In principio era l’azione: il legame tra Amoris Laetitia e l’intercomunione con gli Evangelici - CR - Agenzia di informazione settimanale
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In principio era l’azione: il legame tra Amoris Laetitia e l’intercomunione con gli Evangelici

(don Alfredo Morselli, cooperatores-veritatis.org – 6 maggio 2018E se la Comunione ai divorziati risposati civilmente — rei dei peccati mortali di adulterio e concubinato — fosse un “cavallo di Troia” per giungere all’inter-comunione? Pubblichiamo un’ottima interessante riflessione di Don Alfredo Maria Morselli in cui dimostra l’evidente legame fra Amoris Laetitia e l’inter-comunione con gli Evangelici.

  1. I fatti e la dichiarazione della Sala Stampa.

La Sala Stampa della Santa sede ha comunicato l’esito dell’incontro tra i responsabili della S. Sede e alcuni tra i Vescovi tedeschi contrari al documento “Camminare con Cristo – sulle orme dell’unità. Matrimoni misti e partecipazione comune all’Eucaristia”[1].

Come ben sintetizza lo stesso comunicato[2], “Un numero non indifferente di Pastori – tra i quali sette Vescovi diocesani – non si sono sentiti in grado, per vari motivi, di dare il loro assenso. Questi sette Vescovi si sono rivolti alla Congregazione per la Dottrina della Fede, al Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e al Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi. Secondo il desiderio di Papa Francesco è quindi stato concordato un colloquio tra alcuni Vescovi con Responsabili della Santa Sede”.

“Nel corso del colloquio”, prosegue il comunicato, “l’Arcivescovo Ladaria ha illustrato che Papa Francesco apprezza l’impegno ecumenico dei vescovi tedeschi e chiede a loro di trovare, in spirito di comunione ecclesiale, un risultato possibilmente unanime”.

Mi ripropongo di valutare la suddetta raccomandazione del Papa, alla luce della risposta che il Pontefice stesso diede, il 15 novembre 2015, a una donna protestante, che gli chiedeva se poteva fare la comunione assieme al marito cattolico.

  1. La risposta blondeliana di Papa Francesco a una donna luterana.

La risposta di Papa Francesco alla donna luterana comprendeva le seguenti parole:

“Ma mi diceva un pastore amico: ‘Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?’ – ‘Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…’. La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: ‘Una fede, un battesimo, un Signore’, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più”[3].

È chiaro in quale direzione il Papa spinge, ovvero di lasciare alla coscienza del singolo la decisione(“Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più”), essendo sufficiente per accostarsi all’Eucarestia la fede nella presenza – non è detto reale – (“Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente)”, in quanto la differenza sarebbe solo nelle formulazioni (E qual è la differenza?’ – ‘Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…’.); sembra che queste formulazioni non siano decisive per negare l’intercomunione, giacché “La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni”.

In quest’ultima affermazione, riecheggia un topos tipicamente blondeliano, cioè l’accezione di verità come adaequatio realis mentis et vitae piuttosto che adaequatio rei et intellectus, considerata quest’ultima come chimerica, astrattaspeculativa.

  1. R. Garrigou-Lagrange O.P. (1867-1944), che è stato forse il teologo che maggiormente ha denunciato la pericolosità del pensiero di Maurice Blondel (1861-1949), così chiosava questa idea:

“Alcuni sono condotti da tali gravi confusioni a proporre un mutamento nella stessa definizione della verità, e riproducono questo giudizio d’un filosofo contemporaneo: «All’astratta e chimerica adaequatio rei et intellectus si sostituisce la ricerca metodica del diritto: l’adaequatio realis mentis et vitae[4]». La verità non è più la conformità del nostro giudizio col reale extramentale (con la natura e l’esistenza delle cose), ma la conformità del nostro giudizio con la vita umana che si evolve costantemente e le cui esigenze sono conosciute dalla esperienza religiosa.

Resta però a vedersi se questa esperienza religiosa o spiritualità ha un fondamento obbiettivo, e se l’azione o la vita di cui si rivendica il primato (come nella filosofia dell’azione) è la vera vita, l’azione realmente ordinata al vero fine supremo. Come giudicare di quest’ultimo se non per conformità al reale, diceva San Tommaso[5], ritornando così alla tradizionale definizione della verità?”[6]

In altre parole, se la vita è più importante di una enunciazione (sotto certi aspetti ciò indubbiamente è vero), come si può sapere se la vita di una persona è autenticamente buona? Solo confrontandola con l’essere, con un essere obiettivo esterno indipendente dal soggetto e conoscibile dall’uomo solo attraverso dei giudizi veritativi.

L’esperienza religiosa infatti si svolge nella sintesi di due opposti: un primo estremo è bene indicato dalle parole dell’inno liturgico Iesu dulcis memoria, che suonano: nec lingua valet dicere, nec littera expreimere quid sit Jesum diligere: “la lingua non è in grado di dire, la lettera non è in grado di esprimere, che cosa sia l’amare il Signore”. Tuttavia – e questo è il secondo estremo -, per amare ineffabilmente, abbiamo bisogno di credere; e non si crede in altro modo che formulando dei giudizi, componendo et dividendo. Spiega San Tommaso:

“Le cose conosciute sono in chi le conosce secondo la natura del conoscente. Ora, è proprio nella natura dell’intelletto umano conoscere la verità componendo e dividendo […]. Perciò l’intelletto umano conosce le cose che sono semplici in se stesse in una certa composizione: come, al contrario, l’intelletto divino conosce in maniera semplice anche le cose che di per sé sono composte. Dunque l’oggetto della fede si può considerare sotto due aspetti. Primo, dal lato delle cose credute: e allora l’oggetto della fede è una realtà semplice. Secondo, dal lato di chi crede: e allora l’oggetto della fede è qualche cosa di composto, come lo sono gli enunciati”[7].

Ah, che tentazione una vita e una fede senza enunciati, senza spiegazioni, senza interpretazioni! Una pura vita pura, ma qui veut faire l’ange fait la bête: infatti una vita senza enunciati sarebbe una vita angelica, e se l’uomo pretendesse di vivere in modo angelico, sarebbe una vita nel contempo falsamente angelica e falsamente umana; quindi una vita suggerita dal demonio che offre la sua imitazione al posto dell’imitazione di Cristo. Una vita senza principi, una vita che considerasse impure o non necessarie, oppure svalutasse “spiegazioni e interpretazioni”, è una falsa vita umana.

Il P. Garrigou­-Lagrange ricorda molto opportunamente, nell’opera citata, alcune proposizioni condannate dal S. Uffizio, tra cui “La verità è sempre in divenire, in progressiva adeguazione dell’intelletto e della vita, secondo l’esperienza e le esigenze dell’azione. Anche dopo aver concettualizzato la fede, l’uomo non deve adagiarsi su i dogmi della religione, aderirvi in modo fisso e immobile, ma deve rimanere sempre smanioso di progredire a una verità ulteriore, realmente evolvendo in nuovi sensi, e perfino correggendo ciò che crede”[8]

  1. Intercomunione e Amoris laetitia.

Possiamo vedere chiaramente, a questo punto, il filo rosso che lega l’intercomunione con Amoris laetitia[9]. Da un lato – in dogmatica – il primato della vita sull’enunciato; dall’altro – in morale – il primato della vita sull’oggetto dell’atto.

Al contrario di queste pretese, dobbiamo affermare che, come la vera vita di fede ha bisogno dell’enunciato sostanzialmente immutabile – altrimenti non sarebbe vita di fede -, così una vita moralmente retta ha bisogno che la ragione indichi la bontà oggettiva di un atto. Altrimenti non c’è il primato di una vita vera (cosa che – stabiliti bene i termini, come abbiamo visto sopra – concediamo), ma il falso primato di una vita falsa.

La verità speculativa (riconoscere una cosa come vera) è l’adeguazione dell’intelletto e delle cose; la verità pratica (cioè il riconoscere un atto come buono e da farsi) è adeguazione dell’intelletto con il retto desiderio del fine (un desiderio secondo ragione). Infatti un fine non può essere desiderato indifferentemente (da perseguire in qualunque modo o con qualunque mezzo), ma secondo la natura dell’agente, che non può perseguire il fine stesso se non secondo la propria forma, conoscendo razionalmente il modo e i mezzi adeguati ad essa.

E la forma dell’uomo, co-innestato in Cristo[10], consorte della natura divina[11], è l‘immagine di Dio. Ed è a questa immagine a cui si deve conformare la vita; questa non può essere una vita che giustifica se stessa, primo principio e ultima istanza di detta conformazione (l’azione di Blondel è il primo principio della filosofia e quindi anche della fede e della morale), ma tutta tesa a plasmarsi (azione dopo azione) sul modello oggettivo/esterno/altro-da-sé di Gesù. In principio era il Verbo, non l’azione[12], ed è il Verbo, non l’azione, che si è fatto carne!

  1. Prima conclusione: la vita non può essere una menzogna.

Vorrei ora rileggere alcune “interpretazioni o spiegazioni” del Concilio di Trento:

“Prima di tutto questo santo sinodo insegna e professa chiaramente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente, sotto l’apparenza di quelle cose sensibili, il nostro signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo”[13].

“…in questo divino sacrificio, che si compie nella messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che si immolò una sola volta cruentemente sull’altare della croce”[14].

È vero che la vita cristiana è più grande di queste sublimi “interpretazioni o spiegazioni”, ma, senza queste “spiegazioni o interpretazioni”, non c’è la vera vita cristiana.

E d’altronde, questa stessa vita non può certo essere vissuta con un gesto che dichiara la l’unione (Comunione = unione-con) con Gesù e con la Chiesa mediante la Fede, quando in realtà la comunione di fede – che comporta necessariamente l’assenso ai medesimi enunciati – manca.

Un gesto che dichiara ed esprime una cosa falsa, non è una “vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni”, ma una menzogna.

  1. Seconda conclusione: l’assist del papa ai Vescovi tedeschi e la difesa dei buoni.

La risposta del Papa alla donna tedesca è stata un assist ai Vescovi tedeschi, perché – mi si perdoni il termine calcistico – questi segnassero a porta vuota il gol dell’intercomunione. In realtà l’assist è stato doppio, perché non dobbiamo dimenticare un paragrafo della Dichiarazione Congiunta in occasione della Commemorazione Congiunta cattolico-luterana della Riforma (31 ottobre 2016):

“Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l’obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico”[15].

Non poteva mancare anche il pathos nel passaggio per il gol a porta vuota. Ma c’è stato un imprevisto: i difensori della squadra che avrebbe dovuto subire il gol (la squadra della fede cattolica) ci hanno messo la gamba, e la squadra dei neo-modernisti non è riuscita a segnare.

Da un lato il comunicato in cui si invita a trovare un accordo unanime potrebbe sembrare un invito non solo a trovare una soluzione unitaria, ma la soluzione unitaria gradita al Papa.

Ma potrebbe essere interpretato anche come ha fatto la radio tedesca Domradio.de: «Roma non locuta – causa non finita!»[16]

Roma non è riuscita ad affondare il colpo decisivo, e allora, la partita è ancora aperta: Sosteniamo, con la preghiera e il sacrificio, il piccolo resto, i pochi Vescovi tedeschi, dal cuore dalle dimensioni inversamente proporzionali alla loro consistenza numerica… e restiamo sempre in confidente attesa dell’immancabile trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

 

NOTE

[1] Titolo originale: “Mit Christus gehen – Der Einheit auf der Spur. Konfessionverbindende Ehen und gemeinsame Teilnahme an der Eucharistie”.

[2] https://tinyurl.com/y8hzquxx.

[3] Visita alla Chiesa Evangelica Luterana di Roma, Domenica, 15 novembre 2015, Risposte del Santo Padre alle domande rivolte durante l’incontrohttps://tinyurl.com/yarztpl5.

[4] M. Blondel«Le point de départ de la recherche philosophique», in Annales de Philosophie chrétienne, 1906, pp. 235. La citazione è stata corretta redazionalmente.

[5] Cf. I-II, q. 19, a. 3, ad. 2: «In his quae sunt ad finem (i mezzi) rectitudo rationis consistit in conformitate ad appetitum finis debiti. Sed tamen et ipse appetitus finis debiti praesupponit rectam apprehensionem de fine, quae est per rationem (secundum conformitatem ad rem)» [Ora, trattandosi di mezzi, la rettitudine della ragione consiste nel conformarsi all’appetito del debito fine. Tuttavia la stessa appetizione del debito fine presuppone la retta apprensione del fine, che si deve alla ragione].

[6] P. Reginaldo Garrigou-Lagrange O.P., Essenza e attualità del tomismo, Brescia: La Scuola, 1946, p. 15.

[7] Summa Theologiae, IIª-IIae q. 1 a. 2 co. “Respondeo dicendum quod cognita sunt in cognoscente secundum modum cognoscentis. Est autem modus proprius humani intellectus ut componendo et dividendo veritatem cognoscat, sicut in primo dictum est. Et ideo ea quae sunt secundum se simplicia intellectus humanus cognoscit secundum quandam complexionem, sicut e converso intellectus divinus incomplexe cognoscit ea quae sunt secundum se complexa. Sic igitur obiectum fidei dupliciter considerari potest. Uno modo, ex parte ipsius rei creditae, et sic obiectum fidei est aliquid incomplexum, scilicet res ipsa de qua fides habetur. Alio modo, ex parte credentis, et secundum hoc obiectum fidei est aliquid complexum per modum enuntiabilis”.

[8] “Si ritorna cioè a un relativismo più o meno pragmatista, di cui il Santo Ufficio il 1° dicembre 1924 condannò le proposizioni seguenti:

«1°. Conceptus seu ideae abstractae per se nullo modo possunt constituere imaginem (seu repraesentationem) rectam atque fidelem, etsi partialem tantum.

2°. Neque ratiocinia ex eis confecta per se nos ducere possunt in veram cognitionem ejusdem realitatis.

3°. Nulla propositio abstracta potest haberi ut immmutabiliter vera.

4°. In assesecutione veritatis, actus intellectus, in se sumptus, omni virtute specialiter apprehensiva destituitur, neque est instrumentum proprium et unicum huius assecutionis, sed valet tantummodo in complexu totius actionis humanae, cujus pars et momentum est, cuique soli competit veritatem assequi et possidere.

5°. Qua propter veritas non invenitur in ullo actu particulari intellectus, in quo haberetur «conformitas cum objecto», ut aiunt scholastici, sed veritas est semper in fieri, consistitque in adaequatione progressiva intellectus et vitae, scilicet in motu quodam perpetuo, quo intellectus evolvere et explicare nititur id quod parit experientia vel exigit actio; ea tamen lege ut in toto progressu nihil unquam ratum et fixum habeatur.

6°. Argumenta logica, tum de existentia Dei, tum de credibilitate Religionis christianae, per se sola, nullo pollent valore, ut aiunt objectivo, sciicet per se, nihil probant pro ordine reali.

7°. Non possumus adipisci ullam veritatem, proprii nominis quin admittamus existentiam Dei, immo et Revelationem.

8°. Valor quem habere possunt hujusmodi argumenta, non provenit ex eorum evidentia, seu vi dialectica, sed ex exigentiis «subjectivis vitae veil actionis , quae ut recte evolvantur sibique cohaereant, his veritatibus indigent» .

Seguono altre quattro proposizioni condannate che riguardano l’apologetica e il valore della fede. L’elenco di queste proposizoni Io trovi nel Monitore Ecclesiastico 1925, p. 194. Come si può evitare questa proposizione modernista (DS 3458 +2058): «Veritas non est immutabilis plusquam ipse homo, quippe qua cum ipso, in ipso, et per ipsum evolvitur» (S. Pio X, Decr. S. Officii Lamentabili, 3-7-1911, prop. 58. N.d.R.]”

Queste proposizioni sono riportate, oltre che in Essenza e attualità del tomismo, p. 17, anche in: Monitore ecclesiastico (50, 1925), pp. 194-195; La Documentation catholique (7, 1925), pp. 771-73; P. Descoqs, Praelectiones Theologiae Naturalis, t. I, Paris: Beauchesne 1932, p. 150, Paris: Beauchesne 1932 t. II, p. 287 ss., e in Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, 17 (3, 1925), pp. 253-54.

[9] Non per niente P. Giancarlo Pani S.I. scriveva, su Civiltà Cattolica: “È interessante notare come la stessa logica di “discernimento pastorale” sia stata applicata da papa Francesco nella sua esortazione apostolica “Amoris laetitia” (nn. 304-306)”; «Cattolici e luterani. l’ecumenismo nell’”ecclesia semper reformanda”». Citazione tratta da «Comunione per tutti, anche per i protestanti», http://www.chiesa.espressonline.ithttps://tinyurl.com/y8rdneb3.

[10] Rom. 6,5: Vg. “si enim conplantati facti sumus…”, gr. συνφυτοι; Bibbia di Navarra: “injertados en él”

[11] 2 Pt 1,4.

[12] Ecco cosa sembra esserci sotto la concessione in alcuni casi della S. Comunione ai divorziati civilmente risposati e in alcuni casi agli Evangelici. Non c’è risposta migliore di quella di Faust: la sostituzione di In principio era il Verbo con In Principio era l’azione:

[Faust] Apre un volume e si mette all’opera

1224) Sta scritto: «In principio era la parola! (Im Anfang war das Wort!)»

Qui già m’impunto. Chi mi aiuta a proseguire?

No, porre così in alto la parola

non posso. Devo tradurre in altro modo,

se mi darà lo spirito la giusta ispirazione.

Sta scritto: In principio era il pensiero.

1230) Medita bene la prima riga,

la tua penna non abbia troppa fretta!

È il pensiero che foggia e crea ogni cosa?

Dovrebbe essere: In principio era la forza! (Im Anfang war die Kraft!)

Eppure mentre sto scrivendo questo,

già qualcosa mi avverte che’ non me ne accontento.

Lo spirito mi aiuta! Di colpo vedo chiaro

1237) e scrivo con fiducia: In principio era l’azione! (Im Anfang war die Tat!)

  1. Goethe, Faust, trad. it. di Andrea Casalegno, Milano: Garzanti 1998/2, vv. 1224-1237, p. 91 (escluso il v. 1237, dove ho reso “die Tat” con l’Azione, invece di “atto” come nella traduzione di Casalegno)

[13] Concilio di Trento, Sessione XIII, 11 ottobre 1551, Decretum de ss. Eucharistia, DS 1636 +874 “Principio docet sancta Synodus et aperte ac simpliciter profitetur, in almo sanctae Eucharistiae sacramento post panis et vini consecrationem Dominum nostrum lesum Christum verum Deum atque hominem vere, realiter ac substantialiter (can. I ) sub specie illarum rerum sensibilium contineri. Neque enim haec inter se pugnant, ut ipse Salvator noster semper ad dextram Patris in caelis assideat iuxta modum exsistendi naturalem, et ut multis nihilominus aliis in locis sacramentaliter praesens sua substantia nobis adsit, ea exsistendi ratlone quam etsi verbis exprimere vix possumus possibilem tamen esse Deo, cogitatione per fidem illustrata assequi possumus et constantissime credere debemus”.

[14] Concilio di Trento, Sessione XXII, 17 settembre 1562, Doctrina de ss. Missae sacrificio, DS 1743 +940 “…in divino hoc sacrificio, quod in Missa peragitur, idem ille Christus continetur et incruente immolatur, qui in ara crucis “semel seipsum cruente obtulit” (Heb 9.14,27) .

[15] Dichiarazione Congiunta in occasione della Commemorazione Congiunta cattolico-luterana della Riforma, Lund, 31 ottobre 2016: https://tinyurl.com/y9pyg655.

[16] https://tinyurl.com/y7qj3ykn.