Questa Messa non s'ha da fare. Parola di Bassetti - Corrispondenza romana
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Questa Messa non s’ha da fare. Parola di Bassetti

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(Riccardo Cascioli, La Nuova Bussola Quotidiana – 7 aprile 2020) Un effetto positivo almeno l’ha avuto l’uscita di Matteo Salvini, che chiedeva di far celebrare le Messe di Pasqua. E il positivo è che almeno ha provocato delle reazioni che hanno chiarito una volta per tutte chi davvero non vuole i riti della Settimana Santa aperti al popolo. Non i politici, o perlomeno non loro primariamente: sono i vertici dell’episcopato italiano. L’intervista ieri al Corriere della Sera del presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), cardinale Gualtiero Bassetti, fuga ogni dubbio al riguardo.

Non che non ne fossimo convinti – lo abbiamo anche scritto – ma c’era la segreta speranza che di fronte alle tante, ragionevoli, richieste per consentire la partecipazione dei fedeli almeno alla Messa di Pasqua, ci potesse essere un qualche ravvedimento. Invece no; in fondo, il cardinale Bassetti resta lo stesso che fosse stato per lui, altro che le Messe, avrebbe chiuso a doppia mandata anche le chiese.

La sospensione delle Messe è una decisione consapevole dei vescovi: «La Chiesa italiana ha scelto questa strada: abbiamo a cuore prima di tutto la salute dei fedeli, perché l’anima è sì immortale, ma abita un corpo fragile». E poco prima aveva detto: «È tempo di responsabilità». È bello che il presidente dei vescovi abbia a cuore la salute fisica dei fedeli, ma per questo basterebbero i politici e soprattutto i medici. Perché mantenere dei prelati per sentirsi ripetere le stesse cose del ministro della Sanità o del Governatore? Non avrebbero i vescovi il compito fondamentale di aiutare i fedeli a salvare le anime, di conquistare anime a Dio? E a noi fedeli, in questo periodo di prova e per molti di sofferenza, serve più un’altra governante che ci viene a misurare la febbre e a raccomandarci di non prendere freddo, oppure uomini di Dio che ci aiutino ad alzare lo sguardo verso Colui che solo ci salva e dà un senso alla sofferenza?

Tempo di responsabilità? Certo, ma ci si aspetta anche che un pastore indichi con chiarezza che questo è soprattutto tempo di conversione. Ma chissà perché, quando si parla di coronavirus, i vescovi stanno bene attenti a evitare questa parola. Conversione: non sia mai che qualcuno possa pensare che questa pandemia sia un castigo o rientri nei piani provvidenziali di Dio. Ci mancherebbe, e infatti di questi tempi ne abbiamo sentiti diversi che si sono affrettati a spiegare che Dio non castiga, piuttosto è la ribellione di Madre Terra per tutto l’inquinamento che noi uomini abbiamo provocato. Il cardinale Bassetti no, non si è spinto fin lì, ma alla domanda su cosa possiamo imparare da questo periodo ha risposto: «Possiamo imparare a riconciliarci con noi stessi, con chi abbiamo vicino e magari non sapevamo più riconoscere. Possiamo imparare a non essere violenti. Possiamo sostenere lo sguardo dei nostri figli». E magari portare finalmente in cantina quei libri che non leggiamo più da anni. Quasi quasi, meglio la ribellione di Madre Terra.


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Però su alcune parole d’ordine impiegate da Bassetti, così come da altri vescovi e cardinali, vale la pena soffermarsi. Responsabilità, anzitutto. Come a dire: andare a Messa di questi tempi è un gesto irresponsabile. Ma il cattolico della strada, che va responsabilmente al supermercato, in farmacia, dal panettiere e magari pure dal tabaccaio, non può fare a meno di chiedersi perché diventerebbe irresponsabile se provasse ad andare a Messa osservando le stesse identiche precauzioni che usa negli altri posti.

Abbiamo sentito strane risposte a questa domanda: «Perché in chiesa sarebbe troppo difficile organizzarsi per fare rispettare le distanze»; «Perché la gente, si sa, è indisciplinata, una volta in chiesa non li controlli più». Ma al solito cattolico della strada sorge allora un’altra domanda: perché le stesse persone che fanno ordinatamente la fila fuori dai supermercati, dagli uffici postali, dalle farmacie, si dovrebbero poi trasformare in animali selvaggi una volta varcata la soglia di una chiesa? Quale potrebbe essere mai la difficoltà di impiegare un qualche volontario della parrocchia per gestire l’afflusso nella chiesa e l’ordinata disposizione nelle panche, magari prendendo anche la temperatura e controllando che tutti abbiano la mascherina? Perché lo si può fare nelle Filippine e a Hong Kong e non in Italia? Mistero.

E poi la questione della salute dei fedeli a cui i vescovi italiani tengono prima di ogni altra cosa. Ma il cardinale Bassetti ha considerato bene le conseguenze di questa affermazione? Perché quando d’estate farà molto caldo in città e ad andare a Messa si può rischiare un’insolazione o comunque in chiesa si soffoca, giustamente il fedele eviterà qualsiasi rischio: non si può mica mettere a repentaglio la salute per andare a Messa, tanto si può pregare anche in cucina o in bagno, come dice monsignor Fiorello. E quando d’inverno fa molto freddo e le strade sono anche un po’ ghiacciate, non si può mica rischiare di rompersi una gamba o prendersi una bronchite per andare a Messa; ce la guardiamo in tv, almeno fino a quando non diventerà esclusiva di Sky o Dazn (e magari la CEI proverà a sostituire l’8 per mille con i diritti tv).


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Il punto è che noi fedeli, pur borbottando, obbediamo cercando di trarre comunque dei frutti spirituali da queste circostanze. Ma deve essere chiaro che il messaggio che i vertici della Chiesa stanno dando è che la Messa, i sacramenti, per non dire della stessa presenza in chiesa, sono optional, elementi non essenziali e non richiesti per una fede matura. Forse l’epidemia passerà ma questo messaggio resterà.

E poi l’altra frase magica di questo periodo: «Nessuno si salva da solo». Che è il logico sviluppo della premessa: «Siamo tutti sulla stessa barca». Il problema delle frasi magiche è che spesso suonano bene ma non significano nulla. Curioso poi che il cardinale Bassetti dica questa frase a completamento dell’affermazione «Nessuno deve essere lasciato solo». Certamente non è voluta, ma suona davvero come una presa in giro: se c’è una caratteristica che sarà ricordata per sempre a proposito di questa epidemia è proprio la solitudine a cui tante persone sono condannate: sole in casa, sole a morire negli ospedali, senza neanche un funerale. Una esperienza umana devastante, di cui anche tanti preti devono prendersi la responsabilità. E la risposta è: «Nessuno si salva da solo». Ovviamente qui la salvezza è intesa in senso esclusivamente orizzontale, cioè come uscire dall’epidemia con la medicina e la separazione sociale.

Ma da un vescovo, da un cardinale, da un papa ci si aspetta che venga affermato con forza che «Nessuno si salva senza Cristo». Non per arroganza, non per un senso di orgoglio e superiorità, non per fare proselitismo, ma per il riconoscimento di una evidenza, per offrire a tutti la Speranza. Perché chi soffre, chi ha visto morire un congiunto o un amico, chi è solo e depresso, chi sta perdendo il lavoro, se ne frega della versione clericale dell’«Andrà tutto bene», quando tutto sta andando male.


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C’è bisogno di qualcuno che ci faccia vedere che malattia e morte non sono l’ultima parola, che la Speranza che abbiamo non è semplicemente quella di non beccarsi il virus; anche questo, ma anzitutto è riconoscere che Dio ci ha tanto amati «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna». È per questo che c’è la Chiesa, per offrirci la salvezza che c’è solo in Colui che si è incarnato, ha patito la morte di croce ed è risorto. Per questo andare in chiesa, partecipare alla Messa non è la rivendicazione di un diritto, ma la necessità di incontrare Chi ci salva. Che sia lo Stato ad impedirlo è grave, ma che siano i vescovi a volerlo non è neanche commentabile.