La voce di padre Gianni, l’unico prete a Kabul: «Ora pregate per noi»

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(Claudia Baccarani, Corriere di Bologna – 18 agosto 2021) «Siamo ancora qui, la situazione non mi permette di rilasciare interviste. Ribadisco il mio appello a pregare». Padre Gianni Scalese risponde via mail da Kabul, si trova all’interno del compound dell’ambasciata italiana nella capitale afghana, ormai caduta nelle mani dei Talebani. Il barnabita ha svolto una parte del suo ministero a Bologna, nel Collegio San Luigi e anche come parroco della parrocchia cittadina di San Paolo Maggiore, in via de’ Carbonesi. Al momento è l’unico prete cattolico presente in Afghanistan. E ha lanciato un appello alla preghiera per quanto sta succedendo nel Paese, rilanciato da «12porte», il settimanale di informazione della Diocesi di Bologna guidata dal cardinale Matteo Zuppi: «Padre Gianni si trova ancora a Kabul e ci ha chiesto di invitare alla preghiera. Data la situazione, si teme per il futuro di questa minuscola presenza cristiana. Il Cardinale Arcivescovo ha inviato con un messaggio a padre Scalese, la solidarietà e la vicinanza della diocesi di Bologna».

Il sacerdote, che compirà giovedì 66 anni, fu nominato da papa Francesco superiore della missione cattolica Missio sui Iuris dell’Afghanistan nel novembre 2014 e aveva raggiunto Kabul nel gennaio 2015. La sede della missione, unica presenza cristiana del Paese, si trova all’interno del compound dell’ambasciata italiana. I fedeli che frequentavano la missione erano cittadini stranieri, funzionari diplomatici, militari e lavoratori civili. Quelli che, in queste ore e giorni convulsi, stanno via via cercando di abbandonare l’Afghanistan per mettersi al sicuro. «La presenza del luogo di culto cattolico era tollerata nel Paese — racconta ancora «12porte» — ma con la stretta proibizione di svolgere attività di evangelizzazione tra gli afghani. Due comunità di religiose fanno parte attualmente della piccola Chiesa cattolica afghana».

Lo scorso aprile, padre Scalese aveva rilasciato una intervista all’agenzia di informazione religiosa della Conferenza episcopale italiana, la Sir. Le parole pronunciate allora suonano oggi come una drammatica profezia: il ritiro dei militari Usa e della Nato deciso dal presidente Biden e avallato dai vertici dell’Alleanza Atlantica «mette a rischio la sicurezza del Paese», aveva detto. E ancora: «Finora le trattative fra il governo e i talebani non sono mai partite o comunque non hanno portato ad alcun risultato. Il progetto era quello di formare un governo di transizione, di unità nazionale, per poi giungere a libere elezioni. Ma se le parti non si parlano, come si può formare insieme un governo? Molto più facile far parlare le armi». Il barnabita, tuttavia, coltivava ancora qualche speranza nel futuro: «Anche se i talebani dovessero avere il sopravvento, perché meglio organizzati e finanziati, non credo che possano illudersi di restaurare l’Emirato islamico, come se questi vent’anni non fossero esistiti». Solo quanto succederà da oggi in poi ci dirà se aveva ragione.

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