Muri blasfemi - Corrispondenza romana
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Muri blasfemi

(Antonio de Felip, Riscossa Cristiana – 30 marzo 2019) Il 25 giugno 1955 veniva consacrata la chiesa di Notre Dame de Haut, a Ronchamp, in Francia. Costruita sui resti di una cappella medioevale, ricostruita nel XIV secolo e ampliata in stile neogotico nel 1859, poi bombardata nel corso della II guerra mondiale, la chiesa di Ronchamp è stata progettata da Le Corbusier ed è caratterizzata, nello stile architettonico e costruttivo, da una totale rottura con ogni canone tradizionale. Lo stile è quello razionalista e “brutalista”: calcestruzzo, alluminio a vista, assenza di decorazioni, biancore degli interni, sensazione di gelo spirituale ed emozionale entrandovi. Questa costruzione rappresenta quasi certamente il primo esempio di architettura sacra modernista e la “madre di tutte le chiese moderne”. È un esempio tra i più eclatanti di “rottura stilistica” rispetto al passato nella storia dell’arte.

Il Cardinal Ravasi, entusiasta, la definì “uno spazio indicibile”. Così invece la descrive l’esperto d’arte Angelo Crespi, nel suo bel libro Costruito da dio:“…con un tetto a forma di cappello di puffo, una pianta trapezoidale e senza facciata, con una specie di ciminiera in strollato bianco a lato […] la religiosità a cui induce lo“spazio indicibile” ha in sé qualcosa di generico, quasi rimandasse a un misticismo senza Cristo, un misticismo senza fede, dal vago sapore new age”.

Analoga, fredda sensazione genera il convento domenicano di La Tourette, sempre progettato da Le Courbusier, edificio che Cristina Siccardi definisce “simile a una gelida sede aziendale”. Il committente dei due edifici fu padre Marie-Alain Couturier O.P. che riteneva, rispetto agli architetti a cui affidare la progettazione degli edifici sacri: “Meglio un genio senza fede che un credente privo di talento”, dimentico che, giusto un anno prima dell’inaugurazione della chiesa, nel 1954, il Cardinale Celso Costantini richiamava la necessità che i progettisti delle chiese fossero “veramente cattolici e veramente artisti”.

Come si vede dalle date di costruzione della chiesa di Ronchamp, prototipo di tutte le chiese postconciliari, mancano diversi anni al Concilio. Ciò significa che il processo modernista di demolizione della bellezza dell’arte delle chiese tradizionali era stato progettato da tempo. D’altronde, lo storico dell’arte Hans Sedlmayr testimonia le terribili parole di Le Corbusier: “Il cuore delle nostre antiche città, con le loro cattedrali e monasteri, deve essere abbattuto e sostituito da grattacieli”. Le Corbusier, tra l’altro, non solo era agnostico, ma anche anticlericale: infatti si mostrò riluttante ad accettare l’incarico per la progettazione: “non voglio collaborare con una istituzione morta”, disse, riferendosi alla Chiesa.

È angosciante, per un cattolico, il tradimento della Chiesa nei confronti della Bellezza. Questa è ben di più di un mero attributo estetico. Scrive Padre Uwe Michael Lang: “Nella tradizione cattolica, la bellezza è considerata categoria ontologica e, in ultima analisi, teologica. […], in prospettiva divina, la bellezza, insieme alla verità e al bene, si assimila all’essere: Dio è verità e bontà e bellezza stessa” Nella dottrina tradizionale cattolica esiste una radicata “teologia della Bellezza”, che risale ai Padri della Chiesa, a Dionigi lo pseudo-Areopagita, ad Agostino, a quella “teologia della luce” che ispirò e guidò la costruzione delle cattedrali gotiche. San Tommaso dedicò molte pagine, nella sua Summa, alla Bellezza: “Bellezza e Bene sono identici, fondamentalmente perché sono fondati sulla stessa realtà, la forma”. Sempre San Tommaso definisce anche le condizioni della Bellezza: “Prima l’integrità o perfezione, […] poi le proporzioni necessarie o l’armonia, […] infine lo splendore” (integritas, debita proportio, claritas). La Via Pulchritudinis, la via della Bellezza, è quella che porta a Dio; e la Bellezza è armonia, ordine, forma. Un passo del Libro dellaSapienzadice: “tu hai ordinato tutte le cose secondo misura, numero e peso”.

Perché la Chiesa ha abbandonato questa “Via della Bellezza”, convertendosi al brutto delle chiese contemporanee, all’informe orizzontale e assembleare della liturgia, alla rinuncia delle immagini o, peggio alla proposizione di immagini brutte, contorte, deformi, persino astratte, a canti sgraziati, sciatti, banali, irrispettosi del Sacro? Il caso della nuova architettura religiosa è eclatante: perché, come scrive lo scrittore cattolico Camillo Langone: “nuove chiese che sembrano garage, perfettamente mimetizzate nell’anonimato dell’edilizia periferica, senza né croci né campanili, e con gli interni bianchi quasi senza immagini, in stile ospedaliero”?

Nel 2013 il professor Antonio Paolucci, allora direttore dei Musei Vaticani e sovraintendente dei beni artistici della Santa Sede e uno dei maggiori storici dell’arte, così si esprimeva sulle nuove chiese: “Ambienti che non invitano alla meditazione, privi del senso del sacro e senza nessun afflato mistico-religioso. Niente a che vedere con le chiese barocche che da secoli parlano della fede cristiana con tabernacoli ben visibili, cupole, icone, immagini della vita della Chiesa che aiutano i parroci nella loro catechesi”.

Durissimo il giudizio di Vittorio Sgarbi sugli “adeguamenti liturgici” che hanno generato le “nuove chiese”: “Gli “adeguamenti liturgici” li considero scellerati […]. Amboni, balaustre, altari vengono rivoluzionati in nome di questi adeguamenti. Si sono arrogati il diritto di buttar giù degli altari perché voltavano le spalle ai fedeli. […] La Messa rivolta ai fedeli, tentativo di dialogo goffo, sbagliato, zoppo, finisce con il paradosso di “scambiatevi il segno di pace” con le mogli, i parenti, gli amici…È una forma confidenziale grottesca rispetto a quella ieratica, quella indicata da papa Ratzinger in un libro sulle riforme degli altari; in esso sostiene che il sacerdote che volta le spalle è il primo fedele rivolto a Dio, che sta ad est. Il sacerdote non volta le spalle, ma conduce i fedeli, guida come il condottiero, come il direttore d’orchestra. L’idea che volti le spalle a Dio per parlare con gli uomini è una bestemmia, è un’eresia legata a una follia di finto dialogo che non ci sarebbe fra Dio e l’uomo e fra l’uomo e Dio, ma che ci sarebbe fra l’uomo e l’uomo, voltando le spalle a Dio. […] Dal momento in cui il sacerdote smette di parlare latino, sveste i paramenti meravigliosi per usarne di più ordinari e non volta più le spalle ai fedeli, ma celebra la Messa guardandoli in volto e parlando in italiano, occorre adeguare l’edificio della chiesa alle nuove necessità”.

Quali le cause di questo scempio, di questa inaudita violenza contro il Bello? Certo, una causa “lontana”, oscura e infera, è il sempre risorgente odio gnostico per la vita e la bellezza del mondo creato; una causa più prossima è il modernismo purtroppo trionfante nella Chiesa, con il suo tentativo, in nome di una “volontà ecumenica”, di protestantizzare la Chiesa Cattolica, imponendole l’iconoclastia luterana; una causa ancora più prossima è il Concilio Vaticano II con il suo distruttivo portato di “apertura” al mondo moderno, di attacco alla Tradizione millenaria e alla unicità veritativa della Chiesa Cattolica di fronte alle altre confessioni cristiane e alle altre religioni, con i ben noti strascichi post-conciliari contro il culto della Santa Vergine, degli Angeli e dei Santi; cause più immediate, ma anche più dirompenti sulla distruzione dell’architettura tradizionale, sono state le riforme liturgiche che hanno “depotenziato” la Santa Messa di sempre sostituendola con un rito semi-protestante se non protestante tout-court.

Scrive Roberto de Mattei: “Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un moltiplicarsi di profanazioni e sacrilegi all’interno delle chiese. […] E’ l’esito coerente di un processo di dissacrazione che si è sviluppano dopo il Concilio Vaticano II, ma che si è manifestato già prima del Concilio”.

È visibile a tutti come le nuove chiese siano architettonicamente decontestualizzate, nella loro gelida bruttezza, rispetto all’ambiente in cui sono collocate: nessun riferimento al genius loci, allo stile locale. In passato, una chiesa in Puglia era identificabile per lo stile peculiare, e altrettanto una chiesa in Trentino. Il barocco romano caratterizzava le chiese capitoline. Le chiese moderne sono “in-significanti”, “non luoghi” anonimi e indifferenti rispetto alle diverse tradizioni costruttive locali.

Un impatto altrettanto devastante ebbe l’introduzione della Messa NovusOrdo. Da sempre, essendo Istituzione Divina e non umana, la S. Messa, dogmaticamente, è stata l’offerta del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, presenti sotto le apparenze del pane e del vino e consacrate dal sacerdote celebrante. Rinnovazione reale, attuale e incruenta del Sacrificio della Croce. E’ invece sotto gli occhi di tutti un pericoloso scivolamento di questo irrinunciabile e immodificabile senso di Sacrificio della Messa verso un inedito e pericoloso significato protestantico di “cena eucaristica”, di condominiale “assemblea dei fedeli”, ove il ruolo del sacerdote da Celebrante e Consacrante viene ridotto a quello di “presidente” di questa assemblea, in nome di una ontologicamente impossibile “concelebrazione” dei fedeli.

Ed ecco quindi la modifica dei riti della S. Messa fissati dal dogmatico e irriformabile Concilio di Trento, i molti gli errori, voluti, di traduzione (paradigmatico, per la sua pericolosità dottrinale, il “pro multis” trasformato in “per voi e per tutti”), altari sostituiti con tavole in legno, la scomparsa del Tabernacolo, spesso nascosto in cappelline laterali e sostituito da una cattedra ove il sacerdote passa alcuni minuti di meditazione dopo la sua interminabile predica (e perché?), l’introduzione dell’irenistico e fastidiosissimo “segno della pace” con connesse transumanze di fedeli all’interno della chiesa, il gravissimo rifiuto della lingua sacra per eccellenza, il latino, per sostituirla con quella volgare e così via.

Una sintesi degli effetti del Concilio è ben descritta da Dalmazio Frau, saggista, artista, critico d’arte: “Il mutamento liturgico, rituale, indotto dal Concilio Vaticano II si ripercuote inesorabilmente e in maniera perniciosa anche sull’arte sacre e sull’architettura. […] Si modificano gli altari ruotandoli in senso opposto all’orientamento tradizionale, si eliminano le parti più sacre delle chiese […] e infine, – dopo aver eliminato il più possibile ogni statua, soprattutto quelle dell’Arcangelo Michele – si sposta il Tabernacolo in luoghi anonimi e secondari. Siamo alla distruzione scellerata e ponderatamente scelta di tutto è quanto è stato sapientemente disposto in migliaia di anni.

Affidiamoci ancora a un architetto, e storico dell’arte, cattolico, Andrea De Meo Arbore: “L’esigenza di celebrare verso il popolo e dunque la necessità di trasformare i vecchi altari e rimuoverne i tabernacoli, proviene proprio dal desiderio di sradicare l’essenza sacrificale dal rituale eucaristico, riducendo quest’ultimo a semplice cena cerimoniale. Così facendo si distrugge quell’unità tra culto sacrificale e latria che è caratteristica propria e peculiare del culto cristiano”.

Tra coloro che intuirono la pericolosità delle riforme dottrinali e liturgiche e combatterono le sue devastanti conseguenze ci fu Giovannino Guareschi, i cui ultimi anni di vita furono amareggiati dai cambiamenti imposti dal concilio e dal post-concilio.

Il creatore di Mondo piccolo era animato da una fede profonda e grande fu la sua sofferenza per la distruzione degli altari, delle balaustre, delle immagini e delle statue nelle chiese, per l’abolizione della S. Messa in latino, per i cambiamenti nella dottrina. Per condannare e ridicolizzare i nuovi “preti aggiornati” Guareschi creò il personaggio di don Chichì (Don Camillo e don Chichì), giovane, saccente pretonzolo frutto del Concilio, modernista, spregiatore della Tradizione, intollerante e astioso contro i fedeli alla Chiesa di sempre. Anche sulla distruzione iconoclasta nelle chiese, così come su altre rovinose riforme, Guareschi scrisse, per Il Borghese, una serie di immaginarie lettere a don Camillo. In una di queste, così si esprime ironicamente: “Perché, quando il giovane prete inviatole dall’Autorità Superiore Le ha spiegato che bisognava ripulire la chiesa e vendere angeli, candelabri, Santi, Cristi, Madonne e tutte le altre paccottiglie fra le quali anche il Suo famoso Cristo Crocifisso, perché, dico, Lei lo ha agguantato per gli stracci sbatacchiandolo contro il muro? […]Quale famiglia “bene”, oggi, vorrebbe privarsi del piacere di adornare la propria casa con qualche oggetto “sacro”? Chi può rinunciare ad avere in anticamera un San Michele adibito ad attaccapanni, o in camera da letto una coppia d’angeli dorati come lampadario, o, in soggiorno, un Tabernacolo come piccolo bar?”

Un’altra causa dello scempio delle chiese è l’ideologia pauperistica, con la conseguente imposizione di edifici spogli, essenziali, “poveri” appunto. È una visione falsa e falsificante non solo delle chiese, ma anche della Chiesa stessa che mai è stata “pauperista” nella sua storia: anzi il pauperismo è stato una delle caratteristiche di molti movimenti ereticali. Spogliare le chiese, depredarle delle sue ricchezze è, appunto, un atto ereticale. Da sempre la Chiesa ha voluto onorare Dio con edifici, paramenti e oggetti liturgici ricchi e preziosi. Ci si dimentica chi, nel Vangelo, voleva vendere i preziosi unguenti con cui Maria Maddalena si apprestava a ungere i piedi di Gesù Cristo per darne “il ricavato ai poveri”: era Giuda, il primo pauperista nella storia del Cristianesimo.

Questo processo di protestantizzazione della Chiesa appare chiarissimo se si leggono le parole di uno dei più grandi liturgisti nella storia della Chiesa, padre Prosper Guéranger, che nel 1878 così scriveva del protestantesimo: “[…] non più sacramenti, benedizioni, immagini, reliquie dei Santi, processioni, pellegrinaggi, ecc. Non vi è più altare, ma semplicemente un tavolo, non più sacrificio, come in ogni religione, ma semplicemente una cena, non più chiesa ma solamente un tempio, come presso i greci e i romani, non più architettura religiosa perché non ci sono più misteri, non più pittura e scultura cristiane perché non vi è più religione sensibile; infine non più poesia, in un culto che non è fecondato né dall’amore né dalla fede.” E’ impressionante: non sembra di riconoscere, in questa descrizione del protestantesimo, la Chiesa Cattolica post-conciliare?

P.S. Assai raccomandabile, per una visione d’assieme sulla distruzione del Sacro nell’arte religiosa contemporanea, è la lettura del testo, a cura di Cristina Siccardi, L’arte di Dio, edito da Cantagalli, da cui sono state tratte molte citazioni di questo articolo, oltre al già citato Costruire da dio di Angelo Crespi, Johan&Levi editore. Ottimi anche Roberto Marchesini, La rivoluzione nell’arte, D’Ettoris Editore e Dalmazio Frau, Crociata contro l’arte, Idrovolante Edizioni.