Papa Francesco tra riforma e rivoluzione - Corrispondenza romana
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Papa Francesco tra riforma e rivoluzione

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(di Matteo Matzuzzi su formiche.net) Lo storico tradizionalista Roberto de Mattei ha scritto sul Tempo che “nella storia della chiesa vi sono stati molti papi riformatori, ma Papa Bergoglio sembra appartenere a un’altra categoria, fin qui estranea ai Romani pontefici, quella dei rivoluzionari”. Il punto, prosegue de Mattei, è che se “i riformatori vogliono riportare la dottrina e i costumi alla purezza e alla integrità originaria”, i rivoluzionari “sono invece coloro che vogliono operare una frattura tra passato e presente, situando in un utopico futuro l’ideale da raggiungere”.

RIFORMISTA O RIVOLUZIONARIO?

Ma quale tipo di rottura pratica Francesco? Secondo de Mattei, si tratta di una rottura “di ordine linguistico, più che dottrinale”. Il problema è che “il linguaggio, nell’epoca dei media, ha un potere di cambiamento superiore alle idee che esso necessariamente veicola”. Il fatto è che “la pretesa di operare una rivoluzione linguistica negando che essa sia anche una rivoluzione dottrinale, porta necessariamente alla confusione. E la confusione, il disorientamento, una certa schizofrenia, sembra essere la cifra distintiva dell’attuale pontificato”.

RISCHI DI CONFUSIONE


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De Mattei porta come esempio la questione della povertà: “Si confonde tra la povertà del Vangelo e quella delle ideologie socialcomuniste” e “privare la chiesa di questi mezzi significa mortificarla e indebolire la sua azione nel mondo”. Ma gli esempi non mancano, come lo stesso quotidiano romano faceva notare. Dalle frasi sulla “lobby gay” fino all’ultima sulle analogie tra la voglia di conquista islamista e la conclusione del Vangelo di Matteo, che più di un sopracciglio ha fatto alzare oltretevere.

PESI E CONTRAPPESI, LA DELEGA AI VESCOVI E AI LAICI

Il punto è comprendere fino a dove tale rivoluzione si spinga e se, soprattutto, incontri qualche “freno”, quasi si fosse in una situazione dove i pesi e contrappesi si bilanciano reciprocamente. Si prenda, ad esempio, la questione relativa alla legge sulle unioni civili di recente approvata in Italia. Dal Papa neppure una parola. Nessuna sorpresa: bastava rileggersi i suoi interventi fin dal giorno dopo l’elezione, soprattutto quelli diretti all’episcopato nostrano, per comprendere che la “battaglia” su questioni meramente politiche sarebbe spettata ai laici, senza benedizioni vescovili di sorta, e – ancor più – vaticane. A parlare, in linea con la richiesta “è compito vostro” fatta nel maggio del 2013 davanti ai vescovi italiani riuniti in San Pietro, ci ha pensato il cardinale Angelo Bagnasco, che aprendo i lavori dell’Assemblea generale della Cei ha preconizzato il via libera all’utero in affitto, definendolo “colpo finale”. E non meno duro è apparso, giorni prima, il segretario generale Nunzio Galantino, che aveva parlato di “sconfitta di tutti”.


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SVOLTA DI LINGUAGGIO

L’inversione, che comunque c’è, almeno quanto allo stile, si è ben concretizzata nel lungo tenuto lo scorso novembre dinanzi alla Cei riunita a Firenze per il suo V Convegno ecclesiale. Scrisse a tal proposito Maurizio Crippa, vicedirettore del Foglio, che in quelle righe si poteva leggere una “svolta di linguaggio” che fa pensare a una “svolta strategica e di indirizzo”. Ma questa “svolta” non ha impedito di intervenire (e in modi spesso taciuti o sottostimati dai mezzi di informazione) in maniera forte quando certi valori e linee guida erano messe in crisi.

I PRECEDENTI


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E’ sufficiente citare la “sconfitta per l’umanità” di cui parlò il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, a proposito del referendum irlandese che legalizzava i matrimoni omosessuali. E tutti gli interventi papali in difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, così come – da ultimo – le parole a favore dell’obiezione di coscienza per i funzionari incaricati di registrare le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Cosa peraltro che aveva già detto lo scorso settembre, di ritorno dal viaggio a Cuba e negli Stati Uniti: “In ogni struttura giudiziaria deve entrare l’obiezione di coscienza, perché è un diritto, un diritto umano. Altrimenti, finiamo nella selezione dei diritti: questo è un diritto di qualità, questo è un diritto di non qualità. E’ un diritto umano”.