Slovenia: "nozze gay"? di qui non si passa - Corrispondenza romana
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Slovenia: “nozze gay”? di qui non si passa

(di Giuseppe Rusconi su Rossoporpora.org) Il popolo sloveno ribadisce, ancora più chiaramente che nel 2012, il ‘no’ alle ‘nozze gay’, che il Parlamento di Ljubljana aveva invece riproposto e approvato nel marzo di quest’anno. Quasi due terzi dei votanti hanno abrogato la legge  voluta e sostenuta dal centro-sinistra e da larga parte dei mass-media e degli intellettuali, come del resto era capitato recentemente sia in Croazia che in Slovacchia (ma qui era mancato il ‘quorum’). Papa Francesco mercoledì 16 dicembre aveva apprezzato pubblicamente l’impegno della Chiesa slovena in favore della famiglia.

 La concomitanza con le elezioni spagnole (insieme con la sconfitta della ‘nota lobby’) rischia di far passare in secondo piano un altro voto, antropologicamente molto importante e significativo, avvenuto ieri – domenica  20 dicembre – in Slovenia. Lì il popolo ha abrogato con oltre il 63% dei voti la legge che istituiva il cosiddetto ‘matrimonio gay’, proposta dal centro sinistra e approvata (con 51 voti contro 28) dalla maggioranza del Parlamento di Ljubljana nel marzo scorso. Lo stesso Parlamento aveva poi decretato – con indubbio grande rispetto per quei ‘diritti democratici’ di cui ci si riempie in tali casi continuamente la bocca – la non ammissibilità del referendum abrogativo, una possibilità utilizzata immediatamente da gruppi di oppositori vicini al centro-destra e alla Chiesa. Ma il ricorso contro tale non-ammissibilità era stato accolto, con 5 voti contro 4, dal Consiglio Costituzionale il 22 ottobre scorso.

Ieri il voto, con una partecipazione attorno al 36%. Per essere valido il ‘no’ avrebbe dovuto contare su almeno il 20% dell’intero corpo elettorale sloveno (1,7 milioni di elettori): la soglia è stata raggiunta e dunque la legge è stata abrogata. Per un anno almeno in Parlamento non potranno più essere presentate nuove proposte per il ‘matrimonio gay’, ma c’è da scommettere che la nota lobby ritenterà nel 2017. Intanto però essa ha dovuto incassare in Slovenia un’altra bruciante sconfitta dopo quella in analoga materia inflittale dagli elettori nel marzo del 2012. Allora era stato il 55% a respingere i ‘matrimoni gay’, con il 30% di partecipazione. Come si noterà, la partecipazione è cresciuta al 36% e i contrari al 63%.

Pur con il suo stile solito (molto ‘morbido’ in materia), evitando per scelta una contrapposizione diretta con i favorevoli al ‘matrimonio gay’, papa Francesco si era  voluto esprimere comunque chiaramente sul tema salutando così i pellegrini sloveni mercoledì 16 dicembre: ”Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini sloveni. Per loro tramite desidero far giungere il mio apprezzamento all’intera Chiesa slovena per il suo impegno in favore della famiglia, incoraggiando tutti, specialmente quanti hanno responsabilità pubbliche, a sostenere la famiglia, struttura di riferimento del vivere sociale”. Simili erano stati gli incoraggiamenti papali rivolti nel gennaio 2014 a un gruppo di studenti slovacchi e il 4 febbraio successivo nell’udienza generale alla Chiesa slovacca scesa in campo con forte impegno per difendere la famiglia. Solo che in quest’ultimo caso la grande maggioranza di ‘no’ alla nota lobby era stata vanificata dalla partecipazione troppo debole, del 21,3%.

Si rafforza così in Europa il fronte dei popoli che, al momento del voto, esprimono la loro contrarietà al ‘matrimonio gay’ e dintorni. Anche nelle recenti elezioni regionali francesi tre dei ‘governatori’ eletti dal centro-destra hanno condiviso con passione la battaglia della ‘Manif pour tous’. Nel caso sloveno è stato premiato anche il grande impegno della maggior parte del mondo ecclesiale, Chiesa istituzionale in prima linea.

Si sa che anche in Italia i tentativi di introdurre il ‘matrimonio gay’ non mancano, tanto che il Parlamento ne sta discutendo, pur con più fatica di quanto la nota lobby vorrebbe.

Ci si chiede se, nel caso in cui il legislativo approvasse una legge in tal senso, anche la Chiesa italiana si mobiliterebbe a somiglianza di quelle slovena, croata, slovacca. Legittimo dubitarne, considerata l’ostilità comprovata del Segretario generale della Cei alle manifestazioni di piazza, a eventuali raccolte di firme e considerati i suoi minuetti con esponenti del governo Renzi e della maggioranza, spensieratamente e dichiaratamente favorevoli a una codificazione della nuova istituzione. Ne è un indizio anche il comportamento di ‘Avvenire’, che continua a invitare al ‘dialogo’ e a evitare ‘il muro contro muro’ (proprio il contrario di quanto fatto dalla maggioranza del mondo ecclesiale nei Paesi citati).

Per ‘Avvenire’ sembra poi che la confutazione del riconoscimento de facto del ‘matrimonio gay’ non sia più così prioritaria. Guardate un po’ come il quotidiano della Cei ha riferito del voto di giovedì 17 dicembre a Strasburgo, dove il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza il ‘Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo’, un testo da sempre sfruttato dalla nota lobby. Ebbene, nel ‘Rapporto’ si ritrova un punto molto importante, quello in cui (al n.o 114) si condanna per la prima volta ed esplicitamente la pratica vergognosa dell’utero in affitto. ‘Avvenire’ ha aperto la prima pagina su questo tema (titolone ed editoriale) e tale argomento – domina anche pagina 5 (cronaca, interviste): giusto il compiacimento per un voto storico che dà ragione alla ‘buona battaglia’ combattuta meritoriamente da più di due anni dal giornale.

Tuttavia il ‘Rapporto’ conteneva anche un altro punto, il n.o 92 – in tema di persone Lgbt – che proclama la necessità di istituti giuridici quali “l’unione registrata o matrimonio”. Qui ‘Avvenire’ s’è, come dire, addormentato. Infatti il ‘sì’ dell’Europarlamento al punto 92 è ‘annegato’ in un box (in caratteri piccoli) dal titolo “Tra migranti e nozze gay, testo a due volti”. Nella stessa pagina un altro boxino parla della Slovenia con il titolo “Al referendum per ‘fermare’ le nozze gay”. Una vera sproporzione di spazio tra i due argomenti, l’utero in affitto e il ‘matrimonio gay’ (tra l’altro spesso legati tra loro), che ambedue dovrebbero stare molto a cuore a un cattolico la cui stella polare è il bene comune. Per ‘Avvenire’, ormai, sembra (e non è, ahimè, una sorpresa) che non sia più così.