Per una mascherina in più - Corrispondenza romana
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Per una mascherina in più

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(Isabella Spanò, Radio Spada – 16 novembre 2020) Cari lettori di questo breve intervento, mi rendo conto di essere piuttosto in controtendenza, riguardo al Covid-19, nel mondo cosiddetto “cattolico tradizionale”. Perché dico questo? Perché, a differenza della maggior parte dei miei correligionari, non sostengo la tesi della quasi-innocuità del virus, non ne minimizzo la portata.

Dati alla mano, infatti, i morti saranno pur stati, sì, più di quanti ne avremmo avuti con cure tempestive e organizzazione sanitaria adeguata, e più autopsie; ma, anche vantando in Italia una Sanità perfetta, i nomi dei deceduti avrebbero comunque affollato le pagine dei necrologi, perlomeno in certe “zone rosse”. Le tante testimonianze dirette di medici, infermieri e operatori vari, e degli stessi ex malati, dimostrano che questo coronavirus è stato, ed è tuttora, non solo molto contagioso, ma anche molto cruento; e su questo il 99% dei sanitari è d’accordo, a prescindere dalla grancassa del mainstream. Contra facta non valent argumenta, come saggiamente reputavano gli antichi.

 

Ma poi, diciamolo, era impensabile affrontare di primo acchito l’epidemia attrezzati di tutto punto. Conoscete la teoria del “cigno nero” di Taleb? Il “cigno nero” è l’evento del tutto imprevedibile, che coglie per forza impreparati. Era stato Giovenale a fissare in una massima il concetto per cui qualcosa di estremamente raro è come un cigno nero – rara avis in terris nigroque simillima cygno. Anche se avvisaglie di una possibile grave epidemia globalizzata negli anni scorsi c’erano state – SARS. MERS, insicurezza dei laboratori di Wuhan, discorsi di Bill Gates e di altri “potenti” –, ciò non basta ad impedire di classificare questo contagio nella categoria dei black swans.

A questo punto, affrontato di necessità il guaio tremendo stile, quasi, “armata Brancaleone” a livello pubblico/statale, è rimessa alla responsabilità individuale la definitiva eliminazione del virus.


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E a chi dei minimizzatori per caso mi sta leggendo adesso, faccio notare, tra le altre cose, che la spavalderia, anzi, meglio, la sfrontatezza, di non indossare i dispositivi di protezione “perché di Covid non si muore” – ammesso e non concesso che ciò risponda al vero – non è comunque per niente giustificata: il solo star male come sono stati male in tanti, con la “fame d’aria” che attanaglia, non è esattamente piacevole. Eppure, purtroppo, sono molti i “cattolici” che hanno, e addirittura a volte ostentano, un simile comportamento.

Ma tali persone – in numero considerevole, ahimè – che, pur consce dell’esistenza di un rischio, restano convinte che la Fede sistemi tutto, come se noi non dovessimo svolgere la nostra debita parte, m’indignano fino a scatenarmi una santa ira. Non conosce, questa gente, il proverbio popolare che recita “aiutati che Dio t’aiuta”? La stessa dottrina cattolica di sempre raccomanda di non tentarlo, Dio; e si tenta comunque l’Onnipotente ogniqualvolta si mette a repentaglio la propria vita pur avendo i mezzi per evitarlo. Quanto sciocco, quindi, è il ragionamento di chi se ne va in giro senza mascherina e per giunta si sente fiero di comportarsi così, chiamando in causa la propria sbandierata Fede, grazie alla quale sarebbe preservato dal pericolo incombente sui comuni mortali – la medesima persona che però non si sognerebbe mai di camminare in mezzo alla strada con auto sfreccianti a destra e a manca chiamando a propria giustificazione la Provvidenza divina. Trovo sia corretto definire questi scriteriati, che fanno spallucce a qualunque serio tentativo di contenimento del contagio, veri “liberal”, in quanto irriducibili ribelli, in nome di una distorta concezione di libertà, appunto, rispetto a ciò che in modo ragionevole, al di là di chi esercita il potere e al di là delle ignobili estreme imposizioni, è buono e giusto fare.

Detto questo, se si volesse cercare di scoprire la vera causa della malattia globalizzata di questi giorni, ci si addentrerebbe in un mare magnum, o – forse meglio, giacché più di spiacevole attualità… –, in una foresta amazzonica delle più svariate ipotesi. Castigo di Dio? Preannuncio dell’Apocalisse? Frutto di un complotto di poteri occulti che mirano al dominio del mondo? Probabili tutte queste cose insieme. E pertanto è meglio, saggiamente, soprassedere.


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Piuttosto voglio introdurre un altro argomento, a mio vedere cruciale in relazione al Covid-19.

Ebbene, se è vero che, usando un aggettivo oggi molto in voga, dobbiamo imparare ad essere resilienti, vale a dire resistenti a un impatto di qualunque natura esso sia, rinforzandoci, dobbiamo anche imparare ad essere antifragili, e quindi capaci di adattarci al cambiamento, in un certo qual senso incamerandolo, sfruttandolo in senso positivo e ottenendo in tal maniera dei miglioramenti. Quello di “antifragilità” è un altro concetto che va assimilato il più possibile. Alla luce di ciò, persino il motto “niente sarà più come prima”, che spaventa, addirittura terrorizza tanti, può essere inteso in maniera ottimistica.

C’è una storiella ben nota nel mondo scout, che parla di una rana buttata in un secchio pieno di latte. L’intelligente rana che fa? Sta per affogare, ma non si dà per vinta: agita talmente forte il latte con le zampette che questo diventa burro e le consente di saltare fuori dal secchio. Due piccioni con una fava, insomma: non solo la salvezza dall’annegamento, ma anche la produzione di un prezioso alimento.


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La favoletta ci presenta una morale evidente: sta a noi saper considerare il classico bicchiere mezzo pieno in qualunque situazione, e qualunque occasione sfruttare per il bene. Applicando il concetto alla temperie odierna, saper trarre, in sostanza, anche dalla tragedia – perché tragedia è – del coronavirus 2020 aspetti positivi. Quali possono essere? Provo ad elencarne alcuni:

1) il distanziamento rende tutti dei privilegiati, perché il divieto di assembramenti fa sì che non esistano più le calche di persone che ti sballottano da tutte le parti, e che non si sia più, com’era prima in molte occasioni, dei “numeri”: il distanziamento è da aristocratici, e adesso quindi siamo nobili un po’ tutti;

2) il distanziamento rende più educati: soppressi, finalmente, quei famigerati buffet sui quali nugoli di individui si avventavano come cavallette;

2) anche le nostre amate spiagge non sono più state deturpate, e i luoghi cari ai turisti non hanno più sofferto un triste inquinamento umano, la scorsa estate;

3) la telematica sta subendo un’accelerazione molto positiva, consentendoci sempre più di risparmiare tempo e denaro e di evitare incomodi;

3) durante il lockdown generale, e pure ora, abbiamo beneficiato, causa il rallentamento forzato delle attività, di una grande occasione per riflettere, per studiare, per leggere, e per pregare, come i monaci certosini del Medioevo;

3) e, soprattutto, abbiamo beneficiato e beneficiamo dell’opportunità di godere appieno degli affetti familiari – chi ha la grazia di averli – senza la deprivazione causata dal dover andare fuori casa per lavoro e attività varie.

D’altronde, il vero cristiano sa che “tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio” (Romani, 8:28), e quindi anche gridare “andrà tutto bene!” riguardo all’epidemia non è peregrino. Nemmeno se questa include grandi sofferenze o castighi divini, poiché permessi dall’Onnipotente in vista della purificazione delle anime. Ma non si tratta di comportarsi da faciloni fatalisticamente ottimisti, né di palesare una supina e beota rassegnazione, bensì di dimostrare di amare Dio cercando di fare del nostro meglio in ogni situazione. Compreso il considerare la mascherina, in modo ragionevole e realistico, come uno strumento di protezione e non come un bavaglio o una museruola.

E dopo sarà il Signore a donarci, se vorrà, il sovrappiù.

Tutta la polemica intorno al contagio, poi, con lo stracciarsi le vesti e lo scontrarsi, ormai non solo virtuale, di “normalisti” o enfatizzatori della situazione epidemica, fedelissimi al vangelo della tivù, e oltre, da una parte, e minimizzatori o veri e propri negatori del problema-virus, dall’altra, è sterile, ed è la reale arma di distrazione di massa di questo periodo, che sottrae tempo ed attenzione a temi di ben maggiore importanza, ora monopolizzati dalle élite più o meno occulte. Come ad esempio la questione migratoria e quella della genderizzazione delle giovani generazioni, veri prodromi di un eventuale Nuovo Ordine Mondiale e tali da meritare un dispiegarsi di forze intellettuali oppositrici assai più ampio e profondo di quanto oggi non sia.

La gran parte, infatti, dell’energia di molti, da spendere per le urgenti e più che doverose battaglie contro progetti di leggi inique, come il ddl Zan contro la presunta omofobia, è convogliata, in modo sconsiderato, in altre battaglie irrilevanti, come quella di opporsi, per esempio, alla riduzione della possibilità di circolare o all’utilizzo degli schermi di plexiglas, in nome della lotta a una dittatura sanitaria tutta da provare.

E magari, così, il genitore “buon cattolico”, per spirito di contraddizione o per pregiudizio ideologico e visione stereotipata delle cose, arriva a contestare le lezioni via web dei figlio, che però in tempi normali trovava comodo parcheggiare davanti a uno schermo per ore ed ore; e il sostenitore da sempre della più che lodevole scuola parentale scrive lettere alle autorità lamentandosi che il bimbo chiuso in casa, poverino, rischia la depressione e deve assolutamente ritornare alla consuetudine della classe.

Cerchiamo dunque di pensare davvero con le nostre teste, senza accodamenti a chi urla più forte e ad affabulatori di varia specie, e secondo un sano anticonformismo cristiano, e di essere sereni – ciò che turba l’anima viene dal Maligno, osservava Padre (San) Pio.

Non vale la pena affliggersi tanto, per una mascherina in più.