Tutt’al più muoio - Corrispondenza romana
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Tutt’al più muoio

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(Costanza Miriano – 30 agosto 2020) Quando i nostri figli erano piccoli, uno di loro – non posso rivelare né identità né sesso, pena la radiazione dall’albo nazionale madri, perciò userò il maschile perché la lingua italiana funziona così, mi dispiace per le sindache, le ministre, le assessore – era particolarmente pauroso. Si spaventava tantissimo per ogni cosa che non poteva controllare, a volte vomitava dalla tensione o si rifiutava di fare alcune cose. Adesso è passata (pure troppo), ma mi ricordo il tempo speso a cercare di ragionare con quel figlio. L’esercizio era: proviamo a vedere che succede se si avverano le tue più fosche previsioni. Vai in quel gruppetto e nessuno vuole giocare con te. Allora? Allora troverai altri bambini. E se neanche gli altri? Ne troveremo altri ancora. Oppure: ma se ti lanci che può succedere di grave? Ti rompi un braccio, e allora? Lo ingesseremo, e allora?

Una volta, sinceramente non ricordo quale pericolosissima prova stessimo affrontando (la bici senza ruotine? un giro sul pony?) ci siamo spinti un po’ avanti con il gioco degli “e allora?”, e il figlio in questione ha concluso serafico: “Va be’, tutt’al più muoio. Tanto c’è la vita eterna”.

Credo sia stato l’apice del successo della mia carriera educativa (poi rapidamente precipitata).

Ecco, mi pare che in tempi di virus persone con questa certezza ce ne siano poche in giro. Si è diffuso in giro un terrore così esasperato che è spiegabile solo con il fatto che la morte non è proprio contemplata come possibilità. È la grande rimossa, va tenuta a distanza il più possibile, neppure i vecchi vogliono prepararsi a morire meglio possibile. La vita eterna, poi, è una favoletta a cui crediamo solo noi cattolici tradizionalisti.


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Tutto il modo contemporaneo di vivere, pensare, consumare, si regge solo se si è certi che tutta la vita si gioca qui. Tutto il terrore smisurato – letteralmente, cioè oggettivamente non commisurato alle reali dimensioni numeriche del problema – rispetto al virus, tutta l’ossessione per la cura della salute secondo me è spiegabile perché l’ipotesi di morire appare inammissibile. La morte è il grande nemico, l’ultimo, e questo è così da sempre, in tutte le culture, ma adesso che la dimensione trascendentale è generalmente stata cancellata, il solo pensiero della morte non fa più solo paura come è naturale che sia, è proprio intollerabile, non si può pensare.

È ovvio che non sto dicendo che non si debbano fare cose ragionevoli per tutelare la salute propria e degli altri, bisogna essere responsabili perché la vita è un dono di Dio: mio figlio, quello che diceva “tutt’al più muoio”, non lo mandavo a caccia di cinghiali a tre anni, né a sfrecciare in bici senza casco nel buio nel traffico. Allo stesso modo, con la stessa prudenza, essendo ignorante di medicina, io rispetto le regole imposte, pur avendo molti dubbi rispetto ad alcune di esse. Rispetto tutto, ma con sereno scetticismo, nello spirito di dare a Cesare quel che è di Cesare, ma con la ferma, granitica certezza che la durata della mia vita la decide Dio, in pandemia e in ogni altro tempo:  magari è già partito l’embolo che mi ucciderà stasera, o l’infarto di domani, per non parlare dei tumori e dei vasi che volano dalle finestre.

Anche io, se pensassi che la mia vita si gioca tutta sul piano biologico, avrei una paura tremenda, ma quello che Cristo annuncia al mondo è che Lui ha vinto la morte. Avrei voluto che la Chiesa approfittasse di questo speciale momento in cui tutti, ma proprio tutti – non so perché, viste le dimensioni del fenomeno – a causa di una paura corale a livello mondiale hanno cominciato a preoccuparsi della morte, avrei voluto che cogliesse il momento di un colossale, planetario kerigma. Cristo è risorto! È veramente risorto! Ha vinto la morte e può vincere il nostro peccato. Avrebbe dovuto essere uno straordinario momento per un marketing fenomenale, per conquistare i cuori di tante persone smarrite perché costrette dall’onda mediatica a pensare alla morte.


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“Se Cristo non è risorto, è vana la nostra fede” – scrive san Paolo, o, come diceva il mio parroco don Ignazio: se non è vero quello, io sto qui a fare il bucciotto (cioè, in perugino, il fantoccio). Ecco, mi pare che non sempre si senta annunciare in chiesa che la nostra vita sulla terra è solo una piccola parte della nostra vita vera, che è eterna. A forza di non parlare più di Novissimi a favore della dimensione sociale della fede, la gestione della pandemia sembra essere diventata la prima preoccupazione anche di tanta parte della Chiesa: eppure le vittime del virus anche nei paesi più colpiti sono lo zero virgola zerozero qualcosa, mentre quelli affetti dal virus del peccato siamo il 100%. Di quel virus si stanno occupando governi ed esperti, mentre dell’altro se non si preoccupa la Chiesa, non si preoccupa nessuno e una parte importante non lo fa.

Leggo che tante persone si sarebbero allontanate dalle messe, addirittura il 70% delle persone, non so se sia vero, effettivamente anche io ho notato un calo vistoso alle messe della domenica (chi andava alla messa tutti i giorni invece è rimasto) ma chissà che non sia un altro deciso passo verso la realizzazione della profezia di Ratzinger: andiamo verso una Chiesa più piccola e sempre meno influente nella vita pubblica? Certo, la Chiesa è stata vistosamente maltrattata da questo governo (non dimenticherò mai che durante il lockdown ho dovuto comprare un pacchetto di sigarette perché c’è stato un momento in cui in chiesa potevi andare solo se sul tragitto verso il tabaccaio, così in caso di controlli di Polizia sarei stata a posto), E poi va avanti, incurante di un misuratissimo comunicato CEI, la legge Zan che ci impedirà di fare pubblicamente affermazioni conseguenti al Catechismo, molte scuole cattoliche non ce la faranno a riaprire, si è deciso di rendere l’aborto sempre più facile lasciando le donne sole a casa con una pillola e col loro dolore, eppure sembra che non si abbia il coraggio di alzare la voce. Perché se la dimensione è solo terrena si fanno ragionamenti terreni, e siccome si è deciso che a una certa parte politica non vanno creati problemi in modo da ostacolarne un’altra, si è entrati in una logica politica che non può profumare di eterno.

Ma anche la Chiesa non dovrebbe avere paura di essere impopolare. Tutt’al più muoio, ma se vivere è davvero Cristo, morire è un guadagno. Il punto è aiutarci a vivere Cristo, non a sfuggire alla morte.


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