesso padre López riconosce che nei miti indigeni di origine nomade “Dio è tutto, e tutto ha a che vedere con Dio”[6], per cui la natura appare come “il sacramento della sua presenza” e dunque  “la Madre Terra, il Fuoco nuovo, il Vento tempestoso, la Sorgente dell’acqua o la Cascata, il Colle datore di vita, (sono) il Protettore della Comunità”[7]? Oppure che nelle mitologie indigene più evolute Dio sia appena “l’Energia Originaria della vita”[8] o che, fissando l’attenzione nella centralità della dialettica (vita-morte; notte-giorno; freddo-caldo), Dio sia soltanto creatore “in quanto possiede il potere di organizzare per la vita questi elementi contrapposti”[9]?

Secondo l’ “ostetrico” della Teologia India, all’arrivo degli europei in America “le possibilità d’incontro erano propizie”, perché negli indigeni c’era la coscienza che “esistevano molte maniere d’intendere la vita e di intendere Dio, le quali potevano sommarsi in insiemi polisintetici”. Tuttavia, da parte dei missionari “non c’era lo stesso atteggiamento dialogante”, perché avevano la certezza che il “loro Dio fosse l’unico Dio vero”. Allora gli indigeni accettarono il cristianesimo pur facendo una “giustapposizione e sostituzione di contenuti” e resistettero ai tentativi di purificazione della fede cattolica da parte delle successive generazioni di evangelizzatori. Oggi, l’inculturazione del Vangelo “implica il superamento di schemi colonialisti di evangelizzazione per entrare appieno nella implementazione di atteggiamenti permanenti di dialogo rispettoso”. Questo cambiamento ha fatto sì che le comunità indigene “ormai non possiedono la preoccupazione di mascherarsi e di diventare clandestine” e, da parte sua, la Chiesa si è trasformata “da principale aggreditrice della interiorità religiosa degli indigeni in principale alleata della sua ricomposizione”[10].

Poiché lo spirito umano aborrisce la contraddizione, non c’è dubbio che tale ricomposizione della interiorità religiosa consisterebbe in un abbandono del cristianesimo e in un ritorno sempre più evidente al paganesimo, in contrasto con quanto affermato da Benedetto XVI nella sessione inaugurale della V Conferenza Generale della CELAM ad Aparecida, il 13 maggio 2007: “L’utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso. In realtà, sarebbe una involuzione verso un momento storico ancorato nel passato”[11].

Ci sono fondate ragioni per temere che ciò sia, precisamente, il “regresso” che il Sinodo panamazzonico sta per compiere, a giudicare dalla lista degli invitati.

Infatti, il sacerdote Eleazar López sarà in buona compagnia. Infatti, come afferma il teologo indigenista boliviano Juan E. Gorski, “nello sviluppo della Teologia India propriamente detta, le due istituzioni che hanno avuto un maggiore protagonismo sono il CENAMI (Centro Nazionale di Aiuto alle Missioni Indigene), del Messico, e il CIMI (Consiglio Indigenista Missionario), del Brasile”, così come il “Dipartimento di Missiologia dell’Università dell’Assunzione a San Paolo del Brasile”[12]. Ebbene, il principale animatore di questi due ultimi organismi brasiliani è il sacerdote tedesco Paul (Paulo) Suess, un altro degli invitati speciali al Sinodo e già membro eminente del suo comitato preparatorio, oltre ad essere uno dei redattori dei Lineamenta.

Se Eleazar López parla da indigeno, Paulo Suess lo fa da europeo che da un lato si vergogna del presunto genocidio culturale compiuto dalla Chiesa, e dall’altro è avido di “interculturalità”. A partire da una base filosofica esistenzialista, soggettivista e relativista, Suess ritiene che ogni popolo ha una  “alterità irriducibile” e un “progetto storico di vita” codificato nella rispettiva cultura. Pertanto  “la cultura che veicola occasionalmente il Vangelo” non può essere normativa per un altro popolo, in quanto “extra culturam non c’è né rivelazione né salvezza”. In una tale prospettiva, “evangelizzare un popolo significa collaborare al rafforzamento della sua identità”, persino l’identità religiosa: “appartenere al popolo guaranì significa non soltanto avere un legame di parentela con il popolo guaranì, bensì appartenere alla sua religione, alla sua cosmovisione e all’ordine sociale dei guaranì”[13].

Vale la pena, allora, far conoscere loro la Bibbia? “Qualsiasi pretesa di sostituire la memoria religiosa indigena con la memoria di Israele configurerebbe un nuovo tentativo di colonizzazione” e, dunque,  “è chiaro che questa storia, paradigmatica come ‘storia di salvezza’, non può sostituire la storia di nessun popolo, come neppure la cultura storica di Gesù può imporsi come cultura modello, facendola  prevalere sulle altre culture”. Il missionario deve limitarsi ad “accompagnare la lotta” contro l’imperialismo culturale e incitare gli indigeni ad essere fedeli “ai propri progetti di vita”. Insomma, l’ “evangelizzatore è evangelizzato e l’evangelizzato diviene evangelizzatore”, poiché il processo di evangelizzazione consiste “in una relazione dialettica”[14].

Con tali premesse, non ci sono dubbi sul bagno di “interculturalità” che riceveranno i padri sinodali dalle mani dei presbiteri Eleazar López e Paulo Suess. Ciò che non sappiamo ancora è se, per animare la festa e ricevere qualche ispirazione degli “spiriti”, essi proporranno come attività parallela alcuni rituali della “mistica indigena” o chiameranno uno sciamano per aspergere i convenuti, come accaduto recentemente nelle riunioni preparatorie a Brasilia e Bogotà.

[1] https://theo.kuleuven.be/en/research/centres/centr_lib/artigos/2006-04-entrevista-p-eleazar-lopez-zapoteca-mexico.pdf

[2] “Se manipula a los indígenas y a sus culturas, acusa el cardenal”, La Jornada, 11-05-1996 (https://ecologica.jornada.com.mx/1996/05/11/ratzinge.html).

[3] “Teología India en el I Encuentro Latinoamericano”, in Vicente Zaruma, Wakanmay/Aliento sagrado, p. 165.

[4] Ibid.

[5] Espiritualidad y Teología de los pueblos Amerindios, p. 24.

[6] Ibid. p. 15.

[7] Ibid. p. 14.

[8] Ibidem.

[9] Ibid. p. 23.

[10] Ibid. p. 43-44.

[11] http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/es/speeches/2007/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20070513_conference-aparecida.html

[12] “El desarrollo histórico de la teología india y su aporte a la inculturación del Evangelio”, in Iglesia, Pueblos y Cultura, n° 48-49, Ed. Abya Yala, Quito, 1998, pp. 11 y 13 (https://digitalrepository.unm.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1110&context=abya_yala) .

[13] Evangelizar desde los proyectos históricos de los otros: Diez ensayos de misionología, Ediciones Aya-Yala, Quito (Ecuador),1995, p. 150, 168, 179-180, 189.

[14] Ibid. p. 174, 176, 183 y 200.