Né pace né onore in Afghanistan

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(James Bascom, TFP – Agosto 2021) Le drammatiche immagini della caduta di Kabul in mano ai talebani non possono fare a meno di evocare in maniera stupefacente le scene della sconfitta del Vietnam del Sud 46 anni fa. Folle di persone aggrappate fisicamente agli aeroplani; trionfanti combattenti talebani in posa nel palazzo presidenziale afghano ed elicotteri che strappano gli ultimi funzionari dell’ambasciata dai tetti, sono immagini del tutto analoghe a quello che è successo a Saigon nell’aprile del 1975.

Due anni prima, il presidente Richard Nixon aveva cercato di assicurare gli americani che gli accordi di pace di Parigi con il Vietnam del Nord comunista avrebbero ottenuto una “pace con onore”. Una affermazione che suonò vuota quando essi videro inorriditi cosa stava accadendo il 30 aprile 1975, mentre le truppe nordvietnamite invadevano il palazzo presidenziale a Saigon. Il presidente Gerald Ford, che non voleva e non era in grado di mantenere le promesse americane di sostenere il Vietnam del Sud, volò a Palm Springs, in California, per giocare a golf.

Se c’è una cosa che il sudest asiatico non ottenne dopo la caduta di Saigon fu la pace. Migliaia di persone morirono nell’unificazione forzata del Vietnam del Sud nei campi di prigionia comunisti vietnamiti dopo la guerra, e milioni nei campi di sterminio della Cambogia (come risultato diretto del ritiro degli Stati Uniti). Altri milioni divennero dei rifugiati. Anche l’onore venne messo in fuga, giacché l’America è ancora alle prese con la vergogna e il trauma sociale di aver perso una guerra che costò 58.000 vite americane.

Il presidente Biden potrà non essere Gerald Ford, ma recita bene la sua parte in TV. Proprio mentre Kabul cadeva in mano ai talebani, Biden ha deciso di prendersi una vacanza a Camp David. Il 16 agosto è andato a Washington per leggere una dichiarazione preparata in cui ha ribadito la sua decisione di abbandonare l’Afghanistan e, subito dopo, se ne è tornato in quel di Camp David senza rispondere a una sola domanda dei giornalisti. Anche il suo addetto stampa Jen Psaki ha deciso di andare in vacanza. La storia si ripete…

Violente quasi quanto i talebani sono state le recriminazioni negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente. Come all’indomani del Vietnam, un paese emotivamente carico e amaramente diviso sta riversando simili quantità di colpa sulla guerra stessa, sul modo in cui è stata combattuta, sui politici che l’hanno guidata e sul Paese che l’ha combattuta. Lo spettacolo degli Stati Uniti virtualmente senza leadership mentre guardano la propria sconfitta in Afghanistan, sta versando ulteriore benzina sul dibattito interno già acceso e sulla legittimità della stessa democrazia liberale. E qualunque sia la propria posizione personale sulla guerra, l’umiliazione del paese più potente del mondo per mano di barbari con i fucili avrà una grave ripercussione negativa a livello mondiale.

Proprio come la maggior parte degli americani sostenne la guerra in Vietnam per buone e nobili ragioni (cioè per combattere il comunismo), così ha fatto per l’Afghanistan. Dal commando nel suo santuario afghano, l’11 settembre 2001, Al Qaeda uccise 3.000 americani, ferito altri 25.000 e causato danni per 100 miliardi di dollari. La maggior parte dei paesi occidentali si sarebbe arresa o non avrebbe fatto nulla dopo un simile attacco. È stato un bene che si sia reagito distruggendo il regime talebano ed eliminando Osama bin Laden.

Dagli ufficiali di medio livello fino agli arruolati, la stragrande maggioranza dei soldati americani ha svolto brillantemente il proprio lavoro. Ancora una volta, gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo di avere l’esercito meglio addestrato, meglio equipaggiato e più potente mai visto nella storia. Nessun’altra nazione potrebbe recarsi dall’altra parte del pianeta, conquistare un Paese delle dimensioni del Texas, senza sbocco sul mare, ed eliminare i suoi nemici con la stessa rapidità ed efficienza come fecero gli Stati Uniti nell’ottobre 2001. I 2.420 americani morti in Afghanistan non sono morti invano. Il loro sacrificio ha pagato l’immunità dal terrorismo islamico di cui godiamo ancora oggi. Dato da non dimenticare, gli Stati Uniti non hanno subito un grave attacco terroristico dall’11 settembre.

La maggior parte della colpa per il fallimento degli Stati Uniti va attribuita a coloro che hanno cercato di trasformare l’Afghanistan in una democrazia liberale di stile occidentale. Gli afghani sono uno dei popoli più primitivi e incivili del mondo. Il paese è diviso in parecchi gruppi etnici, a loro volta divisi in tribù e clan su base familiare. La lealtà di un afghano è verso la propria famiglia e il capo tribù. Come molti soldati americani hanno ben appreso, gli afghani sono anche notoriamente inaffidabili. La meritocrazia è praticamente sconosciuta in Afghanistan e il sostegno proviene dai legami familiari, dalla canna di una pistola o dalla brutta e vecchia corruzione.

Se il Medio Oriente ci insegna qualcosa, la religione islamica rende quasi impossibile avere un governo in stile occidentale. Le politiche statunitensi in Afghanistan contrarie all’Islam sono servite solo a rafforzare la posizione dei talebani. Sebbene ufficialmente illegale, la politica dell’esercito americano era di chiudere un occhio sulla pratica perversa del “Bacha bazi” (in cui uomini adulti abusano sessualmente di ragazzini) e sull’omosessualità in generale. I comandanti militari hanno persino punito alcuni soldati americani per aver picchiato afghani che hanno cercato di sedurli. Il “Bacha bazi” è rifiutato da molti musulmani come non islamico. L’opposizione dei talebani ad esso fu uno dei fattori nella loro ascesa al potere negli anni ’90. Questi problemi hanno solo legittimato la pretesa dei talebani a essere i difensori dell’Islam. Cercare poi di imporre il femminismo e il consumismo in stile occidentale ha solo peggiorato le cose.

Quei leader che hanno ignorato questi ostacoli e hanno scambiato gli obiettivi della guerra con la costruzione di una “democrazia” afghana – vale a dire le amministrazioni Bush e Obama – sono i veri colpevoli della sconfitta. La concezione wilsoniana di rendere il “mondo sicuro attraverso la democrazia” è profondamente radicata nella psiche americana. Il progetto del governo degli Stati Uniti di combattere il terrorismo trasformando l’Afghanistan in una democrazia modello era destinato al fallimento non meno del tentativo di Woodrow Wilson di evitare il ripetersi della Prima Guerra Mondiale smembrando e democratizzando l’Europa. Ancora più ironico è stato il fatto che il governo USA di solito si è rifiutato di ammettere che il nemico fosse un Islam radicalizzato, preferendo il termine “Guerra al terrore”.

Nessuna soluzione priva di legittimità ha alcuna possibilità di successo nel duro Afghanistan. Le amministrazioni statunitensi avrebbero dovuto aiutare a ripristinare la monarchia costituzionale che governò l’Afghanistan dal 1926 al 1973 e rafforzare le leadership dei clan patriarcali. Il leale appoggio americano a queste leadership indigene le avrebbe aiutate a diventare filo-americane e filo-occidentali.

Nonostante gli errori commessi dal 2001, il fallimento del governo americano non era inevitabile. Come ha sottolineato il senatore James Inhofe (R-OK) sul Wall Street Journal, al popolo americano è stato presentato un falso dilemma tra ritiro totale e “guerra senza fine”. Nessuno voleva che gli Stati Uniti restassero in Afghanistan per sempre. Ma solo la presenza di un piccolo numero di truppe in un ruolo non combattente sarebbe stata sufficiente a scoraggiare i talebani1. Quando il presidente Obama rimosse le forze statunitensi dall’Iraq nel 2011, il conseguente vuoto di potere contribuì all’ascesa dello Stato islamico. Il mese scorso, il presidente Biden ha annunciato che le 2.500 truppe statunitensi di stanza in Iraq concluderanno la loro “missione di combattimento” entro la fine del 2021, ma in realtà rimarranno nel Paese con un ruolo solo consultivo. Con un costo minimo, avrebbe potuto fare lo stesso per l’Afghanistan. Forse sarebbe stata la ripetizione del successo della strategia americana in Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale e in Corea del Sud.

Inoltre, il termine “guerra senza fine” è gravemente impreciso. Gli Stati Uniti avevano cessato di svolgere qualsiasi ruolo di combattimento da quasi due anni. L’ultima morte di un militare in combattimento risale al febbraio 2020, diciotto mesi fa. L’anno scorso sono morti per incidenti più soldati negli Stati Uniti che per combattimenti in Afghanistan.

Il modo in cui l’amministrazione Biden si è ritirata è vergognoso. A quanto pare, l’amministrazione Biden non solo ha voltato le spalle al governo afghano, ma lo ha pure minato. Il governo degli Stati Uniti si è ritirato dalle basi senza nemmeno dirlo all’esercito afghano, ha fornito poco o nessun supporto aereo e ha fatto dichiarazioni pubbliche pessimistiche e ostili che hanno ucciso il morale afghano. Anche quando era chiaro che l’Afghanistan stava per sperimentare un collasso simile al Vietnam, Biden ha cinicamente insistito nel lasciare il Paese. Se un singolo uomo è responsabile del fallimento in Afghanistan, questo è il presidente.

Molti americani sperano che, anche se brutta, almeno la caduta dell’Afghanistan sotto i talebani porterà la pace. Una tale posizione è ingenua. La reputazione dell’America subirà conseguenze di lunga durata, forse permanenti, in tutto il mondo. Il ritiro dall’Afghanistan manda il messaggio che non ci si può fidare che il governo degli Stati Uniti mantenga le sue promesse. Gli Stati Uniti verranno davvero in aiuto dell’Estonia, della Corea del Sud o di Taiwan se attaccati?

I nostri nemici come Cina, Iran e Russia esultano nel vedere il fallimento degli Stati Uniti. Questi Paesi sono sempre più propensi ad agire in base alle minacce che rivolgono ai loro vicini. Non è improbabile che stabiliscano un punto d’appoggio economico e politico nel nuovo Afghanistan. I talebani torneranno ad essere un rifugio per i gruppi terroristici. Insomma, la caduta dell’Afghanistan porterà più guerra, terrorismo e morti americane.

È anche un duro colpo per l’immagine che hanno di sé gli americani. Gli americani si sono sempre considerati persone ottimiste, capaci di fare le cose nel modo giusto. In Afghanistan, gli Stati Uniti hanno trascorso 20 anni e speso 2 trilioni di dollari, il che equivale a più di 250 milioni di dollari al giorno. L’Afghanistan potrebbe diventare il fallimento più costoso della storia mondiale. Per il solo governo afghano, gli Stati Uniti hanno speso oltre 83 miliardi di dollari in armamenti e attrezzature. Gran parte di quelle armi, compresi droni e veicoli sofisticati, sono state catturate dai talebani. Inoltre, il tanto decantato esercito afghano – che sulla carta era ben più numeroso dei talebani – si è semplicemente sciolto a causa del morale basso e della mancanza di sostegno. Un fallimento umiliante dal quale ci vorranno molti anni per riprendersi.

Ben peggiori delle perdite materiali sono quelle umane. Le vittime della coalizione sono state 3.562 e 22.773 i feriti. Inoltre, quasi 50.000 civili afghani sono stati uccisi nella guerra. Sebbene piccolo rispetto ad altri conflitti, è comunque un numero consistente. Molti degli 800.000 soldati americani che hanno prestato servizio in Afghanistan provano angoscia, rabbia e risentimento verso una leadership politica e militare che, come in Vietnam, non è riuscita a concludere la guerra in modo onorevole. Amici e familiari di coloro che hanno perso la vita si chiedono se i loro sacrifici siano stati vani.

La sinistra globale esulta vedendo gli Stati Uniti umiliati ancora una volta. Hanno sempre simpatizzato con il terrorismo islamico e vedono gli Stati Uniti come il più grande male del mondo. La destra in America, da sempre favorevole a una forte difesa nazionale e a guerre giuste contro i nemici dell’America, è demoralizzata, incerta o addirittura indifferente allo sfascio in corso. Molti preferirebbero non pensare affatto all’Afghanistan, sperando che il ritiro faccia sparire tutto. Alcuni nella destra isolazionista sono persino contenti del risultato, vedendo il fallimento americano in Afghanistan come una rivendicazione di una politica nazionalista “America First”.

In definitiva, la conseguenza più profonda del fallimento in Afghanistan è la discussione sullo stesso modello democratico americano. Il crollo della fiducia nelle istituzioni, l’aumento della violenza politica e della frode, il crescente totalitarismo di un governo apparentemente “democratico” e la polarizzazione estrema hanno eroso la fiducia un tempo intoccabile dell’America nel suo modello. Lo sbalorditivo crollo della democrazia rappresentativa in Afghanistan è, secondo molti, solo una conferma che la democrazia già non funzioni. Così vengono proposti nuovi modelli, sia a destra che a sinistra. La sinistra ammira la Cina comunista, così come, erroneamente, anche alcuni a destra. Molti altri a destra guardano altrettanto erroneamente a Vladimir Putin come esempio per l’Occidente da imitare. La maggior parte di questi nuovi modelli elimina le tradizionali libertà costituzionali e ripone a torto la speranza in un leader politico che risolverà da solo la crisi della civiltà occidentale.

La soluzione a questa crisi, di cui la caduta dell’Afghanistan è solo un sintomo, è un ritorno alla società cristiana organica come descritto nel libro Return to Order di John Horvat. Questo ritorno richiede un serio esame di coscienza e il riconoscimento che, come il figliol prodigo, abbiamo peccato e dobbiamo tornare alla casa del Padre. La democrazia liberale ci ha condotto sulla via dell’abisso. Solo tornando alla Chiesa cattolica in campo religioso e alla società cristiana organica in campo socio-politico si può sperare di evitare il baratro che si sta chiaramente avvicinando.

1. https://www.wsj.com/articles/an-alternative-to-the-afghan-pullout-11623615905

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