Il 'papato emerito' e le conseguenti 'variazioni' che aprono la porta a un futuro diverso - Corrispondenza romana
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Il ‘papato emerito’ e le conseguenti ‘variazioni’ che aprono la porta a un futuro diverso

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(Maria Guarini, Chiesa e Post Concilio – 2 luglio 2020) Roberto De Mattei, nella sua attenta analisi Le incognite della fine di un pontificato [qui], nel constatare lo sfacelo seguito all’abdicazione, prende in considerazione l’assunto di alcuni conservatori sull’intenzione di Benedetto XVI.

“L’intenzione – essi dicono – era quella di conservare il pontificato, supponendo che l’ufficio potesse biforcarsi in due; ma ciò è un errore sostanziale, perché la natura monarchica e unitaria del Papato è di diritto divino. La rinuncia di Benedetto XVI, perciò, sarebbe invalida.”

De Mattei trae la conclusione gravida di conseguenze che, se l’intenzione di scindere il pontificato fosse provata, modificando la costituzione della Chiesa, Benedetto XVI sarebbe caduto in eresia […] Ma poi aggiunge: questi sono discorsi astratti, perché solo Dio giudica le intenzioni, mentre il diritto canonico si limita a valutare il comportamento esterno dei battezzati.

Dopo aver messo in risalto che :


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Lo stesso Benedetto, attribuendosi il titolo di Papa emerito, continuando a vestire di bianco e impartendo la benedizione apostolica, ha compiuto gesti che sembrano incoraggiare questa impervia opera di sostituzione del Papa nuovo con l’antico. L’argomento princeps è però la distinzione tra munus e ministerium, con la quale Benedetto è sembrato voler conservare per sé una sorta di pontificato mistico, lasciando a Francesco l’esercizio del governo. L’origine della tesi risale a un discorso di mons. Georg Gänswein del 20 maggio 2016 alla Pontificia Università Gregoriana [qui – qui], in cui egli affermava che papa Benedetto non aveva abbandonato il suo ufficio, ma gli aveva dato una nuova dimensione collegiale, rendendolo un ministero quasi-condiviso («als einen quasi gemeinsamen Dienst»). A nulla vale che lo stesso mons. Georg Gänswein, in una dichiarazione a LifeSiteNews del 14 febbraio 2019, abbia riaffermato la validità della rinuncia all’ufficio petrino di Benedetto XVI, affermando che «c’è solo un Papa legittimamente eletto, ed è Francesco». Ormai l’idea di una possibile ridefinizione del munus petrino era lanciata. E di fronte all’obiezione che il Papato è uno e indivisibile e non può tollerare scissioni al suo interno, la replica di questi conservatori è che proprio questo fatto prova l’invalidità delle dimissioni di Benedetto XVI.

Certo il problema resta aperto finché non ci sarà chi autorevolmente lo riporti nell’alveo teologico e canonistico. Nel frattempo, penso sia utile riprendere le mie riflessioni riguardanti proprio le dichiarazioni dell’Arcivescovo Georg Gänswein nel suo intervento, citato da De Mattei, in qualità di relatore per la presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI” (Lindau 2016, pp. 512) di Roberto Regoli, direttore del Dipartimento di storia della Chiesa nella Pontificia università Gregoriana.
Dalla lettura del testo integrale della relazione di mons. Georg : Benedetto XVI, la fine del vecchio, l’inizio del nuovo [qui], emerge in buona sostanza l’affermazione che La cosa più grande del pontificato di Benedetto XVI è l’istituzione del Papa emerito, evento che apre la porta ad un futuro diverso.

Cito dall’intervento di mons. Gänswein: “… Quello scandalo [Vatileaks] era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto più grande è stato il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto”. “Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco – il 13 marzo 2016 – non ci sono dunque due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’. Inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo Successore e a una nuova tappa della storia del Papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la centralità della preghiera e della compassione posta nei Giardini vaticani”.


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Detta in questi termini, sembra venir meno l’ambiguità che ci consentiva ancora di avere dei dubbi. L’abdicazione di Benedetto XVI con la contestuale istituzione della figura, inedita e non codificata, del papa emerito – peraltro senz’alcuna motivazione teologica o canonistica, ma semplicemente agita e rappresentata secondo una prassi che oltrepassa ogni regola – non è altro che l’ennesima inedita anomala innovazione. Emergerebbe infatti la premeditazione consapevole della svolta incongrua impressa al papato e la variazione che essa comporta. Ne avremo la prova, se i papi continueranno a dimettersi, come lo stesso Bergoglio ha annunciato [qui], «Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri…».

Poiché nella Chiesa non possono esserci due papi (e nemmeno un “collegio” papale) perché non si tratterebbe di una semplice “anomalia”[1] ma di un’aberrazione metafisica in rapporto al primato petrino ad personam sancito da Gesù, l’atto di Benedetto XVI sembra rientrare nel quadro di quella insana umanizzazione del Papato, che vorrebbe considerare il Pontefice Romano alla stregua di un dirigente d’azienda o di un docente d’ateneo, che può presentare le proprie dimissioni ed esser nominato emerito o di un vescovo qualsiasi, che è posto in pensione ingravescente aetate (espressione forse non a caso utilizzata nell’atto di rinuncia). L’eventualità peggiore è che questa eccezionale frattura nell’ufficio personale del papa possa divenire prassi “a tempo” per il futuro, sotto un criterio estrinseco come l’efficienza o simili.

Le ragioni profonde che si oppongono alla “renuntiatio” in questi termini convergono nella salvaguardia dell’ufficio dalle conseguenze di un atto che scompone il mirabile equilibrio, anzi l’unità di ordine sacro e di giurisdizione universale nella persona del papa. Da ciò l’allarme di chiunque voglia riflettere e non solo ricamare sentimenti o mascherare problemi.


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Sostanzialmente, in nome della fatidica ‘pastorale’ conciliare – prassi ateoretica senza spiegazioni o con spiegazioni sommarie sganciate dalla tradizione perenne – de facto se non de iure si incide nella sostanza e si dà concretezza ai cambiamenti che vengono non più sanciti ma operati e rappresentati e addirittura ormai recepiti dall’opinione comune. E lo si fa in nome della nuova ‘tradizione vivente’ storicista portata avanti dal nuovo-soggetto Chiesa che ha preso il posto dell’oggetto-Rivelazione. E nessuno può dir nulla, perché contrapporre parole ai fatti non serve a niente, mancando alle parole la materia prima del contendere: cioè la esplicitazione teorica del nuovo corso di volta in volta instaurato. E neppure ce la si può cavare dicendo, insieme al card. Burke, che non è Magistero quanto non coincide con l’insegnamento costante della Chiesa ma è riconoscibile come pensiero personale del Papa. Perché contribuisce all’ulteriore deformazione della dottrina anche attraverso l’enfasi mediatica, nonostante sia Magistero liquido, mentre l’insegnamento costante resta confinato in una pastorale tradizionale sempre più marginalizzata quando non avversata.

Il comportamento, sempre più pragmatico e rivoluzionario di Bergoglio, sta completando l’opera, iniziata da Paolo VI e traghettata con una spinta finale da Benedetto XVI [vedi qui : Che n’è del primato di Pietro?]. E l’Autorità, oggi, viene esercitata dispoticamente nel silenziare, oltre che nel disprezzare, ogni ragionevole voce contraria di dissenso che cerchi di ricondurre la Chiesa nell’alveo della sua Via Maestra, della quale si stanno perdendo le tracce. Pensiamo ad esempio, oltre ai Dubia dei 4 cardinali [qui], alla Correctio filialis citata da De Mattei [qui]; alla richiesta di correzione formale delle affermazkioni del Documento di Abu Dhabi del Vescovo Schneider [qui]; agli innumerevoli interventi di Mons. Viganò [qui] che hanno svegliato il dibattito. Intanto si continua a dialogare con l’errore, mentre la verità è oscurata e deformata. E, per contro, come si potrà più dialogare con una Tradizione che è stata svuotata del suo contenuto, rovesciando il significato dei termini concettuali che la identificano?

L’intervento di mons. Gänswein: «la fine del vecchio, l’inizio del nuovo», sostanzialmente lascia trasparire, fin dall’elezione di Benedetto XVI, il suo papato a termine mentre, insieme alle trame oggi non più occulte, sembra mostrare come poco probabile che lui non conoscesse chi era il suo rivale di allora e odierno successore. Cito dalla relazione:
… nel conclave dell’aprile del 2005, dal quale Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” [qui – qui] intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor [qui]; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”. L’elezione era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” aveva contrapposto un’altra misura: “il Figlio di Dio e vero uomo” come “la misura del vero umanesimo”. Questa parte dell’intelligente analisi di Regoli oggi si legge quasi come un giallo mozzafiato di non troppo tempo fa; mentre invece la “dittatura del relativismo” da tempo si esprime in modo travolgente attraverso i molti canali dei nuovi mezzi di comunicazione che, nel 2005, a stento si potevano immaginare.

Di fatto l’elezione è un evento puntuale che, una volta accettata ed esercitato il ministero, non può più essere respinta. La rinuncia riguarda l’investitura, l’ufficio, che essa conferisce (Can. 332 – §2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio…). L’ufficio è il munus, l’investitura. L’esercizio della quale è il Ministerium. Dunque Benedetto XVI avrebbe rinunciato al Ministero – e neppure per intero – e non al Munus. La domanda in buona sostanza è questa: come si può aver rinunciato e nello stesso tempo conservare metà della giurisdizione: quella spirituale? Mons. Georg ne parla nei seguenti termini:
“Le dimissioni epocali del Papa teologo hanno rappresentato un passo in avanti essenzialmente per il fatto che l’undici febbraio 2013, parlando in latino di fronte ai cardinali sorpresi, egli introdusse nella Chiesa cattolica la nuova istituzione del “Papa emerito”, dichiarando che le sue forze non erano più sufficienti “per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. La parola chiave di quella Dichiarazione è munus petrinum, tradotto – come accade il più delle volte – con “ministero petrino”. E tuttavia, munus, in latino, ha una molteplicità di significati: può voler dire servizio, compito, guida o dono, persino prodigio. Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale “ministero petrino”. Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero. Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune, come se con questo volesse ribadire ancora una volta l’invito contenuto in quel motto che l’allora Joseph Ratzinger si diede quale arcivescovo di Monaco e Frisinga e che poi ha naturalmente mantenuto quale vescovo di Roma: “cooperatores veritatis”….

Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano – come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la “centrale” della sua preghiera e della sua compassione posta nei Giardini vaticani.” […] Ma nella storia della Chiesa resterà che nell’anno 2013 il celebre Teologo sul Soglio di Pietro è diventato il primo “Papa emeritus” della storia. Da allora il suo ruolo – mi permetto ripeterlo ancora una volta – è del tutto diverso da quello, ad esempio, del santo papa Celestino V, che dopo le sue dimissioni nel 1294 avrebbe voluto ritornare eremita… Un passo come quello compiuto da Benedetto XVI fino ad oggi non c’era appunto mai stato. Per questo non è sorprendente che da taluni sia stato percepito come rivoluzionario, o al contrario come assolutamente conforme al Vangelo; mentre altri ancora vedono in questo modo il papato secolarizzato come mai prima, e con ciò più collegiale e funzionale o anche semplicemente più umano e meno sacrale. E altri ancora sono dell’opinione che Benedetto XVI, con questo passo, abbia quasi – parlando in termini teologici e storico-critici – demitizzato il papato.

Le perplessità aumentano se ci si pone la domanda conseguente: un papa ha facoltà
di accettare il “papato a termine” (per di più nel ministerium dimidiato) e,
di trasformare il papato, ad personam per costituzione divina, in papato bicipite, collegiale, scindendo il ministerium attivo da quello contemplativo?

L’innovazione consiste anche nell’affermare che il “potere giurisdizionale” – o addirittura parte di esso – possa esistere separato dalla investitura divina su cui è fondata quella ricevuta dal voto dei cardinali elettori dopo l’accettazione e la indicazione del nome.
Gli interrogativi sussistono non solo in ordine alla possibilità che un Papa abbia la facoltà di trasformare il papato – ad personam per costituzione divina – in papato bicipite, collegiale, ma anche sulla validità dell’elezione in caso di accettazione con la riserva morale del papato a termine, unita alla attendibile consapevolezza delle ripercussioni sull’elezione successiva. Seppure intuitivamente è una questione che riguarda il foro interno, difficile da provare in assenza di altri indizi, non per questo quanto accaduto è meno anomalo.

Non è comunque pensabile che il nuovo codice, nel sancire la collegialità introdotta dalla Lumen Gentium (n.22), abbia potuto prevedere scappatoie sottili di conio modernista demitizzanti il papato, tipo il “pensionamento” simil-vescovile o il “pontificato allargato” con sospetto di collegialità adombrato dall’autore del libro e confermato da Gänswein.
In ogni caso l’esercizio collegiale implica il rapporto del papa con i vescovi[2] non quello tra papa in carica e papa dimissionario come un funzionario qualunque. Se l’investitura divina conta ancora qualcosa.

Un ultimo tassello, da Vatican news di oggi [qui] “…”. “Assicuro la mia preghiera di suffragio per il compianto defunto – continua il Papa – affinché il Signore della vita, nella sua bontà misericordiosa, lo introduca nella patria del cielo e gli conceda il premio preparato per i fedeli servitori del Vangelo”.

“E prego anche per Lei, Santità[3]- conclude – invocando dal Padre, per intercessione della Beata Vergine Maria, il sostegno della speranza cristiana e la tenera consolazione divina. Sempre uniti nell’adesione al Cristo risorto, sorgente di speranza e di pace”.
Francesco conclude la lettera con le significative parole “Filialmente e fraternamente”, manifestando così l’affetto e la devozione [ma anche una certa subalternità -ndr] che lo lega al predecessore.

E, continuando sulla scia delle variazioni, ormai a cascata, vogliamo parlare anche del nuovo Annuario Pontificio [qui – qui] che riserva una novità davvero sorprendente? Nelle primissime pagine, quelle in cui si parla del Pontefice regnante, il titolo che designa una vera e propria investitura sancita nel Vangelo, è relegato come primo dei titoli storici… cioè come qualcosa che in fondo risale a tempi lontani, ma che può avere o non avere un significato nel mondo di oggi. Le immagini sono visibili dai link sopra.
La pagina relativa al papa si apriva, in grande, con il primo e il più importante dei suoi titoli, tutto in maiuscolo: VICARIO DI GESÙ CRISTO.

Perché tu sei Pietro e su questa pietra.E poi veniva il resto: successore del principe degli apostoli; sommo pontefice della Chiesa universale; primate d’Italia; arcivescovo e metropolita della provincia romana; sovrano dello stato della città del Vaticano; e infine – ma forse poteva anche essere messo più in alto… servo dei servi di Dio.
Nella stessa pagina nell’Annuario appena pubblicato, in alto c’è solo il nome: JORGE MARIO BERGOGLIO.

A seguire la sua biografia, per due terzi di pagina. E infine sotto la legenda: Titoli storici, abbiamo Vicario di Gesù Cristo ecc.

Le risposte alle domande qui poste richiedono competenze specifiche che non mi appartengono. Tuttavia, poiché è impensabile che le dichiarazioni di Gänswein siano state rese all’insaputa di Joseph Ratzinger[4] – il che conferisce ad esse maggiore credibilità – le implicazioni sono talmente gravide di conseguenze che non possono essere lasciate cadere nel nulla da chi di dovere, se ancora si può sperare di chiamare in causa chi ha responsabilità ecclesiali ad alti livelli.

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1. L’anomalia non è nelle dimissioni di Benedetto XVI, previste dal diritto canonico anche se non avvenute nelle circostanze eccezionali consegnateci dalla storia in precedenza. L’anomalia non sta neppure nell’elezione del nuovo papa, regolarmente avvenuta attraverso la scelta dei cardinali e perfezionata dall’accettazione della sua funzione, anche se egli ne ha inopinatamente rifiutato i simboli mentre ne sta svuotando la pregnanza in riferimento all’insegnamento costante della Chiesa. L’anomalia sta nella contestuale presenza di un papa secondo il suo dire “per sempre” ma in “servizio contemplativo” a fianco del papa “in servizio attivo”. Due aspetti e dimensioni che possono anzi devono esser compresenti nella stessa persona, trattandosi di un’investitura divina e non di una funzione amministrativa qualunque. Con l’ulteriore variazione che l’esercizio del ministero contemplativo avviene nel ‘recinto di Pietro’, che così non è tanto un ‘luogo’ geografico quanto teologico, dal quale Benedetto XVI continua ad esercitare il Ministero spirituale, mentre ha deposto la potestà di governo universale. Anche questo è un dato non sufficientemente affrontato e chiarito da nessuno ed anche su questo ci eravamo posti domande tuttora senza risposta.
2. Lumen Gentium, Nota praevia: «… Infatti il collegio necessariamente e sempre si intende con il suo capo, “il quale nel collegio conserva integro l’ufficio di vicario di Cristo e pastore della Chiesa universale”… la distinzione non è tra il romano Pontefice e i vescovi presi insieme, ma tra il romano Pontefice separatamente e il romano Pontefice insieme con i vescovi». Sorvolando sull’ambiguità del duplice soggetto adeguato, necessario e permanente del supremo potere di magistero e giurisdizione nella Chiesa universale, nonostante la Nota praevia.
3. Sua Santità, come ricorda lo stesso Gänswein, è un’altra delle prerogative (insieme alla veste bianca) ufficialmente previste per il papa emerito [qui]
4. Notoriamente non privo di tendenze all’innovazione teologica mirante a conciliare in modo del tutto singolare, o quanto meno ardito, tradizione e modernità.