Marcia per la vita a Washington: un segno di speranza / Intervista a Virginia Coda Nunziante - Corrispondenza romana
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Marcia per la vita a Washington: un segno di speranza / Intervista a Virginia Coda Nunziante

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(Aldo Maria Valli, Duc in Altum – 26 gennaio 2020) Venerdì 24 gennaio a Washington circa 700 mila persone sono scese per le strade per l’annuale Marcia per la vita, alla quale per la prima volta ha partecipato un presidente degli Stati Uniti. “Sono davvero orgoglioso di stare con voi”, ha detto Donald Trump. “Tutti noi qui comprendiamo un’eterna verità: ogni bambino è un dono prezioso e sacro di Dio. Insieme, dobbiamo proteggere, amare e difendere la dignità e la santità di ogni vita umana. I bambini non ancora nati non hanno mai avuto un difensore più forte alla Casa Bianca”.

Alla March for Life ha partecipato anche Virginia Coda Nunziante, presidente del comitato organizzatore della Marcia per la vita italiana, che quest’anno si svolgerà il 23 maggio.

Ho rivolto a Virginia alcune domande.

 


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Alla March for Life abbiamo visto una grande partecipazione, con tantissimi giovani. Significa che negli Stati Uniti c’è ormai una diffusa cultura per la vita?

Questa forse è l’impressione più forte che si riceve partecipando alla Marcia per la Vita di Washington. La maggior parte dei presenti è costituita da giovani, sotto i venticinque anni. E venerdì 24 in piazza eravamo forse circa 700 mila persone. Ho parlato in questi giorni con un esperto di statistica che segue con attenzione tutti i dati. Mi ha confermato ciò che avevo già sentito dire: l’America è un paese spaccato a metà, con un 50% pro-life e un 50% pro-choice. Ma poi ha aggiunto un dato a mio avviso importantissimo: questa percentuale non è più valida tra i giovani americani. Nella popolazione sotto i trent’anni infatti i pro-life hanno ormai superato i pro-choice. In questi dati, a mio avviso, è il futuro dell’America.

 


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Come giudichi la presenza e l’intervento del presidente Trump?

La presenza del presidente Trump è di per sé un evento storico. Per la prima volta negli Stati Uniti d’America un presidente ha partecipato alla Marcia per la Vita. I commenti intorno a me, da parte degli americani, erano tutti sulla stessa linea: Trump, anche se non tutti condividono le sue scelte politiche, è il presidente più pro-life della storia americana. Ha superato sia Reagan sia Bush padre e Bush figlio. Durante il suo discorso ha enumerato tutto ciò che lui ha già fatto nei suoi primi due anni di mandato e la piazza lo ha acclamato con vigore. Il suo discorso, fatto tutto a braccio, senza neanche un pezzo di carta davanti a sé, dimostra una sua profonda convinzione che poi si traduce nei fatti. E questi fatti li vedremo nel futuro degli Stati Uniti ma anche a livello internazionale. Per il ruolo che gli USA hanno nel mondo, la partecipazione personale del loro presidente e il suo messaggio estremamente forte avranno certamente ripercussioni positive in tutto il mondo. I gruppi e i movimenti pro-life si sono sentiti molto incoraggiati dalle sue parole. La battaglia contro la cultura della morte ha vissuto negli Stati Uniti una pagina importante.

 


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Che cosa insegna a noi europei l’esperienza dei movimenti pro life americani?

L’esperienza dei movimenti pro-life americani ci insegna che è possibile, con pazienza, perseveranza, vigore, cambiare la mentalità di un paese. Ricordiamoci che quest’evento si tiene da quarantasette anni, nell’anniversario della decisione della Corte Suprema sul caso “Roe vs Wade” che, nel 1973, legalizzò l’aborto negli Stati Uniti. L’importante è portare avanti con chiarezza la difesa della vita senza compromessi. Il movimento pro-life si è sviluppato nel corso degli anni raccogliendo tante persone diverse che si sono sentite chiamate a servire la causa della vita, ognuno con i propri talenti e le proprie caratteristiche. Questo ha generato una pluralità di attività e creato la cultura della vita oggi respirata dai giovani americani in famiglia, nelle scuole, nelle università. Lo stesso vorremmo succedesse anche nel nostro paese e negli altri paesi europei. In questo senso ognuno di noi può avere un ruolo da svolgere e una missione per cambiare la cultura nella quale siamo immersi.

 

Quali sono stati i momenti e gli incontri che ti hanno maggiormente colpita in questa trasferta negli Stati Uniti?

Certamente vedere il presidente Trump, a pochi passi da me, incoraggiare i “marcianti” a difendere la vita, dal concepimento alla morte naturale, è stata un’esperienza toccante. Non tanto perché si chiama Trump, ma in quanto è il presidente degli Stati Uniti d’America. Conosco bene il popolo della vita americano e so per quanti anni ha dovuto combattere in solitudine, senza nessun appoggio istituzionale. Ebbene , siamo di fronte a una risposta della Divina Provvidenza che vale per la vita di ognuno di noi: non otteniamo mai subito ciò che chiediamo a Dio perché, come Egli stesso dice nel Vangelo, vuole che bussiamo ripetutamente alla sua porta. Ma quando poi ci esaudisce, il Signore non può che fare le cose in grande. Venerdì scorso così è stato per il popolo della vita americano.

Un incontro molto importante è stato quello con il deputato Christopher Smith, il membro del Congresso che ha la più lunga storia, all’interno della politica americana, in difesa della vita. Aveva iniziato già all’epoca di Ronald Reagan. Il suo coraggio e la sua carica si trasmettono all’interlocutore. Siamo rimasti molto colpiti da questa figura. Nella delegazione italiana vi erano anche due giovani Universitari per la Vita, Chiara Chiessi e Fabio Fuiano, e un attivo parlamentare, Vito Comencini, della Commissione esteri della Camera, con sua moglie. Abbiamo finito l’incontro pregando tutti insieme davanti all’immagine della Madonna di Guadalupe.

In ultimo, quello che ti rimane impresso, negli occhi e nel cuore, è la presenza, che sembra interminabile, di giovani che cantano, pregano, urlano per dare voce a chi non ha voce, per esprimere tutta la loro determinazione a portare avanti la battaglia per la vita. È un popolo entusiasta, coinvolgente e che non si arresta: sono sicura che, presto o tardi, riusciranno ad abolire definitivamente la legge sull’aborto nel loro paese.