Oggi lo spirito romano si è perduto in Vaticano - Corrispondenza romana
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Oggi lo spirito romano si è perduto in Vaticano

(La Porte Latine, Una Vox – gennaio 2019) La Porte Latine: Il 4 giugno 2014, la sua Fondazione Lepanto organizzò a Roma un incontro che aveva per tema «La Chiesa cattolica è alla vigilia di uno scisma?». Tenuto conto degli ultimi anni trascorsi, può delimitare quello scisma che intravedeva allora?

Nel linguaggio teologico scisma significa separazione dall’unità della Chiesa cattolica. Una separazione beninteso illegittima, come ricorda il Dictionnaire de Théologie Catholique, perché ci può essere anche una separazione legittima, “comme si quelqu’un refusait l’obeissance au pape, celui-ci lui commandant une chose mauvaise ou indue” (DTC, vol. II (1939), col. 1301).

Normalmente il termine scisma indica il rifiuto di sottomissione alla Cattedra di Pietro, come fecero i cristiani “ortodossi”, con lo Scisma d’Oriente (1054), ma accanto a questa separazione dal vertice della Chiesa, lo scisma può indicare anche una frattura orizzontale tra i membri del Corpo Mistico. Inoltre, anche un Papa può cadere nello scisma, come ammettono quasi tutti i teologi, per esempio, “s’il refusait d’obeir à la loi et constitution données par le Christ à l’Eglise et d’observer les traditions établies depuis les Apotres dans l’Eglise universelle” (DTC, cit., col. 1306).

Oggi siamo immersi in uno scisma di tipo orizzontale, perché la Chiesa è frammentata al suo interno tra tendenze diverse e contrapposte, ma viviamo anche uno scisma verticale, perché chi governa la Chiesa sembra allontanarsi ogni giorno di più dalla sua dottrina e dalla sua tradizione. Si tratta però di uno scisma “occulto”, perché, pur essendo pubblico, non è percepito come tale dalla maggioranza dei fedeli. Ciò rende la situazione drammaticamente inedita sul piano teologico e canonico.

 

La Porte Latine: Lo scisma odierno non consiste forse nella rivolta di una prassi che ha preso il sopravvento sulla dottrina e, in caso affermativo, in che misura si può dire che essa sia stata ufficialmente aperta dallo stesso concilio Vaticano II?

Nel discorso Gaudet mater Ecclesiae, con cui l’11 ottobre 1962 inaugurò il Vaticano II, Giovanni XXIII attribuì al Concilio che si apriva una nota specifica: la sua pastoralità. La specificità del concilio Vaticano II è stata il primato della pastorale, sulla dottrina, l’assorbimento della dottrina nella pastorale, la trasformazione della pastorale in pastoralismo. Il pastoralismo appare come una trasposizione teologica della filosofia della prassi marxista. Teorizzata dal giovane Marx nelle Tesi su Feuerbach ( 1888). Nella seconda di queste tesi tesi, Karl Marx afferma che l’uomo deve trovare la verità del suo pensiero nella prassi e nell’undicesima tesi egli sostiene che il compito dei filosofi non è quello di interpretare il mondo, ma di trasformarlo. Quando papa Francesco afferma in “Evangelii gaudium” (nn. 231-233) e in “Laudato si’” (n. 201), che “la realtà è più importante dell’idea”, fa proprio il primato della prassi di derivazione marxista, capovolgendo il primato della contemplazione su cui si fonda la filosofia occidentale e cristiana.

Questa concezione si fa chiara nella Esortazione post-sinodale Amoris laetitia. La Amorislaetitia non nega esplicitamente la dottrina della Chiesa sui divorziati risposati, ma afferma che bisogna distinguere tra l’idea, che non muta, e la realtà pastorale, mutevole, in cui la applicazione concreta del principio è lasciata alla coscienza del fedele, o della sua guida spirituale. La pastorale perde i riferimenti assoluti della metafisica e della morale e ci propone un’etica del caso per caso. L’agire umano si riduce a scelta di coscienza del singolo, radicata non nell’oggettività di una legge divina e naturale, ma nel divenire della storia.

 

La Porte Latine: Il 5 gennaio, lei ha lanciato un appello ad ogni persona che detiene autorità nella Chiesa, chiedendo di «adottare un comportamento di critica filiale, di deferente resistenza, di devota separazione morale dalle responsabilità di auto-demolizione della Chiesa. Da diverso tempo, lei richiama il «falso concetto di obbedienza» che si pratica oggi nella Chiesa. Può precisare qual è il posto dell’obbedienza nella Chiesa, e dove e quando comincia, secondo lei, la falsa obbedienza?

L’obbedienza all’autorità, familiare, politica o ecclesiastica, è una eminente virtù cristiana, che però non è cieca e incondizionata, ma, ha dei limiti e soprattutto ha un fondamento, che è Dio stesso. Infatti, dice san Paolo, chi ha l’autorità è “ministro di Dio per fare il bene” (Rm, 13, 4). Ma nel caso di un esercizio iniquo e ingiusto del potere, per amore di Dio dobbiamo essere pronti a quegli atti di suprema obbedienza alla Sua volontà, che ci sciolgono dai legami di una falsa obbedienza umana.

In questi casi l’apparente disobbedienza è una forma più perfetta di obbedienza. La resistenza cattolica nei confronti dei responsabili della autodemolizione della Chiesa, come quella recentemente espressa, ad esempio, dalla Correctio filialis a papa Francesco, non è disobbedienza, ma discende dalla virtù dell’obbedienza. Una resistenza filiale, devota, rispettosa, che non porta a uscire dalla Chiesa, ma moltiplica l’amore alla Chiesa, a Dio e alla sua legge, perché Dio è il fondamento di ogni autorità e di ogni obbedienza. Io credo che nella crisi attuale questo atteggiamento di resistenza debba portarci a separarci, moralmente, non giuridicamente, dai cattivi Pastori che oggi guidano la Chiesa.

Oggi purtroppo è diffusa una “papolatria”, per cui , il Papa non è il Vicario di Cristo in terra, che ha il compito di trasmettere integra e pura la dottrina che ha ricevuto, ma è un successore di Cristo che perfeziona la dottrina dei suoi predecessori, adattandola al mutamento dei tempi. La dottrina del Vangelo è in perpetua evoluzione, perché coincide con il Magistero del regnante Pontefice. Al magistero perenne si sostituisce quello “vivente”, espresso da un insegnamento pastorale, che ogni giorno si trasforma e ha la sua regula fidei nel soggetto dell’autorità e non nell’oggetto della verità trasmessa.

 

La Porte Latine: Nell’ottobre del 2018, Papa Francesco ha canonizzato il suo predecessore Paolo VI. Le sue riserve su questo Papa sono note. Che ne pensa di questa canonizzazione?

Sono moralmente certo che Paolo VI non è santo. La santità infatti è l’esercizio eroico delle virtù secondo il proprio dovere di stato che, nel caso di un Papa, è il governo della Chiesa. Ora il Concilio Vaticano II, l’Ostpolitik e il Novus Ordo Missae – tutti atti ed eventi, di cui Paolo VI è responsabile – sono incompatibili con la santità, perché hanno oggettivamente rappresentato un danno per le anime e una sottrazione di gloria a Dio.

Naturalmente cade qui il problema della presunta infallibilità delle canonizzazioni, un tema complesso su cui rimando agli studi di mons. Brunero Gherardini, l’abbé Jean-Michel Gleize, Christopher Ferrara, John Lamont, John Salza e Robert Siscoe. Mi basti osservare che mentre l’infallibilità delle canonizzazioni non è un dogma di fede, è dogma di fede l’impossibilità di una contraddizione tra la fede e la ragione. Se io accettassi, per fede, un fatto che contraddice la ragione in maniera evidente, quale è la inesistente santità di Paolo VI, cadrei nel fideismo assoluto. Da quel momento dovrei rinunciare alla possibilità di qualsiasi dimostrazione apologetica fondata sulla ragione, per esempio l’esistenza di Dio, perché avrei distrutto il principio di razionalità su cui la mia fede si fonda.

La fede oltrepassa la ragione e la eleva, ma non la contraddice, perché Dio, Verità per essenza, non è contraddittorio. Possiamo dunque, in coscienza, mantenere tutte le nostre riserve su queste canonizzazioni. Colpisce inoltre la pretesa di canonizzare tutti i Papi successivi al Vaticano II e non quelli che hanno preceduto tale Concilio. Sembra che il fine sia quello di rendere retroattivamente infallibile ogni loro parola e atto di governo.

La Porte Latine: Nel 1988, Mons. Lefebvre procedette alle consacrazioni episcopali invocando la vera obbedienza. Al di là dell’avvenimento, quale posto occupa per lei la figura di Mons. Lefebvre, e che giudizio dà sulla continuazione odierna della sua opera attraverso la Fraternità Sacerdotale San Pio X e le comunità amiche?

Ho conosciuto personalmente mons. Marcel Lefebvre, agli inizi degli anni Settanta, e ne ho avuto l’impressione di un uomo di Dio, ingiustamente perseguitato. Ciò che soprattutto ho apprezzato in lui, e in molti dei suoi figli e discepoli, è stato un autentico “spirito romano”. Credo che nella crisi attuale sia molto importante difendere la “romanità” della Chiesa, che è la sua dimensione giuridica e istituzionale, ma anche l’eredità delle memorie soprannaturali radicate nella città di Roma. C’è una Roma aeterna superiore alla Roma storica, ma è nella Roma storica, di cui il Sommo Pontefice è vescovo, che il Corpo Mistico di Cristo ha assunto il suo volto visibile.

Lo “spirito romano”, che Louis Veuillot chiamava “il profumo di Roma”, è la capacità di attingere i più alti valori soprannaturali, attraverso quella speciale atmosfera di cui Roma è impregnata e che solo a Roma si respira. Lo spirito romano è il “sensus ecclesiae”: la percezione dei mali che aggrediscono la Chiesa, la fedeltà a tutti i tesori di fede e di tradizione che questa Città racchiude. Questo spirito romano si è perduto oggi nella Città del Vaticano, che è divenuta purtroppo un centro di diffusione di antiromanesimo.

 

La Porte Latine: Se in seguito a questo appello, Papa Francesco le chiedesse un consiglio – tutto si può immaginare – sulle misure da prendere per raddrizzare la barra della Chiesa, che gli direbbe?

A un Papa appena eletto, che volesse restaurare la dottrina e la morale della Chiesa, suggerirei di iniziare il suo pontificato con un atto di solenne pentimento per la responsabilità delle supreme gerarchie ecclesiastiche nel processo di autodemolizione della Chiesa degli ultimi cinquant’anni.

Nel Terzo Segreto di Fatima, l’Angelo ripete per tre volte la richiesta di penitenza. Penitenza significa innanzitutto spirito di contrizione, che ci rende consapevoli della gravità dei peccati commessi da noi o da altri, e che ce li fà detestare con tutto il cuore. Senza pentimento non si allontana il castigo. E’ questa la drammatica verità che va compresa e meditata alla luce del messaggio di Fatima.

Il pentimento è richiesto per i peccati personali di ognuno di noi, ma a maggior ragione per i peccati pubblici delle autorità civili ed ecclesiastiche. Un esempio di pentimento pubblico è l’istruzione che, a nome del Papa Adriano VI, il nunzio Francesco Chieregati lesse alla Dieta di Norimberga, il 3 gennaio 1523. Dopo aver confutato l’eresia luterana, nell’ultima parte dell’istruzione, il Papa tratta della defezione della suprema autorità ecclesiastica di fronte ai novatori.

“Dirai ancora”, ecco la espressa istruzione che egli dà al nunzio, “che noi apertamente confessiamo che Iddio permette avvenga questa persecuzione della sua Chiesa a causa dei peccati degli uomini e in particolare dei preti e prelati (…) Non è pertanto da far meraviglia se la malattia s’è trapiantata dal capo nelle membra, dai Papi nei prelati. Tutti noi, prelati e ecclesiastici, abbiamo deviato dalla strada del giusto e da lunga pezza non v’era alcuno che facesse bene. Dobbiamo quindi noi tutti dare onore a Dio e umiliarci innanzi a Lui: ognuno mediti perché cadde e si raddrizzi piuttosto che venir giudicato da Dio nel giorno dell’ira sua”.

Solo dopo un solenne atto di pentimento, accompagnato dall’esaudimento delle richieste di Fatima, l’Angelo potrebbe rinfoderare la sua spada fiammeggiante, come fece nel 590, alla sommità di Castel Sant’Angelo, dopo la processione penitenziale di san Gregorio Magno per le strade di Roma. Temo che sarà altrimenti difficile evitare il castigo che incombe sull’umanità a causa dei suoi peccati.