Il Papa sceglie un uomo del dialogo a Hong Kong, tra l'incudine e il martello - Corrispondenza romana
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Il Papa sceglie un uomo del dialogo a Hong Kong, tra l’incudine e il martello

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(Marco Lupis, Huffpost – 17 maggio 2021) È un gesuita – proprio come lui – l’uomo che Papa Francesco ha messo oggi alla guida di quella che, senza alcun dubbio, è una delle diocesi più “sensibili” del Mondo, in questo periodo storico: Hong Kong.

Il nuovo vescovo che avrà la responsabilità spirituale dell’ex colonia britannica – il nono, dalla nascita della diocesi – teatro delle oceaniche proteste anti-cinesi dell’estate 2019, si chiama Stephen Chow Sau-yan, è nato proprio a Hong Kong 61 anni fa, ha una laurea all’Università del Minnesota negli Stati Uniti e una solida esperienza di vita come educatore e pedagogo. E sarà forse per via di questa sua frequentazione assidua di giovani e soprattutto studenti, che Padre Chow ha conservato una certa aria giovanile e vagamente impertinente, da ragazzino ben invecchiato. Chow è l’attuale provinciale – il responsabile – della provincia dei Gesuiti della Cina, che include l’intera Cina continentale oltre a Hong Kong, Macao e Taiwan: un incarico sicuramente non di poca responsabilità, di questi tempi.

La diocesi di Hong Kong era “sede vacante” da oltre due anni, da quando, il 3 gennaio 2019, morì a 73 anni il vescovo Michael Yeung Ming-Cheung, che l’aveva guidata per soli 17 mesi, succedendo al cardinale John Tong Hon, andato in pensione a 77 anni di età, nell’agosto del 2017.

Il nuovo vescovo vanta un curriculum scolastico di grande rilievo. Dopo la laurea in Psicologia dell’Educazione negli Stati Uniti, nel 1984, quello stesso anno entra nella Compagnia di Gesù nella provincia irlandese. Divenuto gesuita, consegue una specializzazione in filosofia all’Università di Dublino, per poi rientrare a Hong Kong per proseguire gli studi in teologia. Il 16 luglio del 1994, l’allora vescovo Jean Baptiste Wu lo ordina sacerdote, e poco dopo Padre Chow ottiene anche un master in sviluppo delle organizzazioni alla Loyola University di Chicago, lavorando – di nuovo a Hong Kong – come professore, cappellano e direttore scolastico nel collegio Wah Yan a Kowloon e ricoprendo nello stesso tempo anche l’incarico di direttore per le vocazioni per la diocesi di Hong Kong. Nel 2000 è di nuovo negli Stati Uniti, per completare il suo dottorato a Harvard. Pronuncia i voti solenni per entrare definitivamente nella Compagnia di Gesù nel 2007. Dal 2016 è supervisore del collegio Wah Yan, sia nella sede nel centro di Hong Kong che in quella sulla penisola di Kowloon, e dal 2017, come si è detto, assume l’incarico di provinciale di tutti i gesuiti cinesi.


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La nomina del nuovo vescovo è stata una sorpresa per molti. Negli ultimi due anni si è discusso molto in Vaticano e altrove su chi potesse essere la scelta migliore per un Vaticano che – dopo gli accordi, in parte segreti, con Pechino sulla libertà di culto e la nomina dei vescovi – sembra molto attento a non dispiacere in alcun modo al gigante cinese. In questi due anni sono stati fatti diversi nomi, ma quello di Stephen Chow non era tra questi e, almeno in un’occasione, sembrava che il Vaticano avesse deciso. Ma per la delusione di molti cattolici a Hong Kong, il Papa ha continuato a rimandare, fino a oggi.

La prudenza – e l’evidente indecisione – vaticana trovano le loro buone ragioni nella delicatezza dell’incarico. La chiesa è stata infatti coinvolta fin da subito nelle proteste per la democrazia di Hong Kong, attraverso l’impegno civile di molti cattolici, ma soprattutto a causa del coinvolgimento di alcuni nomi di spicco, coinvolti pacificamente nel movimento democratico e poi arrestati dopo l’entrata in vigore della legge liberticida detta della “Sicurezza Nazionale”, imposta da Pechino all’ex colonia britannica, che ha soffocato ed in effetti azzerato ogni forma di dissenso, con una raffica di arresti. Tra i nomi dei cattolici più influenti nell’organizzazione delle proteste a Hong Kong risaltano quelli di Martin Lee, uno dei capi del movimento democratico, e quello Jimmy Lai, il magnate dei media, attualmente in carcere ed oggetto di un recente e clamoroso sequestro di beni per una cifra che sfiora i 50 milioni di Euro.

In una situazione così esplosiva – e parzialmente compromessa, visto che molti tra coloro i quali si sono impegnati nelle proteste e stanno attualmente scontando pene detentive sono cattolici – il Vaticano sembra che stesse cercando un candidato che non si fosse identificato apertamente con le proteste democratiche degli ultimi anni, e che quindi non sarebbe stato visto da Pechino come una sfida politica. Un forte leader spirituale, che conoscesse bene la situazione, un uomo impegnato nel dialogo, che potesse dare una buona guida alla chiesa di Hong Kong e promuovere la riconciliazione in questi tempi difficili e negli anni a venire.


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Hong Kong ha una popolazione di 7.5 milioni di abitanti, e il vescovo eletto Chow si troverà alla guida di una diocesi di 626.000 cattolici, con 71 sacerdoti diocesani e 214 altri sacerdoti residenti, membri di vari ordini religiosi, che gestiscono 52 parrocchie, 100 chiese e 253 istituti educativi (scuole, collegi etc.). Ci sono anche 336 membri di istituti religiosi maschili e 441 membri di istituti religiosi femminili. La diocesi ha un vescovo ausiliare: monsignor Joseph Ha Chi-shing. Il nuovo vescovo lascerà il suo incarico attuale di provinciale di tutti i gesuiti cinesi una volta ordinato ufficialmente vescovo di Hong Kong, forse anche prima. Il processo per trovare il suo successore come provinciale, pare sia già iniziato da tempo.

Commentando la sua nomina, padre Arturo Sosa, superiore generale dei Gesuiti dal 2016, ha detto in un comunicato: “Sono felice che padre Stephen possa continuare a servire e gli auguro ogni benedizione in questo nuovo ministero. I gesuiti sono orgogliosi dei nostri legami con il popolo cinese, che risalgono al grande missionario Matteo Ricci che aveva un grande rispetto per la cultura cinese”.

In molti si sono chiesti se il ritardo nella nomina di un nuovo vescovo fosse legato al fatto che il Vaticano si trovasse in difficoltà con Pechino sul nome. Ma fonti vaticane, proprio in queste ore, lo negano, confermando che la Santa Sede non ha consultato Pechino sulla nomina del vescovo di Hong Kong. Malgrado la Santa Sede abbia una “politica per una sola Cina”, non consulta Pechino sulla nomina dei vescovi per Macao, Hong Kong o Taiwan in quanto, affermano le fonti vaticane, queste tre giurisdizioni ecclesiastiche non fanno parte dell’accordo provvisorio e segreto che il Vaticano ha firmato con il governo cinese nel settembre 2018 e rinnovato nell’ottobre del 2020.


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Di certo l’inerzia vaticana di fronte al movimento per la democrazia a Hong Kong è stata notata – e criticata – da molti. Appare evidente che la Santa Sede non vuole in alcun modo irritare Pechino schierandosi apertamente dalla parte dei giovani che chiedono democrazia e diritti a Hong Kong, mettendo così a rischio gli accordi. La gente di Hong Kong insomma, soffre di un apparentemente insuperabile handicap numerico: alcuni milioni di hongkonghesi – fossero anche tutti cattolici, e nemmeno lo sono – evidentemente nella strategia pastorale della Santa Sede non valgono un miliardo e mezzo di potenziali nuovi fedeli cinesi.

In vista delle vacanze della scorsa estate, in piena pandemia, padre Chow aveva indirizzato un video-messaggio ai suoi studenti, subito dopo gli scontri tra il movimento per la democrazia e le forze dell’ordine a Hong Kong, nel quale emergeva già quella che dev’essere stata la caratteristica del suo carattere decisiva per la nomina odierna, la prudenza e l’adattabilità. “Non bisogna farsi trascinare dalle emozioni negative come frustrazione, disperazione, risentimento” aveva detto il non ancora vescovo, “ma rimanere nella speranza. Una cosa che ho imparato è che non posso controllare tante cose: soprattutto quando faccio piani, mi piacerebbe vederli realizzati, ma il Covid-19 tanti piani li ha cambiati, ritardati. Cosa devo fare allora? Sebbene non possa realizzare i miei piani, ho ancora la libertà, la libertà interiore di scegliere il meglio. Cosa è migliore? A cosa mi sta chiamando Dio? Penso che Dio mi chiami a essere più flessibile, più creativo, più audace».

I rapporti tra la Santa Sede e Pechino restano comunque complessi, ed estremamente delicati. Lo dimostra una notizia giunta anch’essa oggi sui Media internazionali e ampiamente oscurata dalla nomina del nuovo presule a Hong Kong. Un vescovo cattolico nel nord della Cina ha ordinato tre sacerdoti per una diocesi non riconosciuta dal Vaticano, con una mossa che appare come una sfida aperta all’accordo Vaticano-Cina sull’amministrazione della Chiesa nel Paese comunista.

Il vescovo Joseph Guo Jincai della diocesi di Chengde nella provincia di Hebei, ha ordinato i sacerdoti per la diocesi di Zhangjiakou l′11 maggio scorso, secondo la Conferenza episcopale della Chiesa cattolica in Cina (BCCCC) controllata dallo stato. Un gesto che va contro il mandato papale conferitogli come vescovo di Chengde. Mons. Guo era già stato scomunicato dopo essere stato ordinato senza mandato pontificio nel 2010 dalla chiesa controllata dallo stato, chiamata Associazione patriottica cattolica cinese. Papa Francesco aveva poi revocato la scomunica – e quelle di altri sei vescovi cinesi – nel settembre del 2018 dopo la firma dell’accordo Vaticano-Cina, che verte anche sulle nomine dei vescovi creando, nello stesso tempo, la diocesi di Chengde, proprio per consentire al vescovo Guo di avere una sua diocesi senza condividere il potere pastorale con lo Stato Cinese.

La diocesi per la quale Guo ha ordinato i nuovi sacerdoti, quella di Zhangjiakou appunto, è al centro di un annoso confronto-scontro tra Pechino e il Vaticano. Il governo cinese la istituì nel lontano 1980, su un territorio che appartiene a due diocesi riconosciute dal Vaticano – Xuanhua e Xiwanzi – entrambe nella regione dell’Hebei. Nel 2013, il Vaticano ha nominato il vescovo Augustine Cui Tai a capo della diocesi di Xuanhua, ma la polizia cinese lo ha arrestato il 7 aprile 2013, subito dopo la sua ordinazione. La sua ubicazione e il suo destino sono ancora oggi sconosciuti.