La voluntas permissiva di Dio e il Documento di Abu Dhabi. Quando la toppa è peggio del buco. - Corrispondenza romana
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La voluntas permissiva di Dio e il Documento di Abu Dhabi. Quando la toppa è peggio del buco.

(Don Alfredo M. Morselli, Cooperatores Veritatis – 7 aprile 2018) Don Alfredo Morselli, parroco e teologo, spiega perché fare appello alla volontà permissiva di Dio per giustificare il gravissimo errore dottrinale sul pluralismo religioso, contenuto nel Documento di Abu Dhabi sulla fratellanza universale, è una toppa peggiore del buco.

La voluntas permissiva di Dio e il Documento di Abu Dhabi. Quando la toppa è peggio del buco.

 

  1. La Voluntas permissiva

Papa Francesco, nel corso dell’udienza concessa in Piazza San Pietro, il giorno 3 aprile 2019, ha detto:

“…perché Dio permette che ci siano tante religioni? Dio ha voluto permettere questo: i teologi della Scolastica facevano riferimento alla voluntas permissiva di Dio. Egli ha voluto permettere questa realtà”.

Queste affermazioni potrebbero essere una risposta a tante obiezioni sorte dopo la pubblicazione del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi[1] da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayyb.

In particolare, la frase che aveva destato maggiori perplessità è la seguente: “Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”.

Il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, nel corso della visita ad limina dei Vescovi del Kazakistan e dell’Asia centrale[2], aveva chiesta chiarimenti al  Papa: ascoltiamo il racconto della conversazione:

“La frase dice che come Dio vuole la diversità di sesso, colore, razza e lingua, così Dio vuole la diversità delle religioni. C’è un evidente confronto tra la diversità delle religioni e la diversità dei sessi. Ho accennato questo punto al Santo Padre, e lui ha riconosciuto che, con questo paragone diretto, la frase può essere compresa erroneamente. Ho sottolineato nella mia risposta a lui che la diversità dei sessi non è la volontà permissiva di Dio, ma è positivamente voluta da Dio. E il Santo Padre lo ha riconosciuto e ha convenuto con me che la diversità dei sessi non è una questione di volontà permissiva di Dio. Ma quando menzioniamo entrambe queste frasi nella stessa frase, allora la diversità delle religioni viene interpretata come volontà positiva di Dio, come la diversità dei sessi. La frase porta quindi a dubbi e interpretazioni erronee, e così è stato il mio desiderio, e la mia richiesta che il Santo Padre rettifichi questo. Ma egli ha detto a noi vescovi: potete dire che la frase in questione sulla diversità delle religioni significa la volontà permissiva di Dio”.

In questo articolo tenterò di spiegare che cosa si intende con volontà permissiva e mostrare alcune perplessità che rimangono circa il Documento di Abu Dhabi, nonostante le precisazioni del Santo Padre.

 

  1. Cosa significa volontà permissiva

Dio è assolutamente immune da peccato e da errore; Egli non li vuole né direttamente né indirettamente; non ne è né l’autore né il complice.

Allora, se ci sono dei peccati e degli errori, quali – ad esempio – le religioni non cattoliche, bisogna forse concludere che qualche cosa dell’ordine del mondo si produce contro volontà di Dio? No; tutto ciò avviene per permissione divina.

Questa permissione è spiegata da San Tommaso nei seguenti termini:

“Dio, dunque, né vuole che il male ci sia, né vuole che il male non ci sia; ma vuole permettere che il male ci sia. E ciò è un bene”[3].

 

  1. Cosa vuol dire permettere il male.

Permettere un male consiste nel non impedire – pur potendolo – che esso possa accadere.

Cerco di spiegare con un esempio[4]: quando un bambino piccolo fa i suoi primi passi, la mamma, che potrebbe sorreggerlo, decide, per favorirne lo spirito di iniziativa, di non farlo. Se il bambino cade, si può dire che la madre ha permesso la caduta, pur non essendone in alcun modo la causa.

La causa della caduta è il controllo dell’equilibrio non ancora sviluppato del bambino, non il mancato sostegno da parte della mamma.

La disposizione della volontà di Dio nei confronti del peccato è analoga: Dio permette il male della colpa, cioè Egli sceglie liberamente di non impedire il peccato, di lasciare che il male si compia in virtù di una deficienza, la cui iniziativa ricade nella sola libertà della volontà creata.

  1. Alcuni esempi
  • Nerone perseguitò Cristiani.
  • Dio non volle che accadesse, perché, se lo avesse voluto, sarebbe stato più colpevole di Nerone.
  • Dio non volle simpliciter che non accadesse, perché se Dio non lo avesse voluto in tale modo, Nerone non avrebbe mai potuto uccidere i Cristiani.
  • Ma ha voluto non volere che non accadesse, non volendo proibire[5] che la persecuzione accadesse, e questa non proibizione (non l’uccisione dei cristiani) è stata un bene.

Applichiamo i suddetti principi alle false religioni:

  • Tizio fonda la falsa religione
  • Dio non vuole che la fondi. La falsa religione non è causata da Dio, e non si può farla risalire a Lui.
  • Dio non vuole simpliciter che Tizio non fondi la falsa religione: se Dio non vuole simpliciter una cosa, questa non può esistere.
  • Dio non vuole proibire che Tizio fondi la falsa religione, e nel piano di Dio questa non proibizione (non la falsa religione) è un bene.
  1. La permissione divina non è permettere un male per ottenere un bene

S-Th. Bonino O.P. fa notare in una erudita e azzeccatissima nota[6], come S. Tommaso corregge l’idea che il male si permesso da Dio in vista del bene. Pietro Lombardo (1100-116° ca.), riprendendo Ugo di San Vittore (1096-1141), pensava che se Dio non può volere direttamente il male, potrebbe volere tuttavia quel bene che è l’esistenza del male in quanto esso è ordinato e legato a un certo bene. In realtà, come nota S. Tommaso, l’esistenza del male non è di per sé ordinata al bene. Essa non è un mezzo in vista del fine buono, e non è il male che, di per sé, nasconde un bene; ma è Dio, che in forza di un intervento del tutto estraneo alla logica del peccato, produce un bene in occasione di un male. La precisazione è utile in questi tempi in cui varie forme di utilitarismo fanno da sostrato a varie eresie in materia morale. Ad es., atti propri degli sposi compiuti da persone non sposate potrebbero essere considerati leciti in vista di un presunto fine buono, per es. mantenere vivo l’affetto di due non coniugi ed evitare ulteriori tradimenti. La suddetta mentalità utilitaristica è lontana anni luce dal modo di agire di Dio.

A questo punto, dopo queste premesse, possiamo tirare le somme.

 

  1. Il pluralismo e la diversità di religione sono un male

Il pluralismo e la diversità di religione sono un male: infatti solo un male morale può essere oggetto della volontà permissiva di Dio. In quanto male va detestato e, sempre nell’ambito della carità e della prudenza, siamo obbligati a compiere ogni sforzo per rimuoverlo (ovviamente con mezzi leciti, senza uso di violenza o costrizione, nel rispetto della libertà religiosa rettamente intesa, e soprattutto, con l’aiuto della grazia e di tutti i mezzi soprannaturali).

Il pluralismo e la diversità di religione sono un male che Dio ha voluto permettere, non perché le false religioni sono un bene in se stesso, ma è un bene che Dio non proibisca che la loro esistenza si verifichi.

 

  1. L’oggetto della volontà permissiva non può essere messo sullo stesso piano della volontà positiva.

Come ha fatto notare al Papa Mons. Schneider, può essere fuorviante considerare il pluralismo delle religioni (un male in sé) parallelamente a dei beni (e non dei mali) voluti non permissivamente da Dio, ma positivamente (diversità… di colore, di sesso, di razza e di lingua).

 

  1. La volontà positiva di Dio circa la religione.

Non esiste solo la volontà permissiva di Dio. Dobbiamo considerarne soprattutto la volontà positiva; Dio vuole che “tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”[7].

Non di meno Dio permette che alcuni uomini, senza che i loro atti di una religione non vera possano essere effetto della Sua volontà, non siano ancora arrivati alla suddetta conoscenza.

Qual è il bene di questa permissione? Senza voler esaurire la comprensione degli imperscrutabili disegni divini, sulla base del Magistero, si può dire che uno dei beni derivanti da questa permissione (ribadisco: non dalle false religioni, ma dalla loro permissione), è il risveglio della nostra carità missionaria, e con essa la crescita della nostra fede.

San Giovanni Paolo II lamentava:

“Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede. A venticinque anni dalla conclusione del Concilio e dalla pubblicazione del Decreto sull’attività missionaria Ad gentes, a quindici anni dall’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi del pontefice Paolo VI di v.m., desidero invitare la chiesa a un rinnovato impegno missionario, continuando il Magistero dei miei predecessori a tale riguardo. Il presente documento ha una finalità interna: il rinnovamento della fede e della vita cristiana. La missione, infatti, rinnova la chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale”[8].

 

  1. Come la mettiamo con S. Ignazio?

Ah come vorrei sentire da un Papa gesuita le parole del fondatore del suo ordine, S. Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali! Come vorrei che il Santo Padre ci invitasse a “vedere nostro Signore, re eterno, che ha davanti a sé tutti gli uomini del mondo, e chiama ciascuno in particolare dicendo: «È mia volontà sottomettere al mio potere tutto il mondo e tutti gli avversari, e così entrare nella gloria del Padre mio; perciò chi vuole venire con me deve faticare con me, perché, seguendomi nella sofferenza, mi segua anche nella gloria»”[9]. Oppure che ci proponesse il Secondo punto della meditazione dei Due stendardi: “Considero il Signore di tutto il mondo, che sceglie tante persone, apostoli, discepoli ed altri e le invia in tutto il mondo per diffondere la sua santa dottrina tra gli uomini di ogni stato e condizione”[10].

 

  1. Di che cosa dobbiamo spaventarci?

È verissimo quanto Francesco dice nell’udienza presa in esame: “Non dobbiamo spaventarci della differenza [con i Musulmani]: Dio ha permesso questo. Dobbiamo spaventarci se noi non operiamo nella fraternità, per camminare insieme nella vita”. Ma non dobbiamo spaventarci solo per questo: scriveva San Paolo VI: “…gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna – ciò che S. Paolo chiamava «arrossire del Vangelo» [134 = Cfr. Rom. 1, 16] – o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo? Perché questo sarebbe allora tradire la chiamata di Dio che, per bocca dei ministri del Vangelo, vuole far germinare la semente; dipenderà da noi che questa diventi un albero e produca tutto il suo frutto”[11].

In altre parole, dobbiamo spaventarci soprattutto se non annunciamo a tutti il Vangelo di Gesù Cristo.

 

NOTE

[1] Abu Dhabi, 4 febbraio 2019.

[2] 1-3-2019, cf. «Mons. Schneider ha chiesto chiarimenti a papa Francesco sulla Dichiarazione di Abu Dhabi», 10-3-2019, https://tinyurl.com/yxcmarse.

[3] Iª q. 19 a. 9 ad 3: “…Deus igitur neque vult mala fieri, neque vult mala non fieri, sed vult permittere mala fieri. Et hoc est bonum”. È utile anche riportare De malo, q. 2 a. 1 ad s. c. 4: “…Deus neque vult mala fieri, neque vult mala non fieri; sed tamen hoc ipsum vult quod est se non velle mala fieri, et non velle mala non fieri” (Dio non vuole che i mali accadano né vuole che i mali non accadano, tuttavia vuole il fatto stesso di non volere che i mali accadano e di non volere che i mali non accadano”.

[4] Sono debitore, per questo esempio e per l’analisi del pensiero tomista circa la permissione del male, a P.  S-Th. Bonino O.P., Dieu, Celui qui est (De Deo ut uno), Paris: Parole et Silence, 2016, p. 684-85.

[5] In linguaggio scolastico “removens prohibens”.

[6] Dieu, Celui qui est, p. 684, nota 86.

[7] 1 Tm 2,4.

[8] S. Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Redemptoris missio, 7-12-1990, § 2.

[9] Esercizi spirituali, § 95.

[10] Esercizi spirituali, § 145.

[11] S. Paolo VI, Esort. Ap. Evangelii nuntiandi, 8-9-1975, § 80.