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Perché ho firmato la Correzione filiale a Papa Francesco. Parla Cristina Siccardi

Il Papa è davvero eretico? E davvero la Chiesa sta tradendo il messaggio di Cristo concedendo ai divorziati il permesso di accostarsi ai sacramenti e all’Eucarestia? È questo il messaggio che 62 intellettuali cattolici hanno rivolto a papa Francesco, rispondendo con una “Correctio filialis” (una Correzione filiale) alla sua Esortazione apostolica Amoris Laetitia. Fra loro, Cristina Siccardistudiosa di storia della chiesa e autrice di 59 pubblicazioni su vari temi ad essa correlati. Diversi intellettuali hanno a loro volta criticato i dissidenti, difendendo il papa Bergoglio.

Sulla base di quale legge della chiesa le posizioni sostenute da Bergoglio sono da considerarsi eretiche?

L’eresia non è una violazione di legge, ma la grave negazione di una o più verità di Fede o di verità naturali, presupposto necessario di verità rivelate. Le affermazioni contestate a Papa Francesco contraddicono quanto Nostro Signore Gesù Cristo è, per Sua autorità, la Chiesa hanno affermato a riguardo di Dio, della persona umana e della morale.

Secondo voi papa Bergoglio ha corrotto o confuso le menti dei fedeli? È eretico?

Innanzitutto occorre domandarsi quale sia la funzione del Papa e, a ciò, risponde direttamente Nostro Signore Gesù Cristo «e tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Compito essenziale del Pontefice è, quindi, quello di difendere la Fede, integra ed integrale; non altro. È di ogni evidenza, dunque, che, quando un Papa fa ripetutamente affermazioni eretiche getta sconcerto, confusione e corruzione nel Credo dei fedeli, soprattutto di quelli più deboli e indifesi.
Perché una persona possa considerarsi colpevole, secondo il diritto canonico, di eresia sono necessarie due condizioni: che affermi concetti gravemente in contrasto con la verità rivelata e che, una volta ammonito da un’autorità superiore ed a ciò preposta, perseveri nell’errore, ciò che in gergo giuridico-canonistico si chiama «pertinacia». Per quanto riguarda la prima condizione, Papa Francesco la soddisfa appieno. Per quanto concerne, invece, la seconda non è possibile adempierla, in quanto, sulla terra, non esiste un’autorità superiore a quella del Papa, che possa ammonirlo. In questi casi, si dice che il Pontefice è eretico materialiter, ma non eretico formaliter.

Scrivete: “Alcuni vescovi e cardinali hanno continuato a difendere le verità divinamente rivelate circa il matrimonio, la legge morale e la recezione dei sacramenti. altri hanno negato queste verità e da Vostra Santità non hanno ricevuto un rimprovero ma un favore”. Quali sono le basi dottrinali della verità divinamente rivelata? (E nello specifico: dove sta scritto che i divorziati non possono accedere all’Eucaristia?)

Anche qui è direttamente Nostro Signore a rispondere alla Sua domanda: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19, 4-6).
Un uomo ed una donna uniti in un matrimonio valido rimangono inevitabilmente, qualunque cosa accada, marito e moglie, fino alla morte di uno dei due. Il divorzio, concesso dalle legislazioni anticristiane di vari Stati, non è materialmente in grado di mutare questa realtà. La persona che si “risposa”, dopo il divorzio civile, prima della morte del coniuge, non celebra un secondo matrimonio, ma fa apporre allo Stato un timbro sulla sua pubblica dichiarazione di adulterio. Ogni volta che questa persona si congiunge con il nuovo convivente commette un peccato mortale. Ma i cosiddetti «divorziati risposati» non sono dei semplici adulteri, ma sono degli scandalosi propagandisti dell’adulterio: la loro colpa passa dal livello dei peccati di incontinenza a quello dei peccati spirituali.
Risulta di ogni evidenza che persone in stato di peccato mortale (si ricorda che anche il semplice adulterio è peccato mortale) non possono accostarsi alla Santa Eucaristia, sotto pena di commettere sacrilegio.
Visto che la maggiore colpa dei «divorziati risposati», a differenza di quella dei semplici adulteri, che potrebbero agire con discrezione, è proprio lo scandalo dato dalla pubblicità del loro comportamento peccaminoso, è necessario che la riparazione a tale scandalo sia pubblica. L’intransigenza che la Chiesa ha sempre avuto su questi punti è l’unica vera carità che si possa usare nei confronti di persone cadute in tale tristissima situazione, in quanto è costante richiamo al loro pentimento e, in ultima analisi, alla loro salvezza eterna. Pentimento che va a beneficio delle persone che vivono intorno a chi desidera ritornare in Grazia di Dio ammettendo la propria colpa (sempre foriera di dolore per sé e per gli altri): in primis i figli.

Accusate il Papa di Modernismo. Invece Monsignor Giuseppe Lorizio sostiene che voi avete “una visione statica della Grazia, che è invece fatto dinamico”. Dice che l’esortazione del Papa non è la posizione di scuola teologica ma espressione di un percorso della Chiesa”. Secondo voi le leggi della Chiesa dovrebbero restare per principio immutabile malgrado ogni circostanza?

Nel passo da lei citato a riguardo della presunta concezione statica della Grazia, Monsignor Lorizio gioca sull’equivoco. È assolutamente vero che chi esce da una buona confessione non è perfetto, pare ovvio, quasi banale, visto che l’unica persona umana (ad eccezione, ovviamente, di Nostro Signore Gesù Cristo) che compie pienamente e perfettamente la sua natura, in tutta la storia, è stata, è e rimarrà Maria Santissima, l’Immacolata: il teologo attribuisce alla Correctio, forse fidando nella convinzione che la maggior parte dei lettori di «Avvenire» non la leggerà, un’affermazione così priva di senso, come quella che si affanna a negare. La Grazia non è né statica, né dinamica a comando del Monsignore o di chiunque altro, ma gode dell’assoluta libertà di Dio.

Il fatto che Dio sia libero ed onnipotente nulla toglie alla Sua impossibilità di contraddirsi; è solo il dio dell’Islam che si contraddice. Il fatto innegabile che tutta la vita del cristiano debba essere una continua ascesi, nulla toglie all’oggettiva verità di Fede che il fedele discepolo di Gesù è posto dalla Grazia in condizione di evitare, in qualunque momento della sua vita, di violare la legge di Dio e, quindi, di cadere in peccato e, a maggior ragione, in peccato mortale; se e quando vi cade, lo fa unicamente per sua colpa, volendo il male e/o non ricorrendo sufficientemente alla Grazia, che, se invocata con Fede, sempre ed invariabilmente concede all’orante la forza di resistere alla tentazione, quantunque a prezzo di sacrifici, a volte addirittura eroici, ma sempre richiesti e doverosi.

Insisto, secondo voi le leggi della Chiesa dovrebbero restare per principio immutabile malgrado ogni circostanza?

La sua domanda necessita di una precisazione: bisogna distinguere tra legge divina (naturale e/o rivelata) e legge umana, ecclesiale. La legge divina è immutabile, mentre quella umana che ne è applicazione, è adattabile a seconda delle circostanze di tempo e di luogo.

Per ciò che concerne il matrimonio, la sua indissolubilità è di diritto divino e, conseguentemente, immutabile: chi si intrattiene sessualmente con persona diversa dal coniuge non può accostarsi alla Santa Comunione, perché non in Grazia di Dio, sempre rimanendo presunti la piena avvertenza e il deliberato consenso. «Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore» (1Cor 11, 29). Per quanto concerne, poi, i cosiddetti divorziati risposati, la Chiesa ha il dovere di mantenere la loro esclusione dall’accostarsi alla Santa Comunione come atto pubblico, poiché la loro colpa è pubblica e desta scandalo: questa rigida proibizione, oltre che essere richiamo all’anima dei peccatori, in vista di un loro pentimento, è anche parziale riparazione dello scandalo da loro dato.

Dite di aver scritto per difendere “i vostri fratelli cattolici”. Chi è divorziato e si sente cattolico ma non può accedere ai sacramenti non ha diritto ad essere difeso?

Innanzitutto mi permetta due puntualizzazioni: non esistono persone che «si sentono cattoliche», ma solo persone che sono o non sono cattoliche; il nostro discorso verte unicamente sui divorziati risposati, in quanto l’istituto del divorzio, come istituto puramente civile ed incapace di incidere sulla realtà matrimoniale, è, di per sé, moralmente indifferente, essendo solo il cosiddetto secondo matrimonio, con la conseguente vita more uxorio, a divenire pubblica esaltazione dell’adulterio. Possono esistere cattolici che siano divorziati risposati. A loro la Chiesa, seguendo il comando del Salvatore, non ha mai rifiutato difesa e tutela; proprio la severità dimostrata nei confronti del loro comportamento è amorevole scudo di quelle anime nei confronti del loro peccato e strumento del loro pentimento e, addirittura, della loro santificazione.

Giova ricordare che le sventurate persone che si trovano in tali circostanze possono ritornare in Grazia di Dio e, conseguentemente, tornare ad accostarsi all’Eucaristia; le strade per fare ciò sono sostanzialmente due: abbandonare la vita more uxorio con chi non è coniuge o, quando questo non sia moralmente possibile, continuare a coabitare con tale persona «come fratello e sorella». Quando la seconda falsa unione ha creato dei doveri nei confronti di terze persone (il caso più frequente è quello della nascita di figli ancora in tenera età), la Chiesa impone di mantenere la coabitazione, unicamente per non venir meno ai doveri nei confronti di queste persone, fermo restando il divieto, ovviamente, di ogni atto coniugale.

L’arcivescovo di Chieti Bruno Forte parla di “attacco strumentale a Bergoglio” dicendo che “tutti i sette capi di imputazione fraintendono la necessità di verità e di misericordia da parte della chiesa, che non chiude le porte in faccia a nessuno”. Cosa replicate a chi vi accusa di aver chiuso le porte in faccia ai fedeli?

L’antropocentrismo dell’Arcivescovo di Chieti si conferma ancora una volta: né chi, come noi, rimane fedele alla legge di Gesù, né chi, come il suddetto Arcivescovo, pretende di modificare la legge divina, al fine di “tenerla al passo con i tempi”, apre o chiude le porte in faccia a chiunque, poiché la questione è unicamente di comprendere se l’uomo abbia il potere di modificare la legge divina. Alle obiezioni di S.E. Forte e di molti altri risponde con chiarezza e determinazione, senza possibilità di replica, Nostro Signore: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10, 11-12).

Benedetto Ippolito scrive: “Si può essere in coscienza poco sensibili e perfino scettici verso una linea dottrinale, ma non si può pubblicamente sconfessare o accusare larvatamente un Papa di promuovere eresie, quando non vi è sostanza per dirlo e soprattutto essendo Lui stesso a garantire l’ortodossia esterna della cristianità. Criticare il Papa pubblicamente, in definitiva, è sempre sbagliato. La critica pubblica non è una correzione fraterna, ma una grave disobbedienza alla sua autorità che crea difficoltà e confusione, non aiutando nessuno”. Voi non ritenete il papa garante dell’ortodossia? Se sì, chi lo è?

«Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto» (Gal 2, 11). Benedetto Ippolito ci dice che san Paolo è reo di «grave disobbedienza» all’autorità petrina e che un libro divinamente ispirato (Lettera di san Paolo ai Galati) contiene l’esaltazione di un comportamento che «è sempre sbagliato» e «crea difficoltà e confusione, non aiutando nessuno»: non comprendo per quale ragione lo Spirito Santo abbia ispirato san Paolo a scrivere questa “apologia di reato”!

Siamo seri, per favore. La questione dell’infallibilità pontificia e del ruolo del Pontefice all’interno della Chiesa è troppo importante per essere ridotta a slogan papolatrici e servili. Il Papa (e non la persona del Papa pro tempore) è assolutamente garante dell’ortodossia della Fede e della morale. Da questo a estendere l’infallibilità pontificia fino al tifo calcistico ne passa… Stella polare di ogni cattolico deve essere la Tradizione e la consapevolezza che la Rivelazione si è chiusa con la morte di san Giovanni Evangelista: da quel momento nulla può essere aggiunto e nulla può essere tolto; chiunque dica qualcosa che contrasta con la Tradizione richiama su di sé l’anatema, fosse anche la persona del Papa pro tempore. «In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1, 7-10).

Il Concilio Vaticano I definisce il dogma dell’infallibilità pontificia e chiarisce le circostanze nelle quali il Papa è infallibile, con l’ovvia conseguenza che, fuori di esse, egli parla come «dottore privato» e, dunque, è fallibile. Le condizioni, che debbono contemporaneamente sussistere perché il Pontefice parli ex cattedra e, quindi, sia infallibile, sono quattro. Primo: che il Papa parli come supremo Pastore universale della Chiesa, con il ruolo di insegnare a tutta la Chiesa. Secondo: deve trattare di questioni attinenti strettamente alla Fede e/o alla morale. Terzo: deve esplicitamente dichiarare, anche senza vincolo di forma, di far uso dell’infallibilità. Quarto: deve condannare come contrario alla Fede cattolica tutto ciò che si oppone a quanto da lui affermato.

Cosa rispondete a chi vi accusa di aver acuito le divisioni della Chiesa, con la vostra lettera?

Prima della Rivoluzione modernista all’interno della Chiesa, l’essere uniti era l’ovvia conseguenza del rimanere fedeli alla verità di Cristo. Chi condanna l’errore non divide, ma rafforza l’unità della Chiesa. Per essere più precisi, l’unità della Chiesa non può essere materialmente incrinata da nessuno, niente può far venir meno la comunione all’interno del Corpo mistico di Nostro Signore Gesù Cristo. Sono coloro che negano la Fede (per farlo basta variare uno iota al suo interno) ad uscire dalla Chiesa, senza riuscire, ovviamente, a dividerla. Mi permetto, a questo proposito, di far notare l’irrazionalità di tutto l’ecumenismo: con la cosiddetta Riforma protestante e, ancor prima, con lo scisma delle Chiese orientali, non c’è stata alcuna divisione, ma alcuni popoli sono usciti dalla Chiesa di Cristo.

Tradizionalmente, si definisce, da parte cattolica, la Chiesa come una casa, dalla quale si può uscire, ma senza essere in grado di portare via nulla; talché la casa rimane sempre integra ed unita. Sono i protestanti (pensiamo quanto sono frastagliati fra di loro), che, non avendo alcuna dottrina (principio del «libero esame»), sono costretti a ricorrere all’immagine della tunica: quando si litiga, essi affermano, viene lacerata e di essa ciascuno porta via un brandello. Come se la verità fosse la somma di brandelli d’errore.

 

Lorenzo Bernardi

formiche.net