Il Vaticano avrebbe subito l’attacco di hacker cinesi prima dei negoziati con Pechino - Corrispondenza romana
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Il Vaticano avrebbe subito l’attacco di hacker cinesi prima dei negoziati con Pechino

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(Chiesa e Post Concilio – 29 luglio 2020) Per realizzare l’attacco, gli hacker avrebbero usato come cavallo di Troia il file di una lettera contenente una nota di condoglianze da parte del Cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano.

David E. Sanger, Edward Wong and Jason Horowitz

Un gruppo di monitoraggio privato è arrivato alla conclusione secondo cui negli ultimi tre mesi hacker cinesi si sarebbero infiltrati nelle reti di computer del Vaticano, con l’intento apparente di fare dello spionaggio prima dell’inizio dei delicati negoziati con Pechino.

L’attacco è stato rilevato dalla Recorded Future, un’impresa con sede a Somerville, (Massachusetts). Il Partito Comunista Cinese ha messo in atto da tempo una vasta campagna il cui fine è esercitare un controllo ancor più rigido sui gruppi religiosi, in quello che i leader del governo hanno sempre definito uno sforzo di “cinesizzare le religioni” all’interno della nazione. La Cina riconosce ufficialmente cinque religioni, tra cui è incluso il Cattolicesimo. Tuttavia, le autorità locali accusano spesso i gruppi religiosi e i fedeli di cercare di minare il controllo esercitato dal Partito Comunista e dallo Stato e di minacciare la sicurezza nazionale. Gli hacker cinesi e le autorità statali hanno spesso usato cyberattacchi per cercare di raccogliere informazioni su gruppi di buddisti tibetani, musulmani uiguri e seguaci del Falun Gong al di fuori della Cina.


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Ma sembra che questa sia la prima volta che gli hacker — che gli esperti di cybersicurezza della Recorded Future sospettano essere al soldo dello Stato cinese — si siano lasciati prendere in flagrante proprio mentre spiavano le reti vaticane e cercavano informazioni sulla Missione di Studio in Cina. La Missione di Studio è un gruppo con sede ad Hong Kong i cui rappresentanti sono vincolati di fatto al Vaticano ed hanno svolto un ruolo importante nelle trattative sullo status della Chiesa cattolica.

I negoziati tra il Vaticano e Pechino sono in programma per il mese di settembre e verteranno sull’autorità di nominare vescovi e sullo status dei luoghi di culto, come parte del rinnovo di un accordo provvisorio firmato nel 2018 che ha rivisto i termini relativi alle operazioni della Chiesa cattolica all’interno della Cina.

La serie di intrusioni è cominciata i primi di maggio. Secondo quanto affermato dalla Record Future in una relazione pubblicata questa settimana, uno degli attacchi è stato nascosto all’interno di un documento spacciato per una lettera autentica da parte del Vaticano a Monsignor Javier Corona Herrera, il cappellano che dirige la Missione di Studio ad Hong Kong.


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Si è trattato di un inganno ingegnoso: un documento elettronico che sembrava trovarsi nella cancelleria ufficiale dell’Arcivescovo Edgar Peña Parra. La lettera conteneva un messaggio da parte del Cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato del Vaticano, di cui è la seconda autorità più alta dopo il papa, vecchio amico della Cina e strenuo sostenitore dell’accordo. Nel suo messaggio, il Cardinal Parolin esprimeva la tristezza del papa nel venire a conoscenza della morte di un vescovo.

Non è chiaro se la lettera è stata forgiata o se si trattava di un documento autentico che gli intrusi hanno carpito e poi vincolato a un malware che ha dato loro accesso ai computer degli uffici clericali di Hong Kong e ai server di posta elettronica del Vaticano. La Recorded Future è arrivata alla conclusione secondo cui molto probabilmente gli attacchi erano legati ai negoziati sull’estensione dell’accordo del 2018.

In una recente intervista rilasciata a un programma televisivo italiano, l’Arcivescovo Claudio Maria Celli, una figura chiave dei negoziati sull’accordo, ha affermato che — dato che l’accordo provvisorio scadrà a settembre —la Santa Sede “desidera continuare questo percorso, vuole andare avanti”.


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Martedì sera Matteo Bruni, portavoce del Vaticano, non ha voluto rispondere alla richiesta di un commento. Anche le cariche più alte del Vaticano che possono rivendicare una certa esperienza nei trattati con la Cina si sono rifiutate di commentare, motivando il loro diniego con il fatto di non essere in possesso di informazioni sufficienti sul presunto attacco informatico.

Queste rivelazioni giungono proprio in un periodo in cui l’amministrazione Trump si trova ad avere quasi quotidianamente diverbi con la Cina sulla gestione della pandemia di coronavirus, le missioni diplomatiche chiudono i battenti, i cinesi rivendicano vaste estensioni del Mar Cinese Meridionale e gli americani si sforzano di limitare l’avanzata della tecnologia cinese all’interno degli Stati Uniti e delle nazioni loro alleate, specialmente per quanto riguarda l’installazione di sistemi di comunicazione di ultima generazione. Ma non c’è alcun indizio del fatto che l’amministrazione Trump sia coinvolta nella stesura della relazione sugli attacchi al Vaticano.

La Recorded Future è giunta alla conclusione secondo cui l’attacco sarebbe stato perpetrato da un gruppo dal nome RedDelta, che si trova in Cina ed è finanziato dallo Stato cinese, e ha affermato che le tattiche usate da questo gruppo sono simili a quelle di altre operazioni di hackeraggio finanziate dallo Stato identificate in passato. Ma ora esistono anche nuove tecniche e nuovi codici informatici, e identificare l’autentica fonte di un attacco non è un lavoro semplice.

Queste rivelazioni irriteranno sicuramente il Vaticano, i cui rapporti col governo cinese sono sempre stati estremamente delicati, specialmente dopo il giro di vite cinese su Hong Kong. Il 5 luglio Papa Francesco aveva pianificato di aggiungere alle note preparate dal Vaticano — durante la benedizione in Piazza San Pietro — un messaggio al popolo di Hong Kong, dichiarando che la presente situazione di stallo “richiede coraggio, umiltà, nonviolenza e il rispetto per la dignità e i diritti di tutti. Spero che la vita sociale e specialmente quella religiosa possano esprimersi in piena e autentica libertà, come è previsto di fatto da molti documenti internazionali”.
Ma alla fine, quando ha parlato in piazza, il papa non ha pronunciato queste parole.

I negoziati tra il Vaticano e Pechino dovrebbero seguire le linee già tracciate dall’accordo provvisorio del 2018. L’accordo, i cui dettagli sono ancora ampiamente sconosciuti, aveva l’obiettivo di stabilire le fondamenta di un processo per mezzo del quale il papa e le autorità cinesi potessero concordare sulle nomine dei vescovi posti a capo delle chiese ufficiali in Cina. Come parte dell’accordo, Papa Francesco si è dimostrato disposto a riconoscere vari vescovi che erano stati nominati dal governo cinese.

All’epoca, entrambe le parti dichiararono di aver fatto un passo avanti in vista di un dialogo più profondo, passo che fu elogiato dal Vaticano, secondo cui esso avrebbe portato a un ravvicinamento tra le chiese ufficiali della Cina e la Santa Sede. In Cina, per ogni denominazione cristiana, compreso il cattolicesimo romano, esistono due tipi di chiese: quelle approvate dal governo Cinese — che nomina o approva i loro leader ecclesiastici — e quelle clandestine. Le chiese cattoliche clandestine sono sempre state fedeli al Vaticano, e sono supervisionate da vescovi nominati segretamente dal papa.

Apparentemente l’accordo del 2018 permetteva a Pechino di nominare i vescovi tra i candidati delle chiese ufficiali ma riservava al papa l’ultima parola sulle nomine stesse. Dato che il papa ha riconosciuto vari vescovi nominati dalle autorità cinesi sembrava che questo processo dovesse andare avanti. Ma quei vescovi sono stati scomunicati dal Vaticano.

I critici dell’accordo hanno denunciato la propensione del Vaticano a scendere a compromessi con un governo autoritario e ad attribuire a Pechino ulteriore legittimità, conferendo potenzialmente allo Stato cinese un’influenza ancor più forte sulle vite religiose dei 10-12 milioni di cattolici cinesi. Anche tra i politici di spicco americani — come per esempio il Senatore Marco Rubio (Repubblicano, della Florida) — c’è stato chi ha esortato il Vaticano ad astenersi dal prendere accordi col Partito Comunista Cinese.

Sotto il governo del leader cinese Xi Jinping, il partito ha stretto la morsa del suo controllo sulla vita religiosa e spirituale della nazione come parte di una politica che Xi ha adottato per aumentare la sorveglianza del partito su quasi tutti gli aspetti della società. Le autorità della Cina sudorientale hanno imposto restrizioni particolarmente dure sulla pratica del cristianesimo. Dal 2014 al 2016 le autorità della provincia dello Zhejiang — regione della cui sede locale del Partito Comunista Xi è stato capo — hanno ordinato la rimozione delle croci da un numero di chiese che può variare tra le 1200 e le 1700, secondo le autorità e i residenti locali.

I rapporti tra il Vaticano e Pechino sono stati tesi per decenni.

Nel 1951 i due Stati hanno rotto le relazioni diplomatiche, e il Vaticano riconosce tuttora la sovranità Taiwan, l’isola democratica che gode di un’indipendenza di fatto dalla Cina. Negli ultimi anni le autorità cinesi hanno esercitato pressioni sempre maggiori sui pochi governi al mondo che riconoscono la sovranità di Taiwan affinché facciano marcia indietro, mietendo alcuni successi. Se il Vaticano e Pechino si accingono a riaprire i legami diplomatici, quasi sicuramente le autorità cinesi esigeranno che il Vaticano ponga fine alle sue relazioni con Taiwan.

Papa Francesco si era posto l’obiettivo di aumentare la presenza della Chiesa nel mondo. In Cina, il protestantesimo ha un tasso di diffusione superiore a quello del cattolicesimo.

Nel 2014, rompendo le tradizioni, il governo cinese ha permesso all’aereo del papa, che era in rotta per Seul, di volare nello spazio aereo cinese. Il papa trasmise in quell’occasione un telegramma radio con un messaggio per Xi, a cui augurò ogni bene e ogni benedizione di pace. Rivolgendosi ai vescovi nei dintorni di Seul, il papa affermò: “Nello spirito di apertura al prossimo, spero vivamente che le nazioni del vostro continente con cui la Santa Sede non gode ancora di rapporti completi non esitino a dialogare ulteriormente in beneficio di tutti”.

Può darsi che gli hacker abbiano cercato di penetrare nei sistemi della Missione di Studio di Hong Kong non solo per cercare di ottenere informazioni sui prossimi negoziati, ma anche per vigilare il gruppo durante un periodo che è stato caratterizzato da forti tensioni all’interno della città.

Dal giugno 2019 si sono dispiegate nel territorio vaste proteste a favore della democrazia. Nel mese di maggio, il Congresso Nazionale del Popolo, a Pechino, ha autorizzato l’introduzione ad Hong Kong di leggi di sicurezza nazionale che daranno alle autorità maggiori poteri di repressione, leggi che esse hanno fatto valere nel mese di giugno.

Le autorità sospettano che le durante le proteste le chiese abbiano aiutato i manifestanti ad organizzarsi ed abbiano offerto loro supporto.

Gli hacker cinesi hanno cercato di aiutare le autorità di Hong Kong a reprimere le proteste, realizzando anche cyberattacchi su Telegram, un’applicazione di chat sicura usata da molti manifestanti. L’ultimo mese ZDNet ha denunciato il fatto che i membri della Chiesa cattolica di Hong Kong sono stati presi di mira sin da maggio con malware installato da hackers che si pensano siano vincolati alla Cina.