La leggenda del santo granatiere

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Era un omone dalle grandi mani e dal più grande cuore. Non a caso era granatiere, ma faceva impressione con quel fisico da gigante vestito da padre cappuccino, con la barba come quella di Padre Pio e i grandi occhiali; maneggiava le ostie consacrate con quelle manone che avevano afferrato e lanciato bombe. Era un soldato, un generale, era stato ufficiale nella Repubblica sociale, e fu internato dagli Alleati nei campi di concentramento di Coltano, Tombolo e Laterina in Toscana. Poi si fece frate, due anni fa si è concluso il processo di beatificazione, e se Dio vuole lo faranno santo. Si chiamava Gianfranco Chiti ed era nato cent’anni fa, nel 1921, a Gignese in provincia di Verbania.

È una storia poco nota che merita di essere raccontata perché sconfina nella leggenda. Per parafrasare un titolo famoso, la leggenda del santo generale. Meriterebbe di diventare un film o una fiction della Rai, se non ci fosse la produzione cine-televisiva monocorde, ossessiva, a senso unico che ci troviamo.

Chiti era figlio di un grande violinista, e la sua infanzia era trascorsa in Inghilterra. Poi nel ’36, a quindici anni, si iscrisse alla scuola militare di Milano; quindi l’Accademia di Modena. Amava la vita militare, amava la patria ma sin da allora era un vero credente e si sentiva un soldato di Cristo. Diventò ufficiale del Regio esercito, combatté in Slovenia e in Croazia e fu decorato con la croce di guerra al valor militare. Con il 32° battaglione dei granatieri partì per la campagna di Russia, da cui pochi ritornarono vivi. In Russia i pochi superstiti testimoniarono che salvò la vita a non pochi dei suoi duecento soldati; alcuni se li caricò sulle spalle per evitare che morissero assiderati. In ogni soldato che stava morendo, disse, vedeva l’immagine e la sofferenza di Cristo, il Redentore. Prestò soccorso ai suoi soldati e anche alle popolazioni, li rifocillava, aveva sempre qualcosa per ristorarli. In Russia portò sempre con sé, nel suo zaino, una statua della Madonna. Sul Don fu ferito e quelle ferite alla schiena lo tormentarono per tutta la vita; subì un congelamento ma rifiutò di farsi amputare il piede, che poi riprese la sua funzionalità. Salvò la vita a una ventina di prigionieri russi che i tedeschi gli avevano dato in consegna; c’erano donne, vecchi e bambini e lui li fece fuggire. Tornò dalla Russia e poi aderì da militare alla Repubblica sociale, combatté con lealtà la sua guerra contro i partigiani sul fronte slavo; ma risparmiò la vita a molti di loro e salvò dai nazisti anche alcuni ebrei, come il torinese Giulio Segre e suo padre. Tutto questo gli fu riconosciuto, dopo averlo internato nei campi di concentramento degli alleati quando fu processato; uscì pienamente scagionato, assolto per le testimonianze di ebrei, partigiani e sacerdoti a suo favore. Ma fu dura per lui dopo il 25 aprile, anzi dopo la resa del suo battaglione a Baldissero Canavese il 4 maggio 1945; passò da un campo di concentramento all’altro, fu epurato dall’Esercito, toccanti furono le sue lettere dalla prigionia e i suoi carteggi. Poi si trasferì in Puglia, a Campi Salentina, dove insegnò matematica in una scuola dei Padri Scolopi. Fino a che fu pienamente riabilitato, riprese la carriera militare, diventò generale di brigata e in seguito coprì molti incarichi importanti, andò in una missione di pace in Somalia. Ma nel ’78, quando aveva cinquantasette anni, il generale Chiti si congedò dall’esercito e si fece frate cappuccino. Nell’82 fu ordinato sacerdote. Non ripudiò la sua vita precedente da militare, anzi la difese con fierezza; sotto la tonaca portava ancora la tuta mimetica. Per lui, spiegò, si era trattato in entrambi i casi di servizio: dedizione alla patria, agli uomini e a Dio. E ritenne che il suo compito principale fosse quello di educare e di testimoniare.

Da frate continuò a dispensare aiuti anche economici ai suoi soldati e ai bisognosi. Poi scelse di fare l’eremita. E da solo, avvalendosi dell’aiuto dei suoi ex-soldati, riuscì a restaurare il convento di Orvieto e sottrarlo a prostitute e spacciatori che ne avevano fatto la loro sede. Una volta due lenoni andarono a minacciarlo; lui dette a uno di loro un fiore e disse di portarlo a sua madre che aveva avuto la disgrazia di un figlio così. In seguito, i due malviventi furono da lui inseriti in un percorso di recupero. Lo raccontava Rocco Buttiglione, che è stato ‘suo’ ufficiale.  Nel convento, Padre Chiti aveva fatto issare un pennone per fare ogni giorno l’alzabandiera. Morì nel 2004, a 83 anni e la salma tumulata a Pesaro fu vestita con gli abiti militari sotto il saio.

La sua vita, la sua storia, indussero il vescovo di Orvieto-Todi, Benedetto Tuzia, ad avviare il processo di beatificazione che si concluse felicemente due anni fa. Due libri editi da Ares sono stati dedicati a lui: una biografia, Il generale arruolato da Dio di Vincenzo Ruggero Manca, e il suo epistolario, Lettere dalla prigionia 1945, curato dallo storico cappuccino Rinaldo Cordovani. Una volta fu intervistato per la Rai da Fabrizio Frizzi.

Uomini così ti fanno tornare la voglia di essere italiano. Chiti fu anacronistico, eroicamente, santamente anacronistico. Questa è la storia straordinaria di un granatiere di Salò che si face frate e che faranno santo.

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