Prove di conclave. Il prossimo papa prenderà il nome da sant’Egidio - Corrispondenza romana
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Prove di conclave. Il prossimo papa prenderà il nome da sant’Egidio

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(Sandro Magister, L’Espresso – 11 dicembre 2019) Due recenti atti di papa Francesco hanno richiamato l’attenzione sul conclave che eleggerà il suo successore. E sui nomi dei candidati. Il primo atto, reso noto il 25 novembre dal direttore della sala stampa vaticana, è il congedo accordato dal papa al suo segretario personale, l’argentino Fabián Pedacchio Leániz, 55 anni, dal 2007 officiale della congregazione per i vescovi.

Pedacchio, segretario personale di Francesco dal 2013, tornerà a lavorare a tempo pieno nella congregazione, dove peraltro aveva continuato a svolgere un ruolo di rilievo proprio per la sua prossimità al papa, e dove è prevedibile che in un prossimo futuro salirà di grado, con tanto di ordinazione a vescovo.

Che un papa metta anticipatamente al riparo il suo segretario personale dai contraccolpi della successione è un classico delle cronache vaticane, a cui anche Jorge Mario Bergoglio ha ritenuto di attenersi senza indugio.

Il secondo atto, reso pubblico domenica 8 dicembre, è la chiamata a Roma come nuovo prefetto della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli del cardinale filippino Luis Antonio Gokim Tagle, 62 anni, dal 2011 arcivescovo di Manila e dal 2015 presidente di Caritas Internationalis.


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Per fargli posto alla testa di “Propaganda Fide”, Francesco ha bruscamente tolto di mezzo il predecessore, il cardinale Fernando Filoni, nonostante questi non fosse in scadenza né per l’età, 73 anni, né per la durata dell’incarico, con termine nel 2021.

A Filoni il papa ha dato l’incarico più onorifico che sostanziale di Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La scarsa stima di Francesco per lui può essere ricondotta sia alla prossimità del cardinale al Cammino neocatecumenale, un movimento al quale il papa è visibilmente allergico, sia soprattutto alle riserve espresse da Filoni, in due interviste a “L’Osservatore Romano” e a Vatican News, riguardo all’accordo segreto stipulato il 22 settembre 2018 tra la Santa Sede e la Cina, fortemente voluto dal papa.

A questi due atti va inoltre aggiunto, sempre sullo sfondo di un futuro conclave, il crescente fastidio di Francesco per la resistenza opposta dall’attuale presidente della conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, all’idea – carissima invece al papa – di convocare un sinodo della Chiesa d’Italia.


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L’ultimo segnale di questo fastidio è nelle parole dette a braccio da Francesco il 6 dicembre ai gesuiti della rivista “Aggiornamenti Sociali”. Nel ringraziare in particolare l’anziano padre Bartolomeo Sorge, il papa ha detto d’aver “letto poco tempo fa qualcosa di una chiarezza che ha fatto tremare, non dico la politica italiana, ma sicuramente almeno la Chiesa italiana”.

A che cosa il papa si riferisse non era immediatamente chiaro. Ma a sciogliere l’arcano ha provveduto  pochi minuti dopo un tweet di padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica” e intimo a Bergoglio, il quale ha rimandato all’articolo d’apertura del quaderno del 21 settembre 2019 della sua rivista, scritto da Sorge e intitolato: “Un ‘probabile’ Sinodo della Chiesa italiana? Dal I Convegno ecclesiale del 1976 a oggi”.

L’articolo perorava appunto l’urgenza di riprendere in Italia il “cammino interrotto” nel lontano 1976 convocando finalmente quel sinodo nazionale che papa Francesco vuole a ogni costo – all’opposto dei suoi predecessori – ma a cui la conferenza episcopale italiana continua a mostrarsi sorda.


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Ne consegue che la presidenza – di nomina papale – del cardinale Bassetti è sempre più in pericolo. Il suo quinquennio scadrebbe nel 2022. Ma il cardinale è anche vicino ai 78 anni, tre in più della soglia dei 75 anni oltre la quale ogni vescovo resta in carica solo se il papa glielo consente.

E chi Francesco metterà a capo della CEI, una volta congedato Bassetti? È facile prevedere che sarà l’attuale arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi (nella foto).

E il pensiero corre di nuovo al futuro conclave. Che vede oggi in corsa almeno sei candidati, dei quali però uno solo sembra avere qualche “chance” d’essere eletto.

Due dei sei candidati sono di lungo corso, già in lizza in precedenti conclavi.

Marc Ouellet, 75 anni, canadese, prefetto della congregazione per i vescovi, è stato tra i più votati nei primi due scrutini del conclave del 2013, prima d’essere sorpassato da Bergoglio, e oggi ha fama di fedeltà al papa regnante ma anche di difensore dell’ortodossia.

Christoph Schönborn, 74 anni, arcivescovo di Vienna, è stato invece più votato dai media che dentro la Cappella Sistina, ma si è costruito anche lui durante questo pontificato un profilo di abile tessitore di accordi tra moderati e progressisti, specie nei turbolenti due sinodi sulla famiglia.

Entrambi, quindi, potrebbero essere votati da un arco abbastanza trasversale di cardinali elettori.

Sia l’uno che l’altro, però, appaiono lontani dal poter raccogliere l’elevato consenso – i due terzi dei voti – necessario per l’elezione. Appartengono entrambi a una aristocrazia di cardinali che si ritrovano oggi spaesati nel gran numero, ormai maggioritario, di quelli che hanno ricevuto la porpora da papa Francesco, in gran parte uomini di periferia, tra loro sconosciuti, di istruzione modesta e di ridotta esperienza in diocesi di second’ordine, facilmente influenzabili da piccole lobby agguerrite più che dagli elevati discorsi di cardinali d’una generazione passata, magari anche allievi poco fedeli, come il giovane Schönborn, di Joseph Ratzinger quand’era professore di teologia.

Più scolpito, invece, è il profilo del cardinale Robert Sarah, 74 anni, della Guinea, dal 2014 prefetto della congregazione per il culto divino. Con lui si ha, nella storia della Chiesa, il primo vero candidato al papato proveniente dall’Africa nera.

La sua biografia è di tutto rispetto. Indomito testimone della fede cattolica sotto il sanguinario regime marxista di Sekou Touré, non fu giustiziato solo per la morte improvvisa del tiranno, nel 1984. Cresciuto nella savana ma con studi raffinati in Francia e a Gerusalemme, fatto vescovo a soli 33 anni da Paolo VI, fu chiamato a Roma da Giovanni Paolo II e lì trattenuto da Benedetto XVI, con il quale l’accordo è ancor oggi totale.

A rivelare Sarah al mondo sono stati tre suoi libri tradotti in più lingue: “Dio o niente” del 2015,  “La forza del silenzio” del 2017 e  “Si fa sera e il mondo ormai volge al declino” del 2019.. C’è un abisso tra la sua visione della missione della Chiesa e quella del papa gesuita, sia nei contenuti che nello stile. Per Sarah, come già per Ratzinger, la priorità assoluta è portare Dio nel cuore delle civiltà, specie dove la sua presenza si è offuscata.

Per gli oppositori di papa Francesco in nome della grande tradizione della Chiesa, è dunque lui il candidato ideale. Ma in un collegio cardinalizio che per più della metà è di nomina bergogliana, è impensabile che si avvicini ai due terzi dei voti, necessari per l’elezione. Ne otterrà al massimo un paio di decine nel primo scrutinio, di carattere dimostrativo.

Non simbolica ma reale è invece la candidatura del cardinale Pietro Parolin, 64 anni, italiano della diocesi di Vicenza, dal 2013 segretario di Stato.

Bisogna tornare al conclave del 1963 per trovare eletto papa, con Paolo VI, un ecclesiastico cresciuto nel cuore della curia vaticana e di riconosciute capacità di governo, dopo un pontificato, quello di Giovanni XXIII, che aveva messo in moto un concilio che però era in piena tempesta e non aveva ancora prodotto alcun documento. Paolo VI riuscì nell’impresa, pur finendo immeritatamente sul libro nero di chi è accusato di tradire le rivoluzioni.

Oggi l’impresa che un certo numero di cardinali affiderebbero a Parolin è di riportare sulla giusta rotta la nave della Chiesa nella burrasca creata da papa Francesco, correggendone le derive senza tradirne lo spirito. In lui alcuni vedono sommarsi la tempra del diplomatico e il profilo del pastore, come lo stesso Parolin cerca di accreditare alternando ai compiti propri del segretario di Stato quelli della cura d’anime, in un’agenda mozzafiato zeppa di messe, omelie, conferenze, viaggi, visite, incontri.

Va però detto che da almeno un anno i consensi a una candidatura di Parolin non sono in crescita ma in declini. Alla prova dei fatti, le sue capacità di arginare ed equilibrare lo stato di confusione indotto nella Chiesa dal pontificato di Francesco sono giudicate troppo modeste. E anche come diplomatico gli si riconoscono più insuccessi che successi. La Cina gli gioca ormai contro, come una scommessa perduta.

In salita sono invece le “chance” del cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, filippino con madre cinese e con studi di teologia e storia della Chiesa negli Stati Uniti.

Tagle è il delfino di papa Francesco, il successore che egli ha “in pectore”. Chiamandolo a presiedere “Propaganda Fide”, ha affidato a lui il governo di parte dell’America latina, di quasi tutta l’Africa, di quasi tutta l’Asia escluse le Filippine, e dell’Oceania con eccezione dell’Australia, cioè proprio di quell’immensa periferia della Chiesa che è tanto cara a Bergoglio.

Ma già in precedenza Francesco s’era mosso per rafforzare la statura internazionale di questo suo pupillo. Lo chiamò a presiedere il sinodo sulla famiglia. E nell’aprile del 2016, appena uscita l’esortazione “Amoris laetitia” in cui il papa apriva alla comunione ai divorziati risposati, Tagle fu il primo, tra i vescovi di tutto il mondo, a darne l’interpretazione più estensiva.

A chi obiettava che il magistero liquido di papa Francesco faceva sorgere più dubbi che certezze, la sua riposta era che “è bene essere confusi ogni tanto, perché se le cose sono sempre chiare non sarebbe più la vita vera”.

Sul percorso della Chiesa nei tempi presenti Tagle ha però un’idea chiarissima: con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha rotto con il passato e ha segnato un nuovo inizio. È la tesi storiografica della cosiddetta “scuola di Bologna”, fondata da don Giuseppe Dossetti e oggi capeggiata dal professor Alberto Melloni, della quale Tagle fa parte. È sua la firma di uno dei capitoli chiave della storia del Concilio più letta al mondo – quella prodotta appunto dalla “scuola di Bologna” –, il capitolo sulla “settimana nera” dell’autunno del 1964. Agli antipodi dell’interpretazione del Concilio data da Benedetto XVI che, magnanimo, nel 2012 fece Tagle cardinale.

A conclusione del sinodo dei giovani, nel 2018, Tagle fu il primo eletto per l’Asia nel consiglio preparatorio del sinodo successivo. Segno dell’esteso consenso che già raccoglieva. E poi ancora Francesco gli ha affidato una relazione introduttiva al summit sugli abusi sessuali del gennaio 2019 in Vaticano, altro evento con risonanza mondiale.

Che Tagle sia eletto domani anche papa, però, è tutt’altro che scontato. Troppo vicino a Bergoglio per non finire triturato dalle molteplici insofferenze per l’attuale pontificato che verranno inesorabilmente in superficie in un futuro conclave. E poi c’è l’ostacolo dell’età. Tagle ha 62 anni e quindi potrebbe regnare a lungo, troppo a lungo perché si osi puntare su di lui.

Anche Matteo Zuppi è stato eletto nel consiglio post-sinodale del 2018. Segno d’una statura internazionale già consolidata, nonostante fosse solo da tre anni arcivescovo di  Bologna e non avesse ancora ricevuto la porpora, di cui Francesco l’ha rivestito il 5 ottobre 2019.

A dargli già da tempo notorietà e prestigio è un aspetto precipuo della sua biografia. Non tanto l’essere pronipote di un cardinale, Carlo Confalonieri (1893-1986), che fu anche segretario di papa Pio XI, ma piuttosto l’essere cofondatore della Comunità di Sant’Egidio, indiscutibilmente la più potente, influente e onnipresente lobby cattolica degli ultimi decenni, a livello mondiale.

Come assistente ecclesiastico generale della Comunità di Sant’Egidio e parroco fino al 2010 della basilica romana di Santa Maria in Trastevere, oltre che da quell’anno vescovo ausiliare di Roma, Zuppi s’è trovato al centro di una rete incomparabile di persone e di eventi su scala planetaria, sia religiosa che geopolitica, dagli accordi di pace in Mozambico degli anni 1990-92 all’odierno supporto dell’intesa segreta tra la Santa Sede e la Cina, dagli incontri interreligiosi di Assisi ai “corridoi umanitari” per gli immigrati in Europa dall’Africa e dall’Asia.

Con abilità sopraffina, la Comunità di Sant’Egidio ha anche saputo perfettamente adattarsi alle linee di governo di ciascuno degli ultimi pontefici, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI a Francesco. Ma è soprattutto con quest’ultimo che ha toccato l’apogeo, con Vincenzo Paglia alla testa degli istituti vaticani per la vita e la famiglia, con Matteo Bruni a capo della sala stampa e soprattutto con il cardinale Zuppi arcivescovo di Bologna e in via di diventare presidente della conferenza episcopale italiana.

Da qui alla sua elezione a papa il procedere non è assicurato, ma è seriamente nell’ordine delle cose. Tanto più con un collegio di cardinali elettori disordinato, di incerto sentire e facile ad essere instradato, ad opera di una lobby questa volta non cardinalizia – come la leggendaria “mafia” di San Gallo che ha propiziato l’elezione di Bergoglio – ma sicuramente più influente e determinante, che ha il nome, appunto, di Comunità di Sant’Egidio.

Su di lui è già pronto un docufilm, col titolo: “Il Vangelo secondo Matteo Z.”. E questo ne è il trailer, su quello che sarà forse il prossimo papa: