Ordinazioni FSSPX: una sommessa risposta a Boni Castellane

Consacrazioni episcopali

di Enrico Roccagiachini

Su La Verità di domenica 5 luglio, l’ottimo Boni Castellane, autorevole editorialista che appartiene alla nostra area, interviene con intelligenza sulla vicenda FSSPX, che sta diventando di giorno in giorno più complessa, e – in un pezzo intitolato «La piaga della fede politicizzata è figlia di un equivoco sul Vaticano II» – solleva un interrogativo che tutti ci stiamo ponendo, anche se taluni tendono a eluderne la risposta, attestandosi un po’ meccanicamente, come se il problema stesse tutto lì, sulla condanna delle ordinazioni sicuramente illegittime (e sicuramente meritevoli di scomunica, ancorché non nella misura grottescamente massiva scelta dalle autorità romane: MiL ha espresso qui e qui la sua posizione, cui aderisco pienamente, come pure aderisco alle pertinenti osservazioni di Guido Vignelli pubblicate qui).

L’interrogativo è questo: «visto che ai protestanti si riserva apertura, comprensione, vicinanza, ascolto, rispetto e probabilmente anche assoluzione, viene da chiedersi se tutto ciò non debba essere riservato, a maggior ragione, anche a chi è addirittura «peggio di loro» [il riferimento è al Card. Müller, che ha qualificato in tal senso la FSSPX – ndr]. Ma più in generale viene da chiedersi perché la Chiesa, mater et magistra, dal Concilio in poi riservi apertura, comprensione, ascolto e «non giudizio» a tutti («todos, todos, todos…») tranne che ai tradizionalisti, tranne a quel mondo, in tutti i suoi carismi, al quale viene riservata la più rigida delle severità».

Castellane osserva che «il problema risiede nel concetto di «adattamento ai tempi» grazie al quale vale tutto, giacché se primaria diventa l’esigenza di adattare la Chiesa al mondo sorvolando su ogni forzatura, anzi facendo di tali forzature armi contro chi le fa notare, allora ci si chiede perché gli unici a non dover essere considerati parti di quella «novità» da accogliere debbano essere proprio solo i tradizionalisti». Egli si chiede ulteriormente «se questa situazione non affondi le sue radici nel fatto che, al contrario delle intenzioni, delle attese, degli auspici e degli sforzi, il Concilio Vaticano Il si sia rivelato un problema. […] E non si può altresì negare che una precisa parte della Chiesa, dal Concilio in poi, abbia una chiara agenda eminentemente politica spacciata per «pastorale». Il nodo quindi non è il Concilio in sé ma la sua dichiarata assunzione come cesura, non come approfondimento organico della Tradizione ma come fondamento di una «teologia della discontinuità» che ambisce a ridefinire la Chiesa stessa in uno strumento politico, cioè nella madre di tutte le Ong».

Al netto del taglio politico, la lettura di Castellane mi pare condivisibile; ed è condivisibile anche il richiamo, che egli fa nel seguito dell’articolo, al famosissimo discorso di Benedetto XVI alla Curia romana del 22 dicembre 2005, nel quale il Papa del Summorum Pontificum distinse tra l’ermeneutica della discontinuità e della rottura, e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Castellane sostiene, infine, che sarebbe «del tutto plausibile l’ipotesi che papa Leone XIV condivida l’analisi di Benedetto XVI proprio sulla necessità di un’«ermeneutica della continuità», avendo egli affermato il 28 gennaio di quest’anno, parlando proprio del Concilio, che: «Scrittura e Tradizione formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine […] e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità»».

Su questa conclusione, purtroppo, non me la sento di seguirlo. Non perché il discorso del 28 gennaio non possa intendersi (anche) nel senso indicato da Castellane (tenendo però presente che, nello stesso discorso, il Papa ha detto che «la Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia», evocando così la problematica nozione di tradizione vivente, che tante discussioni ha acceso e accende tuttora – ved. qui); ma perché Leone XIV è tornato sulla questione Concilio proprio con riguardo all’affaire FSSPX, con la nota risposta alla domanda postagli da un giornalista il 16 giugno scorso, all’uscita dalla villa di Castelgandolfo.

Premesso che il Papa (ogni Papa) dovrebbe evitare dichiarazioni sommarie – per non dire estemporanee – che potrebbero risultare non adeguatamente ponderate, per spiegare che cosa provasse in vista delle preannunciate ordinazioni di Ecône, Leone XIV ha dichiarato (ved. qui e qui): «certamente la divisione fra i Cristiani è sempre un punto doloroso, però loro [la FSSPX – ndr] rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando con diversi punti del Concilio Vaticano II, e se fanno quella scelta, mi dispiace, però noi dobbiamo andare avanti» (il grassetto, ovviamente, l’ho messo io).

È curioso osservare come la dichiarazione – sarà solo una coincidenza? – evochi la descrizione che, proprio nel discorso del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI diede dell’ermeneutica della rottura: quella per cui «il vero spirito del Concilio» si rivelerebbe «negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti». Il Concilio come punto di partenza, piuttosto che come punto fermo: l’inizio di un percorso che la Chiesa deve tuttora e continuamente compiere in avanti. Non è un caso che Papa Francesco ci abbia ripetutamente parlato della necessità inesauribile di “iniziare processi”, con ugualmente ripetute condanne degli “indietristi”.

Allo stesso modo, il richiamo di Leone XIV ai diversi punti del Vaticano II che costituirebbero elementi fondamentali della Chiesa, tanto da discriminare circa la comunione cattolica, sembra evocare quell’idea del Concilio come “superdogma” che sempre Benedetto XVI, già come cardinale Ratzinger, ebbe più volte a deplorare e ad indicare quale fomite di gran parte dei guai del postconcilio.

In altri termini: a me pare che le parole di Leone XIV (cui va comunque applicato il beneficio del dubbio, stante il contesto totalmente informale ed improvvisato in cui sono state pronunziate) abbiano senso solo se inquadrate entro la visione “rotturista” della Chiesa postconciliare. Quella visione, fondamentalmente modernista, per cui nella modernità (intesa soprattutto come contemporaneità, inarrestabilmente in evoluzione), la Sposa di Cristo non potrebbe sopravvivere se non rompendo visibilmente e concretamente con il suo passato.

Questo sospetto pare corroborato proprio dalla constatazione dell’incoerente comportamento che tutti gli ambienti tradizionalisti stanno imputando alla Santa Sede, lamentando, come fa Boni Castellane, che la Chiesa riserva «apertura, comprensione, ascolto e «non giudizio» a tutti («todos, todos, todos…») tranne che ai tradizionalisti, tranne a quel mondo, in tutti i suoi carismi, al quale viene riservata la più rigida delle severità». Possiamo anche aggiungere che Essa eleva alla dignità episcopale o a ruoli di forte leadership i portatori di visioni dottrinali e di proposte pastorali che è difficile definire ortodosse: lo abbiamo constatato troppe volte anche nel corrente pontificato.

Siffatto modus agendi, però, a ben vedere è contraddittorio solo in apparenza. L’apertura incondizionata a tutto e tutti, l’inclusività acritica e pregiudiziale, l’esibita empatia col mondo, con il suo pensiero mainstream e con i suoi eroi (talora dichiaratamente ed orgogliosamente atei), l’approccio ideologico e moralistico agli scottanti problemi dell’attualità politica, la preferenza accordata ai portatori di visioni ecclesiologiche o morali fortemente e programmaticamente innovative, sono tutti indici chiari e – temo – consapevolmente ricercati della rottura con la “Chiesa del passato”. I “tradizionalisti” (tutti i tradizionalisti: non solo la FSSPX), da parte loro, sono coloro che sostengono la perenne vitalità proprio di questa “Chiesa del passato”. Non solo: la propongono come rimedio o, comunque, come alternativa agli insuccessi della “Chiesa del presente”. Peggio ancora: con la loro semplice esistenza, col fatto di risultare resilienti – come si dice oggi – ad ogni persecuzione e ad ogni tentativo di soppressione, essendo anzi in lenta ma costante crescita, sono la prova vivente del fallimento di un esperimento pastorale e liturgico sulla cui inesorabile irreversibilità un’intera classe dirigente ecclesiale, anche oltre il novero dei progressisti veri e propri, ha fondato la propria legittimazione.

La disparità di trattamento, dunque, in realtà non c’è: si tratta solo da un lato di implementare la Chiesa “2.0”; dall’altro, coerentemente, di combattere la Chiesa “senza numero”. La promozione della prima trova il suo complemento necessario nella lotta alla seconda.

Oggi, però, questa lotta si trova di fronte ad un problema nuovo: la constatata impossibilità di eliminare i tradizionalisti, implicitamente e sostanzialmente riconosciuta dal Card. Parolin nella nota lettera del 18 marzo scorso (ved. qui) ai Vescovi Francesi («il Santo Padre è particolarmente attento [al delicato tema della liturgia], nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo»; il grassetto è mio). I nemici della Tradizione sono dunque costretti ad elaborare una nuova strategia. Mi pare plausibile che essa consista nel promuovere ad ogni livello, e secondo tutte le linee di frattura possibili, la divisione del mondo tradizionalista, sfruttandone tutti gli errori (come quello, tragico, commesso dalla FSSPX non solo con le ordinazioni illecite, ma, soprattutto, con la sua politica esclusivista e separatista dal resto dello stesso mondo tradizionale). Si tratta di un tema ampio, assai complesso e sfaccettato, che merita una specifica trattazione, impossibile da affrontare in questa sede. A tale questione, a Dio piacendo, e sperando di non dispiacere ai lettori, mi propongo di dedicarmi in un prossimo futuro.

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