Il processo Salvini rischia di mutare il volto della Repubblica - Corrispondenza romana
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Il processo Salvini rischia di mutare il volto della Repubblica

(Carlo Manetti, Europa Cristiana – 26 gennaio 2019) La Sezione reati ministeriali del Tribunale di Catania, composta dalla dottoressa Sandra Levante e dal dottor Paolo Corda e presieduta dal dottor Nicola La Mantia, nella riunione del 7 dicembre 2018, ha richiesto al Senato l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro degli Interni, Matteo Salvini, per sequestro di persona aggravato e sequestro di minori, nonostante che il Pubblico Ministero, Carmelo Zuccaro, avesse chiesto l’archiviazione. Tale richiesta è stata notificata il 24 gennaio u.s. I fatti, cui si riferisce il provvedimento, sono quelli riguardanti la chiusura del porto di Catania ed il divieto di sbarco per i 177 clandestini a bordo del pattugliatore Diciotti; che sono rimasti sull’italiana nelle acque antistanti il porto siciliano per 5 giorni e, precisamente, dal 20 al 25 agosto.

Questa vicenda ha segnato uno dei momenti di massima tensione tra il nostro Paese e l’Unione europea (qui). I suoi strascichi attuali, però, rischiano di aprire un fronte interno particolarmente preoccupante. Nella loro richiesta, i suddetti magistrati dichiarano che il Ministro degli Interni ha agito senza nessun pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, abusando, quindi, dei poteri di cui godeva. Essi, dunque, si sono arrogati il diritto di valutare l’entità del danno che una diversa politica migratoria avrebbe causato all’Italia, valutazione che, com’è ovvio, attiene alla discrezionalità politica del Governo. La gravità giuridica e politica dell’atto sta proprio qui: se la tesi dei magistrati dovesse trovare accoglimento, ci troveremmo di fronte al completo stravolgimento di tutta la nostra impalcatura istituzionale, almeno per quanto concerne la divisione dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario.

Questo approccio starebbe a significare che nessun Governo potrebbe attuare l’indirizzo politico, per il quale ha ricevuto la fiducia del Parlamento, senza sottostare ad una valutazione ex post da parte della Magistratura; anzi, senza sottostare a tale vaglio da parte dei singoli magistrati competenti per territorio nei luoghi dove l’indirizzo politico trova materiale attuazione in atti concreti. Ci troveremmo, quindi, davanti ad una situazione assolutamente caotica, nella quale una medesima politica potrebbe essere giudicata legittima, se gli atti che la sostanziano sono compiuti in un certo distretto di Corte d’Appello, mentre potrebbe portare all’incriminazione del ministro competente, se le condotte esecutive vengono realizzate in un distretto diverso.

Questa menomazione dei poteri dell’Esecutivo comporterebbe, sia pure in forma indiretta, una pesantissima compressione anche dei poteri del Parlamento, poiché il controllo politico sull’azione del Governo gli verrebbe, di fatto, sottratto, a vantaggio dei singoli magistrati. Il Presidente del Consiglio ed i Ministri si troverebbero nella situazione di dover rispondere, in pratica, anche se non de jure, ai singoli membri dell’Ordine giudiziario più di quanto lo sarebbero nei confronti delle Camere, dalla cui fiducia dipende, formalmente il loro incarico. Si tratterebbe di una trasformazione, sia pure informale, della Repubblica da democratica, basata sulla sovranità popolare, di cui il Parlamento è espressione formale e dovrebbe essere espressione sostanziale, in una sorta di Repubblica gentilizia, nella quale la Magistratura verrebbe ad assumere il ruolo di nuova aristocrazia, con il concreto rischio che vi si entri, di fatto, per cooptazione, anche in presenza di formale ingresso per concorso.

L’indipendenza dell’Ordine giudiziario, in democrazia, è sistema atto a garantire, attraverso la rigida terzietà del giudice, i diritti e le tutele delle minoranze e ad impedire che il potere politico travalichi le sue funzioni e, in ultima analisi, tenda a perpetuarsi in maniera impropria, impedendo il suo stesso ricambio. Ma questo privilegio ha, come presupposto indispensabile, l’assoluta estraneità della Magistratura dal gioco politico. Qualora, invece, essa dovesse venire a ricoprire, anche solo di fatto, un ruolo politico, fosse pure solo di controllo, la sua indipendenza diverrebbe formidabile strumento di potere, che la sottrarrebbe ad ogni tipo di riscontro e rischierebbe di farne un potentissimo antagonista della sovranità popolare, costituendola come una sorta di patriziato indipendente e tendente ad espandere il suo potere, fino ad esautorare, in maniera progressivamente sempre più vasta, la stessa sovranità popolare.

Il voto del Senato sulla questione Diciotti, quindi, travalica di molto la specifica vicenda del Ministro Salvini e rischia di trasformare il nostro sistema istituzionale in qualche cosa di paragonabile, anche se di gran lunga peggiore, alla Turchia kemalista, dove le Forze Armate avevano il compito di vegliare sulle politiche dei governi civili e, eventualmente, di deporli manu militari, qualora li avessero considerati non in linea con lo spirito e gli intendimenti di Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938). Il lato peggiorativo della possibile futura situazione italiana rispetto a quella turca risiederebbe nel fatto che in questa le forze armate, anche in virtù della rigida gerarchia che le ha sempre contraddistinte, esprimevano una politica unitaria e coerente, mentre nel nostro Paese assisteremmo all’arbitrio generalizzato di singoli giudici e/o di singoli collegi giudicanti.

La situazione, già di per sé particolarmente fosca, si aggraverebbe ulteriormente, se dovessero trovare conferma i sospetti, da più parti ventilati, secondo i quali il comportamento dei magistrati che adottano una politica, per così dire, anti-governativa subirebbe o potrebbe subire, in futuro, influenze esterne al nostro Paese. Tali influenze sarebbero di matrice “oscura”, ma neppure tanto, se si pensa a come nel 2011 l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, abbia “indotto” alle dimissioni un Presidente del Consiglio che godeva della fiducia delle Camere, dopo che questi aveva ricevuto la famosa lettera dalla Banca centrale europea.

Si pensi a quali cupi scenari si potrebbe andare incontro, se, per assurdo, il “patriziato della toga”, divenuto totalmente indipendente da qualunque controllo democratico o di altra istituzione, dovesse intrattenere non controllati rapporti con “l’aristocrazia finanziaria”, magari attraverso organizzazioni e club privati.

Questi esiti non è assolutamente necessario che siano preventivamente voluti, studiati o architettati. La «teoria dei giochi» ci dice, giustamente, che la logica del giuoco tende, nel medio e lungo periodo, a prevalere sulla logica dei giocatori e che, quindi, il mutamento degli equilibri di potere, all’interno di una qualunque comunità umana, tende, irrimediabilmente, a produrre un “effetto valanga”, anche se non previsto o, addirittura, non voluto da chi, di fatto, ne ha posto in essere i presupposti.

L’Italia si trova in una situazione delicatissima, che rischia di farne un laboratorio a livello europeo, se non planetario.