Tornielli dice che i “correttori” dell’Amoris Laetitia adesso danno ragione al Documento… ma dimostra di non aver capito - CR - Agenzia di informazione settimanale
Stampa la Notizia

Tornielli dice che i “correttori” dell’Amoris Laetitia adesso danno ragione al Documento… ma dimostra di non aver capito

Su vaticaninsider.it Andrea Tornielli ha pubblicato un articolo (Müller, Buttiglione e la “confusioneˮ dei critici del Papa). Si accusano coloro che hanno firmato la “Correctio filialis” al Papa di fare una sorta di marcia indietro e di ammettere ciò che prima non ammettevano. E così Tornielli simula un itinerario per dimostrare che alla fine i “correttori” del Papa danno ragione al Papa. Il tutto si gioca sulla questione della distinzione tra oggettività del peccato e soggettività della colpa. Distinzione verissima e perfettamente tradizionale, ma che può essere utilizzata per i singoli peccati e non per gli stati di peccato, almeno stati di peccato tipo vivere come marito e moglie senza esserlo.

Procediamo con ordine.

Tornielli, dopo aver detto che il cardinale Muller fa riferimento a diverse situazioni in cui potrebbero esserci delle attenuanti nelle convivenze more uxorio di divorziati risposati, parla dell’unica ipotesi che il vaticanista Magister avrebbe ascritto al cardinale Muller, ovvero l’accostamento all’Eucaristia per i cosiddetti divorziati risposati, allorquando questi avessero l’interiore convinzione, pur non potendola dimostrare, dell’invalidità canonica del precedentemente matrimonio. Ipotesi che anche Magister riconoscerebbe come possibile.

Per capire come un simile argomento non regga, facciamo un esempio. Un giovane seminarista viene privato con falsi argomenti dell’ordinazione sacerdotale. Lui sa che i motivi addotti non sono veri e in coscienza sa anche che sarebbe stato idoneo per il sacerdozio. Ebbene, può costui svolgere ugualmente il suo ministero sacerdotale se non è ontologicamente sacerdote in quanto non ha ricevuto l’Ordinazione? Ovviamente no. Il motivo sta nel fatto che non basta la convinzione interiore, occorre anche l’atto sostanziale. Ecco dunque che l’argomento in merito ai divorziati risposati non tiene. E’ vero che costoro potrebbero trovarsi nella situazione di non potersi “separare” in quanto ci sono dei figli da crescere, ma è pur vero che non possono usare (attraverso gli atti coniugali) di un matrimonio che non c’è; così come l’ex seminarista dell’esempio non può usare di un sacerdozio che non c’è; anche se non c’è per cause che egli sa essere false. La dimensione ontologica non è un optional. Il sacramento è segno efficace della Grazia; e la sua efficacia è talmente legata alla forma e alla materia che se nell’amministrazione di essi vengono meno alcune materie come l’acqua, per il Battesimo d’acqua, o il vino d’uva, per la Eucaristia, i sacramenti non ci sono. Se per ricevere la Comunione bastasse la convinzione personale secondo cui il precedentemente matrimonio non è stato valido senza poterlo dimostrare, allora perché, a riguardo, non contemplarlo canonicamente e dire che basta tale convinzione per celebrare un nuovo matrimonio in chiesa?

Tornielli poi passa da Magister al professore de Mattei e fa riferimento ai casi particolari in cui l’esercizio della libertà potrebbe venir meno. Si cita un articolo del professor Roberto de Mattei (clicca qui) in cui si parla di casi particolari nei quali la piena avvertenza potrebbe essere nulla o parziale. Si accusa de Mattei di aver ammesso qualcosa che darebbe sostanza a ciò che l’Amoris Laetitia afferma. Ma mentre de Mattei giustamente parla di casi limite che possono solo attenuare la responsabilità per singoli peccati, Tornielli ne allarga la platea (a riguardo delle malattie psichiche pone accanto alle psicosi anche le nevrosi e le depressioni dove la capacità di intendere e di volere non viene meno) e soprattutto Tornielli dimostra di non aver capito ciò che de Mattei aveva scritto, ovvero che tali casi non sono estensibili agli stati di peccato, dove la guida e l’accompagnamento illuminano e quindi chi si fosse precedentemente trovato in stato di ignoranza (mai del tutto incolpevole, precisa giustamente de Mattei) finisce con il non trovarvisi più. Da qui la sua necessità di trarne le conseguenze.

Un’ultima cosa. La diciamo con profondo dolore. Su questa questione dell’Amoris Laetitia ormai si sta cadendo nel più bieco fariseismo. Senza voler fare nessun processo all’intenzioni, ci chiediamo perché non si chiamano le cose con il loro nome. Come non si fa a non vedere che si sta cadendo volutamente in una prospettiva in cui il peccato non è più peccato in sé, ma una sorta di bene-dimezzato. Come si fa a non vedere che si vuole passare dalla morale delle attenuanti per i singoli peccati alla morale della situazione per gli stati di peccato? Che tutto è fortemente portato avanti dall’episcopato tedesco dove la situazione è quella che è e si cerca in questo modo di andare incontro alle esigenza di fedeli che ormai sono stati trasformati in meri finanziatori che vanno a tutti i costi accontentati?

Lo sappiamo è cosa grave ciò che stiamo dicendo, ma più ci impegoliamo nello spaccare il capello in quattro e più corriamo il rischio di non parlare come il Signore vuole: …che il vostro parlare sia sì sì no no, il resto viene dal Maligno!

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

 

Il Cammino dei Tre Sentieri