Il virus cinese, le nuove ombre su Pechino e quei danni di guerra che l’Occidente non chiederà - Corrispondenza romana
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Il virus cinese, le nuove ombre su Pechino e quei danni di guerra che l’Occidente non chiederà

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(Claudia Passa, L’Occidente – 15 dicembre 2020) Comunque la si pensi – che si viva in uno stato psicologico di terrore da contagio, che ci si angosci di più per le ricadute socio-economiche della pandemia, che si sia preoccupati un po’ per l’una e un po’ per l’altra cosa – un fatto è certo: il virus cinese ci ha fatto un danno le cui conseguenze saranno più gravi di quelle di una guerra. Eppure, tanto nel dibattito interno nostrano quanto nelle dinamiche geopolitiche internazionali, la “questione Cina” sembra oggetto di una gigantesca, clamorosa rimozione collettiva.

Certo, di tanto in tanto spunta fuori uno scienziato a spiegare come l’analisi del genoma del Covid-19 smentisca la datazione ufficiale fornita da Pechino, o qualche inchiesta giornalistica a scoperchiare le omissioni e le coperture delle quali il regime di Xi Jinping sembra aver goduto da parte di organismi sovranazionali. Per il resto, come se nulla fosse. Anzi: con la Cina si continuano a fare accordi vantaggiosi (per loro), cedendo o compromettendo assest strategici di primaria importanza. E accanto ai danni, incalcolabili, le beffe si susseguono: dagli abbracci antirazzisti quando il virus era considerato roba da terrapiattisti e gli attuali sostenitori del lockdown prendevano lo spritz ai Navigli, fino alla lacrimuccia di commozione per qualche carico di materiale sanitario pagato per giunta a caro prezzo.

Il nuovo tassello di questo puzzle, oscuro solo per chi voglia non vederlo, lo ha tirato fuori in questi giorni il “Messaggero” raccontando la storia di Paolo Xia Jin Wen, settanta primavere, titolare di un ristorante cinese a Padova, tornato in patria all’inizio di quest’anno per assistere il padre malato e rientrato in Italia a ottobre “già vaccinato contro il Covid dal 30 settembre”. Proprio così: il primo vaccinato residente nel nostro Paese è un cinese vaccinato in Cina quando da noi ancora si concionava della seconda ondata. E poiché chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la materia sa che per quanto si corra vi sono tempi minimi per la sperimentazione di un vaccino che non possono essere compressi – tant’è che i timori serpeggianti fra la popolazione italiana per la campagna vaccinale annunciata come imminente meriterebbero qualche risposta più approfondita e non possono essere liquidati come fisime da “no vax” – la disponibilità dell’iniezione in Cina già nello scorso mese di settembre (e probabilmente prima, salvo voler pensare che il signor Paolo sia stato il primo a beneficiarne) rilancia e amplifica a dismisura i peggiori sospetti sulla genesi del virus, sulla sua diffusione incontrollata, sulle bugie di Pechino, sui colpevoli silenzi della comunità internazionale.

Restava Donald Trump, con le sue accuse senza veli, con le sue bordate all’Oms, con le sue guerre commerciali: un interprete all’altezza di un nuovo bipolarismo muscolare che non si registrava così violento, ancorché con metodi ed equilibri differenti, dai tempi della guerra fredda seguìta al secondo conflitto mondiale. E non serve essere complottisti per rendersi conto che sia stato proprio il Covid a compromettere una rielezione altrimenti certa.


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Dal canto nostro, usciremo da questa storia con un indebitamento di guerra, senza neanche il vitalismo tipico delle ricostruzioni post-belliche. Con interrogativi senza risposta su cosa sia accaduto, e quando, nel laboratorio di Wuhan. E con la straniante sensazione che le classi dirigenti occidentali siano più impegnate a capire come svendere alla Cina i gioielli di famiglia che a chiedere in qualche modo, per questa fottuta guerra, adeguati danni.