Prefazione di don De Töth al libro: “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani” - Corrispondenza romana
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Prefazione di don De Töth al libro: “Il soldato di Cristo, Stanislao Medolago Albani”

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(don Paolo De Töth, Centro Studi Paolo De Töth – 15 Gennaio 2021) A pagina 54 del volume L’intelligence catholique dans l’Italie du XX siècle, comparso a Parigi nell’autunno 1921,(1) a brevissima distanza di tempo dalla morte del conte Stanislao Medolago Albani, e, adesso già divenuto rarissimo, leggevasi la seguente nota: “Le comte Medolago Albani vient de disparaître à son tour (6 juillet 1921) parmi le silence concerté, semblet-il, de la presse italienne, qui ensevelissait naguère Toniolo sous les fleurs. Certes, nous ne songeons pas à comparer les deux hommes ni quant à l’envergure intellectuelle ni même quant à leur rôle actif dans le mouvement catholique italien. Pourtant, les 23 lignes de nécrologie accordées par le «Corriere d’Italia» à Medolago, qui en ces dernières années, vieilli et solitaire, s’était tourné contre les nouveaux dirigeants de l’Action catholique italienne et comptait comme intransigeant, semblent une bien mesquine vengeance envers un homme qui eut, à son heure, de grands mérites et font vraiment trop pauvre figure à côté de la multitude d’articles laudatifs publiés encore sur Toniolo plusieurs années après sa mort.(2)

Le maître de Pise, s’il était toujours de ce monde, aurait, certes, peu goûté ce triomphe de l’esprit de parti sur l’esprit de justice.” In verità, non si poteva colpire meglio l’ingiustizia commessa verso il conte Medolago; non si capisce, però, come mai il ch. Vaussard, accortosi della partigianeria, che inquinava tanti giudizi, sentiti o letti, sull’insigne estinto, non ricorresse per informazioni a fonti in grado di fornirgliene di sicure, veritiere, precise. Se questo avesse fatto, è certo, e anzi certissimo, ch’egli non avrebbe negato al conte Medolago un medaglione nella galleria dedicata ai rappresentanti dell’intellettualità cattolica italiana, dei quali nel suo libro descrive la vita e le opere, e proprio accanto a quello di Toniolo.

Da informazioni sicure, che con facilità avrebbe potuto raccogliere a Bergamo e altrove, e anche nel suo stesso Paese, da uomini che conobbero il Medolago e dei quali nel 1921, parecchi vivevano ancora, avrebbe imparato, infatti, che Toniolo – Medolago è un binomio inscindibile nella storia del Movimento cattolico italiano, specie in quello sociale, sia teorico o scientifico e sia pratico. In questo, anzi, come questo libro dimostrerà, dalla prima all’ultima pagina, Medolago ebbe una parte infinitamente superiore a quella del professore di Pisa, al punto che senza esagerazione, ben si può dire, che scrivere la vita del conte Medolago Albani è lo stesso che fare la storia dell’Azione cattolica italiana.

È vero: di questa egli non è tra i fondatori: egli viene dopo, sebbene di poco, del Fani, dell’Acquaderni, del Casoni, del Venturoli, del Sassoli-Tomba, del Paganuzzi, del Crotti di Costigliole, suo lontano parente; ma tutti costoro sarebbero stati da lui superati, facendo ben presto convergere sulla sua persona, nonostante lo sforzo costante per tenersi nascosto, gli occhi dei cattolici italiani. Né di questi soltanto.


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Ché all’estero il nome di Medolago non venne stimato meno che in Italia, se non forse, e anche senza forse, di più.

Il Vescovo, Cardinale Gaspare Mermillod, fondatore di quella Unione di Friburgo, che preparerà i materiali della Rerum Novarum e in cui Medolago rappresenterà l’Italia; il De Mun, il La Tour du Pin, l’Ancel, che con il Milcent, l’Avril, il Nicolay e il Lorin ricordano le pagine più belle del movimento cattolico francese, collaterale al nostro italiano, dall’opera famosa dei Cercles catholiques d’Ouvriers alle Settimane sociali che durano ancora; il celebre teologo-moralista Lehmkull; il capo dell’organizzazione operaia austriaca, barone di Vogelsang; lo svizzero non meno celebre, Decurtins; i belgi sociologi e deputati Helleputt e Werhaegen: insomma tutti i capi del movimento sociale cattolico internazionale lo terranno amico e collega carissimo, né sarà per essi cosa più gradita che di averlo presente nelle loro adunanze e nei loro congressi, onde godere e usufruire degli avvisi della sua prudenza ed esperienza.

Né meno caro ai Pontefici Pio IX, Leone XIII, Pio X. Quest’uomo, che un deplorevole spirito di parte si adoperò, – né lo sforzo è cessato -, di fare dimenticare ai cattolici italiani. Col Toniolo andò diversamente.
Per la eccessiva bontà d’animo e semplicità di carattere, per la quale credeva di potere giungere “a convertire gli inconvertibili”,(3) essendosi egli dimostrato più largo e condiscendente verso certe correnti innovatrici, e bisognando queste di un nome, sul quale puntare e di cui coprirsi, per ciò a lui non mancarono mai fïori, omaggi e lodi. Ma se il trionfo della Verità e della Virtù talvolta ritarda, esso, però, non manca mai e la posterità e la storia finiscono sempre con rivendicare il merito a chi si appartiene: suum cuique decus posteritas reponit e col dare a ciascheduno il suo: unicuique suum. Appena scomparso il conte Stanislao Medolago, sia per gratitudine e sia per affetto e venerazione verso l’insigne Estinto, pensiero sorse in noi di riandarne, in una biografia ben documentata, le opere e le virtù; ne fummo trattenuti dalla notizia che persona, infïnitamente più dotta e più abile, aveva in animo di mettere mano a identico lavoro. Purtroppo, la morte non doveva concedere al P[adre] Alfonso Casoli il piacere di attuare il suo desiderio e al pubblico di leggere una vita del Medolago, quale la penna del forbitissimo e vivacissimo scrittore, noto per tante altre opere e premi mondiali di letteratura e poetica latina, ci avrebbe saputo dare.(4)


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Pregati di riprendere l’interrotto proposito, ci mettemmo all’opera, che circostanze diverse impedirono, che fosse portata a termine con la prestezza che avremmo voluto.

L’involontario ritardo, però, non doveva andare a scapito del lavoro, che adesso vede la luce. Quante preziose notizie vennero ad aggiungersi a quelle che già possedevamo, grazie ad una moltitudine di documenti, che avemmo la fortuna di trovare ed esaminare: documenti di eccezionale importanza, oltre che per la storia del Movimento cattolico italiano, anche e soprattutto, per la conoscenza dello spirito e dell’anima del conte Medolago. Infatti, la prodigiosa attività, che lo distinse, non fu che l’irradiazione esterna e sensibile di un potente spirito interiore, frutto di speciali grazie del Cielo e di una educazione sapiente rivolta a formare in lui un uomo soprannaturale, tutto di Dio e della Chiesa. I Nonni, la Mamma, hanno detto al piccolo Stanislao, che egli deve essere pronto a morire piuttosto che commettere peccato; lo hanno ammonito fin dalla prima infanzia, che egli deve essere un buon soldato e cavaliere di Cristo: sui tredici anni promette solennemente di diventarlo, e tale sarà, escludendo dalla sua azione ogni motivo umano, ogni interesse terreno; dando, con tutto sé stesso, ogni cosa sua alla causa superiore e divina, alla quale sa di essere stato consacrato nel nascere e di cui la Grazia gli ha fatto intravedere il merito e la grandezza.

Molto si parla a questi giomi della beatificazione del Toniolo. Ma il primo a chiamare il Toniolo col titolo di santo, mentre ancora viveva, e in tempo in cui il nome del professore pisano, non era conosciuto come fu conosciuto poi, in una lettera, che con tante altre vedrà la luce in quest’opera, fu il Medolago; però, è certo che Toniolo, se potesse parlare, come rigetterebbe sdegnosamente l’esaltazione partigiana con tanta ragione ripresa dal Vaussard, cosi per lo spirito di giustizia, che fu sempre l’anima della sua vita, restituirebbe e contraccambierebbe all’amico e fratello carissimo di Fede, di lavoro, di lotta, l’elogio ricevuto. Spirito di preghiera e di sacrificio; zelo ardente per la verità, per la Chiesa, per il bene del popolo; modestia ed umiltà; operosità mai stanca e generosità silenziosa: ecco la figura spirituale del conte Stanislao Medolago Albani, che nel motto evangelico inciso nell’arma della sua casata: Quaerite primum regnum Dei, ebbe segnato il fine della sua giornata operosa, modello a quanti intendono di lavorare con frutto al trionfo del regno di Dio. “Cercate soprattutto il regno di Dio”.


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Non ci sarà nessuno (o almeno speriamo) che troverà che noi ci siamo allungati troppo nel seguire il progresso di questa giornata, che dal pallore dell’aurora sale agli splendori di un fiammeggiante meriggio. Del resto, come è stato accennato, con la vita del Medolago è la storia stessa dell’Azione cattolica italiana, che viene svolgendosi sotto i nostri occhi, e conoscere questa storia deve essere piacevole, per quanti si occupano di Movimento cattolico, in un’ora nella quale, come forse non mai in passato, dai cattolici la società attende la sua salvezza. Quanto da imparare dalla vecchia (usiamo il termine assai volte ripetuto per dispregio, purtroppo) Azione cattolica. E quanto bisogno, per andare avanti, di guardare indietro, di riprendere e inalberare coraggiosamente quella dichiarazione di principï, che ogni anno si ripeteva negli antichi nostri Congressi, seguita per decenni, come norma e regola di azione; sfida che faceva tremare gli avversari costretti a contare e sperare, per le loro vittorie, sui ripiegamenti e sulle condiscendenze degli odiati e perseguitati cattolici. E non li sentiremo noi un giorno, esclamare sopra uno dei loro massimi organi, la Perseveranza di Milano: “Se i cattolici ci aiutassero…?” Quale ammonimento in questa esclamazione, confessione manifesta dell’impossibilità di vincere la resistenza cattolica, finché questa si fosse mantenuta decisa, intransigente, compatta sotto la direzione e obbedienza della Chiesa. Gli avvenimenti dei quali siamo oggi testimoni, il ruggito della belva anticristiana che, ferita da una parola del Papa, va richiamando a raccolta i suoi adepti; lo sforzo per la costituzione di un fronte unico laico, ossia anticattolico, ossia ateo, fra liberali, democratici, socialisti, repubblicani, tutti idealmente concordi, sebbene politicamente divisi, contro Dio, contro Cristo: tutto ciò che cosa è, se non un aperto richiamo ai cattolici di unirsi per la lotta, forse suprema, che li minaccia? In questa lotta, che è la lotta del Male contro il Bene, dell’errore contro la Verità, della violenza contro il Diritto, del disordine contro l’Ordine, insomma di Satana contro Dio, tutto al contrario di quello che tanti cattolici hanno creduto e magari ancora pensano, non si vince con i tentennamenti e le concessioni: ogni concessione è una breccia, per la quale passerà il nemico; una falla, che non farà che allargarsi; un ripiegamento che sotto colore di tattica, come tante volte si pretese di giustificare, non può finire che a sconfitta e rovina. Per i cattolici non c’è via di mezzo: o tutto o niente, in Morale, in Politica, in Sociologia. Totalitarismo? Sì. E perché no?

Non sono, forse, intransigenti, intrattabili, totalitari sui loro principï i nemici di Dio, di Cristo, della Chiesa? Altrettanto (lo si gridi in alto, senza paura) devono esserlo i cattolici, perché essi devono volere (e non volerlo sarebbe pratica abdicazione degli impegni del loro Battesimo) che il diritto di Dio, il quale nessun diritto offende o distrugge, ma tutti i diritti individuali e sociali salvaguarda e consacra, come quello che ne è il fondamento e l’origine, domini sovrano in ogni manifestazione della vita umana, anche in Politica. Sì, anche in Politica, stanteché la Politica non sia, come fu ridotta e si crede, una competizione di Partiti in lotta per la conquista del potere o un tentativo di accordo, che, poi, in pratica sempre sfuma, per una divisione di potere, bensi “l’applicazione della legge morale agli atti della vita civile e sociale.” Così considerata la Politica, non è chi non veda la irragionevolezza del veto, che il Laicismo pretende di mettere ai cattolici di occuparsi di Politica. I cattolici devono occuparsi e preoccuparsi dell’andamento della cosa pubblica e dello Stato, perché il Cristo non è stato fatto per regnare soltanto nelle Chiese o nel chiuso santuario delle coscienze e delle famiglie, ma ugualmente nelle pubbliche Assemblee, nei Parlamenti e nelle organizzazioni del lavoro, e il Padrone assoluto del cielo e della terra, con quanto in questa si contiene, a cominciare dall’uomo, non deve sottostare alla Legge irrazionale e ridicola della metà più uno per avere diritto ad essere riconosciuto e ottenere posto nei consessi dei popoli e delle Nazioni. E donde l’altro parimenti imprescindibile dovere di presentarsi al mondo nel loro essere, a bandiera spiegata, perché “la bandiera cattolica non è merce da far passare di contrabbando”,(5) attraverso attenuazioni, mimetizzazioni o aconfessionalismi, indegni di salde coscienze cristiane.

Ma qui, purtroppo, si accenderà, un giorno, la battaglia tra i cattolici italiani, divisi in coloro che, per smania di correre, di arrivare, non dubiteranno di fare propria la distinzione liberale fra Religione e Politica, fra Religione ed Economia, e i fedeli alla vecchia dottrina dell’unità e supremazia del principio cattolico, che si estende a tutte le manifestazioni della vita e tutte le raccoglie nella visione di un fine soprannaturale, al quale ogni altro deve subordinarsi e ordinarsi. Lungi da noi pensare che la visione e l’intenzione di questo fine superiore e armonizzatore, venisse meno nei cattolici: a nessuno è lecito di dubitare della fede dei fratelli in Cristo; in pratica, però, fu altra cosa, e i danni recati da un neutralismo, o meglio aconfessionalismo per ragioni di tattica, cosi si disse, in realtà per la paura di essere chiamati clericali, voluto sostituire al vecchio integralismo, durano tuttavia. Dovendo percorrere, nello scrivere la vita di Stanislao Medolago Albani, tutte le fasi della polemica e della battaglia che, accesasi col sorgere della Democrazia Cristiana all’indomani della pubblicazione della Rerum Novarum, ancora non può dirsi sopita del tutto, ancorché si eviti di parlarne, saremo costretti ad emettere giudizï, che potranno parere severi, sul contegno e l’operato di esponenti, e neppur di basso grado, del Movimento cattolico; a parte, però, che nessuna animosità è in noi né intenzione di diminuire i meriti di chicchessia, i documenti che riporteremo, le citazioni che faremo, diranno se i nostri apprezzamenti sono fondati oppure no.

Nessuna affermazione sarà fatta in questo libro, la quale non abbia accanto la sua prova; nella documentazione noi abbiamo voluto essere, più che prolissi, pedanti per la convinzione che la forza della Storia è nei documenti, oltreché per il desiderio, che si dissipino finalmente i tanti pregiudizi ingiusti, che un malvagio spirito di parte vi ha inculcato e vi tiene radicati al punto da fare sognare contrasti non solo tra uno o altro degli uomini, che maggiormente si segnalarono nel campo dell’Azione cattolica, ma perfino tra le encicliche e le direttive dei sommi Pontefici. Che cosa non si fece per mettere in opposizione Pio X con Leone XIII.

A quanti cavilli non si ricorse per trarre dalla Rerum Novarum approvazione di movimenti, iniziative e idee politiche e sociali, che quel famoso documento non conteneva.

Quante stiracchiature non ebbe a patire la Graves de communi re pubblicata da Leone XIII apposta per confermare quello che, pure, era chiarissimo nella Rerum Novarum a proposito, soprattutto di Democrazia, che non doveva uscire dal suo campo sociale per farsi politica. Quante arti non si adoperarono per diminuire la portata dogmatica e disciplinare della Pascendi dominici gregis, il documento forse più denso di dottrina tra tutti gli atti dei Pontefici romani, o per nascondere al pubblico la Singulari quadam caritate, enciclica sempre attuale, e anzi attualissima, in materia di Sindacalismo e di organizzazione cristiana cattolica del lavoro. E non parliamo dei sofismi accumulati contro la lettera sul Sillon. A questi eccessi doveva condurre l’errore del neutralismo confessionale o della aconfessionalità, propaggine diretta dell’errore liberale, il cui caposaldo e la cui base è, appunto, il principio sbagliato dell‘indipendenza della ragione e della coscienza da ogni legge soprannaturale e divina. Senza dubbio i cattolici, che per motivi pratici accettavano il Neutralismo e l’Aconfessionalità, interrogati se accettassero il principio fondamentale dei Liberalismo, avrebbero risposto negativamente. In realtà, finivano a intrupparsi coi Liberali e a negare, anche clamorosamente, il diritto della Chiesa, corollario del diritto divino, anche in materie politiche e sociali.

La lotta, che afflisse e mortificò l’Azione cattolica dal giorno in cui la prima Democrazia Cristiana, duce il Murri, si levava a ribellione e la predicazione di altri, che insistevano a passare sopra “sans arrière pensée” (la frase precisa adoperata è “senza ripensamenti”) alle disposizioni pontificie, concernenti la partecipazione attiva dei cattolici alla vita politica, è tutta qui. In questa lotta, interprete fedelissimo dei pensiero della Chiesa, si erge, dal principio alla fine, il conte Medolago Albani. Il quale, se si tenne in un maggiore riserbo del professor Toniolo nei riguardi del “Partito Popolare Italiano” (la Democrazia Cristiana di un trentennio avanti, mutato nomine), non si voltò mai contro i “nuovi Dirigenti dell’Azione Cattolica” come erroneamente, per influsso di informatori partigiani, scrisse il Vaussard. Medolago lamentava, soltanto, la commistione che, più o meno in buona fede, si faceva tra Azione Cattolica e Partito politico, la dimenticanza di cui, in forza del principio della aconfessionalità, si macchiavano i cattolici, dei diritti e della dottrina della Chiesa, su punti che la professione cattolica comandava di tenere presenti e intatti. Questo il motivo per cui il conte Medolago, mentre altri cattolici si preparavano ad entrare nella formazione politica del Partito Popolare in unala destra, ben presto discioltasi per comando del papa Benedetto XV, si raccolse nel silenzio e nell’ombra. Non già per sdegno o avversione, siccome al Vaussard fu fatto credere, contro i “nuovi dirigenti dell’Azione cattolica italiana,” ché né sdegni né avversioni, entrarono mai nell’anima di lui, sebbene umanamente sarebbero, pure stati giustificati, ma per coerenza ai principï direttivi di tutta la sua vita e fedeltà di obbedienza alla Chiesa. Un solo istante di debolezza non doveva incrinare la gloria del “buon soldato e cavaliere di Cristo.” E qui l’introduzione potrebbe far punto. Qualche parola, però, i lettori ci permetteranno di aggiungere ancora, che dia una visione generale dell’ambito e sviluppo dei lavoro che ad essi presentiamo. Dagli inizi, ricchi di cose mirabili di cielo, quali si riscontrano soltanto nei privilegiati del Signore, si passa a discorrere della prima attività del conte Stanislao Medolago Albani. Bergamo, terra di Fede, è tra le prime città d’Italia ad accogliere l’invito che da Bologna e da Firenze chiama i cattolici italiani ad unirsi in santa lega, per la difesa dei diritti di Dio e della Chiesa, ognor più minacciati dalla sopravanzante Rivoluzione. Ma per alcun tempo il movimento, sebbene iniziatosi con buoni auspici, procede piuttosto stentatamente. Manca il capitano, il quale ne prenda in mano con fermezza e sapienza la guida e, soprattutto, sappia infondere col suo esempio, entusiasmo ed energia. Il movimento cattolico bergamasco comincia ad affermarsi il giorno in cui, per consenso universale, dai più anziani ai più giovani, è chiamato a dirigerlo Stanislao Medolago. Da quel giorno le sue sorti sono assicurate ed esso sarà ben presto il primo d’Italia e il modello di ogni altro, tale da destare l’ammirazione e l’invidia anche degli stranieri, che vengono a visitarlo.

Infatti, Medolago è dei pochi, i quali hanno capito che il movimento cattolico per vivere, prosperare e rispondere al suo scopo, deve andare al popolo, spandersi nel popolo, affermarsi nel popolo. Per vincere la sua battaglia, la Rivoluzione punta sul popolo; altrettanto, in senso contrario devono fare i figli della Verità, non disgiungendo dai mezzi religiosi e sociali, ai quali il popolo fu e sarà sempre estremamente sensibile.

Di qui lo studio e la cura del giovane presidente Medolago di accompagnare sempre alle opere religiose iniziative di indole economico-sociale e il primo tentativo sarà nella costituzione del “Circolo operaio cattolico San Giuseppe”, la cui organizzazione basterebbe da sola a immortalarne il nome. Da un’umile cassa di mutuo-soccorso, attraverso la cassa di “prestiti sull’onore,” il Circolo San Giuseppe arriverà alla banca del “Piccolo Credito Bergamasco”, una delle poche Banche cattoliche, sopravvissute in mezzo agli avvenimenti e sconvolgimenti sociali, politici e finanziari di quest’ultimo settantennio, e, tuttavia, in piena efficienza ed attività. Né meno considerevole nello stesso Circolo l’esperimento professionale e corporativo che si estenderà, a partire specialmente dal 1886, a tutta la Bergamasca con beneficio immenso materiale e morale delle popolazioni industriali ed agricole dell’intera regione. Di tutto questo felicissimo movimento il Medolago è il pioniere, l’animatore, il maestro.

La sua azione è la realizzazione della dottrina, che viene sviluppando ai suoi cari operai in discorsi, che niente ancora oggi hanno perduto di attualità. Essendo arrivati al possesso d’una organizzazione potente, veniva da sé che i cattolici bergamaschi pensassero alla conquista dei Comuni e della Provincia, da troppi anni in mano alla Frammassoneria. La lotta è lunga e aspra, perché il nemico è duro a cedere; ma da ultimo deve cedere e Bergamo cattolica ha la sua amministrazione in mano dei propri rappresentanti, in capo ai quali è sempre e per decenni, il conte Medolago. Epici saranno gli scontri tra cattolici ed avversari nei Consigli Comunale e Provinciale; il Governo, ligio alla setta, darà la sua mano, per sloggiarne gli odiati papisti; ma ne uscirà con la testa rotta e peste le ossa, e Bergamo avrà l’onore di una citazione all’ordine del giorno da parte del sommo Pontefice Leone XIII, che al cospetto del mondo cattolico, le consacrerà con onore e gloria, l’epiteto ad essa applicato dalla setta di “roccaforte e cittadella avanzata del Vaticano”. Avanti, però, e anzi molto avanti di questi avvenimenti, il nome di Stanislao Medolago era diventato famoso nel movimento generale cattolico italiano. E come avrebbe potuto tenersi e rimanere nascosto il capo di una organizzazione così florida e potente come già fin dai primi inizi si era manifestata la bergamasca?

È evidente che i dirigenti l’Opera dei Congressi, la grande società, sorta per unificare tutte le forze dei cattolici italiani, dovessero posare i loro sguardi sul Medolago, e desiderassero di averlo fra loro. Il che avvenne, dopo il Congresso tenuto a Bergamo nel 1877. E da quell’epoca comincerà per lui una nuova fatica, la cui asprezza non farà che mettere in una più vasta luce le sue doti eccezionali di scienza, prudenza ed esperienza, al punto da fare desiderare a moltissimi, in momenti assai difficili per l’Opera dei Congressi, che la stessa alle sue mani venisse affidata, essendo il solo suo nome “un pegno di concordia e di pace” e, quindi, di avanzamento e progresso. Ugualmente benefica del resto fu l’influenza esercitata dal suo posto di presidente del 2° Gruppo dell’Opera dei Congressi, al quale il Medolago venne chiamato dalla espressa volontà di Leone XIII nel decennio 1892-1902. In mezzo alle roventi polemiche che accompagnarono la nascita e lo sviluppo della prima Democrazia Cristiana, Medolago apparisce elemento sapiente di equilibrio e concordia e a lui si accostano i giovani, desiderosi di lavorare, ma per età e inesperienza bisognosi di freno e di guida, tanto quanto essi si allontanano da altri capi, autorevolissimi, ma dominati (purtroppo) da una concezione ultra-accentristica, che sarà causa di gravissimi danni per l’Opera dei Congressi.

Senza frutto, Medolago cercherà di far capire il pericolo di questa attitudine che obbliga lui stesso, per il bene del Gruppo, di cui è responsabile, a separarsi dal Paganuzzi, Dio solo sa con quanta pena dell’animo suo, per il lungo cammino percorso insieme, per il lavoro avuto in comune, per l’affetto, che dei due cuori ne aveva fatto uno solo. Non aveva scritto Paganuzzi un giorno che “Bergamo e Venezia dovevano essere le rocche forti dell’Opera dei Congressi?”

Ma, in realtà, a Bergamo soltanto, sarebbe toccato l’onore di esserlo fino alla fine e di meritare, perciò, di divenire, in seguito, il centro massimo del Movimento cattolico italiano allorquando, sciolta l’Opera, Pio X provvide a restaurare su nuove basi l’Azione Cattolica italiana.

Della quale, come dimostreranno i documenti che verranno citati, il vero capo sarà il conte Medolago. Altri due uomini appariranno al suo fianco: il tante volte nominato professor Toniolo e il presidente della Gioventù Cattolica, commendatore avvocato Pericoli; ma l’anima, la mente motrice e direttiva sarà il Nostro, l’uomo di fiducia del santo Pio X, che nessuna decisione prenderà mai, senza avere chiesto e sentito il parere di lui, per la sicurezza in lui riposta e la stima che ne aveva, della Fede profonda e sincera virtù.

Di questa stima daranno testimonianza le lettere del santo Pontefice a lui dirette, che non si leggono senza commozione ed ammirazione e collocano, una accanto all’altra, due anime, nelle quali si ripercossero con strazio acutissimo i dolori della Chiesa, tradita dal di dentro e dal di fuori, dimenticata e abbandonata tante volte, da chi avrebbe dovuto esserle più vicina nella grande lotta a lei imposta dall’eresia aggiuntasi a quella non mai cessata, e, che non cesserà mai, della Politica perfida degli uomini nemici di Dio.

Il Modernismo, questa eresia “sintesi di tutte le eresie”, come venne definita, i cui sintomi si manifestarono negli ultimi tempi del pontificato di Leone XIII, esplode in tutta la sua violenza, nei primi anni del governo di Pio X, e la lotta è estremamente dura, perché anche presso gente di Fede, non si vuole credere all’esistenza di un errore tanto radicale, profondo, vasto e diffuso in ogni parte della compagine cattolica. Perciò, gli antimodernisti sono dei poveri illusi, dei visionari, e l’accusa dietro cui si difendono i nemici della verità e della Chiesa, raggiunge perfino il trono di san Pietro e la sacra persona del Vicario di Cristo. Nell’epica lotta, il conte Medolago, ricordandosi di essere un discendente dell’Autore immortale del Du Pape, si troverà in primissima fila e il suo contegno sarà di sommo conforto al cuore rattristato e oppresso del santo Pio X, che lamenta di essere lasciato quasi solo, a sopportare l’assalto dell’inferno e si rivolgerà al fedele suo servo, pregandolo di non lasciarlo solo.

Quale lode per Stanislao Medolago Albani, che appunto per venire in aiuto alle necessità della Chiesa e preparare alla stessa, abili e coraggiosi difensori, penserà alla fondazione di un “Istituto di Scienze Sociali”, l’ultima opera del suo ingegno e del suo cuore. Le vicende che seguiranno alla scomparsa del santo Pio X, la guerra che affliggerà il mondo, cambieranno tante cose… i cattolici si metteranno per nuove vie, così da far apparire nel Medolago un superato, di cui la storia poteva, senza offesa, anche dimenticare il nome. La storia, che qui presentiamo, sfaterà il falso giudizio, e restituendo al nome di Stanislao Medolago Albani l’onore che si merita, muoverà i cattolici italiani a ripensarne gli insegnamenti e a riprenderne gli esempi, per l’incremento vero della loro azione e il trionfo di Cristo nella società, conformemente al desiderio santo, che animò tutta la vita di lui e che deve costituire tutto lo scopo a cui essa deve indirizzarsi. Questa la nostra speranza. Quanti queste pagine leggeranno, si uniscano con noi a pregare, affinché essa venga ratificata e compiuta dalla benedizione di Dio.

 

Note

1) M. Vaussard, L’intelligence catholique dans l’Italie du XX siècle, Parigi, Gabalda, 1921, XXI, 346. [Maurice Vaussard (1888-1978), giornalista, storico è tra i migliori studiosi e conoscitori della storia dei cattolici italiani nell’età contemporanea. A Pisa entrò in rapporto con Toniolo, fu amico di don Luigi Sturzo (Carteggio, 1917-1958, ed. Gangemi, Roma)]. “Il conte Medolago Albani è appena deceduto, a sua volta (6/7/1921) tra il silenzio che sembra concordato, della stampa italiana, che ha sepolto poco prima Toniolo sotto i fiori. Certo, noi non ci sogniamo di mettere a confronto i due uomini, né per la portata intellettuale, e nemmeno quanto al loro ruolo attivo nel movimento cattolico italiano. Tuttavia le 23 righe di necrologio concesse dal Corriere d’Italia a Medolago, che in questi ultimi tempi, invecchiato e solitario, s’era rivoltato contro i nuovi dirigenti dell’azione cattolica italiana, e si poneva come intransigente, paiono una ben meschina vendetta verso un uomo, che ebbe a suo tempo grandi meriti, e fanno una ben magra figura a fronte della moltitudine di articoli laudativi pubblicati ancora su Toniolo, a svariati anni dalla sua morte.

II maestro di Pisa, se fosse ancora al mondo, avrebbe apprezzato ben poco questo trionfo dello spirito di parte sullo spirito di giustizia.” 

2) II Toniolo precedette Medolago nella tomba il 17 ottobre 1918. 

3) (San) Pio X in una lettera a Stanislao Medolago Albani, 30 gennaio 1906. [Giuseppe M. Sarto, Riese, Tv,2/6/1835-Roma,†20/8/1914), pontefice dal 4/8/1903 al transito; intronizzato, domenica,9/8. Motto: “Instaurare omnia in Christo”. Primo papa beatificato nel sec. XX, domenica,3/6/1951; canonizzato, sabato,29/5/1954 da Pio XII (Eugenio M. Pacelli, 2/3/1939-Roma,†9/10/1958)]. 

4) [Di padre Alfonso Maria Casoli (Mo,21/7/l867-To †,20/2/1923) si ricordi, almeno, il romanzo Anime sane (la ed. Roma, 1917; 3a ed, Mo, 1921), la prolusione “Un campione della causa cattolica, il conte Stanislao Medolago Albani” (Acquapendente, 1922); le antologie: “Lyricorum liber”, Mo, 1922; “Reliquie poetiche”, Mo, 1930. Premiato al famoso e prestigioso Certamen poeticum Hoeufftianum, Amsterdam (1845-1978): una medaglia d’oro (1908); sette d’argento (1909,1910,1915,1917,1921,1922, e 1923); rivaleggiò, nel primo decennio del secolo, con Giovanni Pascoli, anch’egli plurivincitore di medaglie auree e d’argento, nello stesso concorso. Primo vincitore, 1845, il poeta reggino, Diego Vitrioli (2/6/1819 -† 20/5/1898) M.O. per “Xiphias” (la pésca del pesce spada). Ultimo vincitore, “magna laus” (con altri), 1978, T. Ciresola, per “Panis”. Teodoro Ciresola, veronese, “Ragazzo del ‘99”, dopo la laurea a Pavia (12/7/1920) in “Filosofia e Lettere” (antiche) insegna nei licei di Desenzano, Como (Merate), Foggia, Bolzano, Como, Brescia e dal 1933 al Carducci di Milano, ov’è anche vice preside, fino al 1969 (pensione). Maestro del curatore della presente, insieme col compagno di classe (Sez. B, anno 1953-‘54 ss.) Lodovico co. Medolago Albani. Teodoro Ciresola vinse al Certamen: tre M.O., 1962, con “Lapsus”. 1965,“Ioannis XXIII somnium”. 1973, con “Vetus discipulus”. Dal 1974 al ’78, è assegnata soltanto “magna laus”: 1974, T. C. per “Sacrum Graeci praesaepium” (altri). 1975, T.C. da solo, per “Pusillus grex”. 1976, T.C. da solo, per “Van Gogh”. 1977, T.C. per “Sub solis ortum” (altri). Cfr. R.B. “Tracce di Storia Patria”, Quaderni, n. 3, profilo biografico di T. Ciresola, Ve, 2018,39, nn.92,93].

5) “quasi fosse una merce avariata e di contrabbando”, in lettera del 22/11/1909 di [San] Pio X a [Stanislao] Medolago. [Le encicliche Rerum Novarum, “L’ardente brama di novità” (15/5/1891) e Graves de communi re, “Le gravi dispute” (18/1/1901) sull’economia sociale, sono di papa Leone XIII (Vincenzo G. Pecci, 1878 -† 20/7/1903). Pascendi dominici gregis, “Di pascere il gregge del Signore” (8/9/1907) contro il modernismo e Singulari quadam caritate, “Uno speciale affetto” (24/9/1912) verso i cattolici tedeschi (sindacati), sono di san Pio X. Nella sua prima enc. E supremi, “Dall’alto di questa cattedra” (4/10/1903), il pontefice san Pio X fa riferimento al suo motto araldico “Rinnovare tutto in Cristo” (Ef. I, 10)].