La Battaglia di Nikolajewka… “L’unica che non siete riusciti a battere - Corrispondenza romana
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La Battaglia di Nikolajewka… “L’unica che non siete riusciti a battere

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Oggi, 26 gennaio, ricorre il 78°  anniversario della sanguinosa battaglia di Nikolaevka. Fu combattuta il 26 gennaio 1943 e fu uno degli scontri più importanti durante il caotico ripiegamento delle residue forze dell’Asse nella parte meridionale del fronte orientale durante la seconda guerra mondiale; a seguito del crollo del fronte sul Don dopo la grande offensiva dell’Armata Rossa iniziata il 12 gennaio 1943. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, provate, oltre che dai combattimenti, dal gelido inverno russo, si ritrovarono ad affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa, asserragliati nel villaggio di Nikolaevka per bloccare la ritirata.

Le perdite italiane furono altissime, ma nonostante questo la battaglia rappresentò un successo poiché le truppe dell’Asse, pur decimate e completamente disorganizzate, riuscirono a raggiungere Shebekino il 31 gennaio 1943, località al di fuori della “tenaglia” russa.

Il 16 gennaio 1943, giorno di inizio della ritirata, il Corpo d’Armata Alpino contava 61.155 uomini. Dopo la battaglia di Nikolajewka si contarono 13.420 uomini usciti dalla sacca, più altri 7.500 feriti o congelati. Circa 40.000 uomini rimasero indietro, morti nella neve, dispersi o catturati. Migliaia di soldati vennero presi prigionieri durante la ritirata e radunati dai sovietici in vari campi. Solo una percentuale minima di questi prigionieri farà ritorno in Italia a partire dal 1945.

L’amico e collaboratore Vittorio Lino Biondi ci chiede, e lo accontentiamo volentieri, di pubblicare questo racconto della battaglia scritto da un grande soldato e scrittore autore, Mario Rigoni Stern.


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Nel ’44 i Russi entrarono in Polonia e in un campo di concentramento trovarono il generale Reverberi. Il comandante di un’Armata russa lo mandò a chiamare.


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“È lei”, disse, “il comandante della famosa Tridentina?”.

“Sì, generale. Perché?”.

“È stata l’unica divisione del settore Centro-Sud che ci è sfuggita. Volevo conoscere il comandante”.


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“No”, rettificò Reverberi, “non vi è sfuggita. È stata l’unica che non siete riusciti a battere”… L’unica che non siete riusciti a battere. Ricordo le parole che il generale Reverberi mi disse qualche tempo prima di morire. Ma quanto ci è costato? Qualcuno ci aveva detto di andare oltre ma il nostro cuore ci ha portati qua. Si avanzava per andare a baita. Allora sì che abbiamo lottato per la nostra Italia, per le nostre valli, i nostri campi, le nostre donne. Ci hanno detto che fummo meravigliosi. Forse sarà vero ma una lunga strada è stata segnata: ossa, zaini, scarponi, armi e sangue. Ora su queste cose il vento dondola i grani.

Il piombo russo, rimbalza sulle rotaie. Arriva l’ordine: “Baionetta!”. C’è di tutto lì in mezzo, il Generale Reverberi conta i suoi, gli servono tutti anche quelli senza munizioni. Li conta, li guarda, sono bambini, cristo santo, ma non c’è speranza, se si vuol tornare a baita di qua si deve passare. Ma son più quelli che non ci sono che quelli che ci sono:

“Vestone, quanti siete?”. Troppi pochi. Val Chiese, Tirano, Edolo, ci siete? Morbegno, dov’è il Morbegno? Non c’è il Morbegno, non c’è più, è rimasto indietro. E gli altri, dove sono? La Julia, la Vicenza, la Cuneense? La Julia c’è, è la: 4000 son rimasti appena ma gli altri dove sono? Non ci sono. Radunarsi, allora, munizioni, baionette, e i feriti? Anche loro, anche i feriti servono. Tutti quelli che camminano, tutti quelli che possono sparare, tutti. E così, sono le 15.30 in quel villaggio dimenticato da dio, che nasce l’ultimo ordine del Generale Reverberi:

“TUTTI I VIVI ALL’ASSALTO!”. Chi va davanti?”

“Vado io Sig. Generale”. Reverberi lo guarda, è il Colonnello Martinat capo di stato maggiore di Corpo, vuole andare in testa con l’Edolo. È già ferito, se va all’assalto non ne esce vivo, ma lui vuole andare perché vuole morire in testa all’Edolo perché era con l’Edolo che aveva iniziato la carriera. Li raduna, li guarda.

“Io oggi muoio, ma voi no. Coraggio, ragazzi, di la c’è l’Italia”. Muore così Giulio Martinat rotolando grida: “Avanti, Edolo! Viva l’Italia!”. Più a destra parte il battaglione Vestone, Rigoni e Moreschi avanti con una mitraglia pesante entran per primi a Nikolajewka con un solo ufficiale chiamato Danda comincia a coprire l’attacco ma ormai pochi camminano. Muore Raul, il primo che ho conosciuto sotto le armi, muore Marangoni, dietro il costone della ferrovia, e muore anche Giuanì:

“Sergentmagiù… me törne piö a baita”. Ghe tornerem Giuaní, un di perché baita nostra non è su questa terra. Giuanì sei morto portandomi le munizioni della pesante. E gli altri? Il Val Chiese, il Bergamo, il Valtellina, dove son rimasti? Son la al costone, lo sbarramento dei russi li ha bloccati, Cristo santo ci inchiodano di nuovo. È finita? No! Ed è allora che tutti lo hanno visto. Uno solo saltare su un semovente tedesco in piedi in mezzo alle raffiche incrociate. Il rumore della battaglia si è fatto silenzio. Il silenzio solenne che vede nascere una leggenda: Reverberi in piedi grida: “AVANTI, TRIDENTINA! AVANTI!”.

E allora avanti! Una massa di sbandati va incontro alla sua ora di gloria. Si passa, si passa! Attraversano Nikolajewka lastricandola di morti perché ci sono 48 sotto zero e se ti pigliano sei morto. Alle 5 è tutto finito: ci contiamo, siamo qua, siamo vivi ma siam pochi. Chi non è passato con la prima ondata non passerà mai più. Persa la Cuneense, persa la Vicenza, persa buona parte della Julia, ma noi, noi c’è l’abbiamo fatta. Un giorno di gloria che ha dato valore ad una intera vita. Questo fu il 26 gennaio 1943. Questa fu la battaglia di Nikolajewka.

Mario Rigoni Stern

(Da Il sergente nella neve)

Fonte: https://www.giornaledibarga.it/2021/01/la-battaglia-di-nikolajewka-lunica-che-non-siete-riusciti-a-battere-347340/